I salmi? Sono il canto dell'uomo che sa ringraziare

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Gianfranco Ravasi
Avvenire mercoledì 3 ottobre 2018

«I salmi sono parole di Dio in parole di uomini e donne, sono scuola di preghiera ma anche scuola di umanità: l’umanità concreta con tutti i suoi sentimenti, le sue fatiche, le sue domande e le sue ricerche di senso per “salvare la vita”. Nei salmi si parla a un “tu” che a volte sembra fare silenzio ma del cui amore, della cui presenza, della cui misericordia si resta saldamente convinti…»,
questa è la presentazione appassionata del fondatore di Bose, Enzo Bianchi, che saluta «con gioia grande il commento di fratel Ludwig Monti, un’opera straordinaria, nella quale la lettura ebraica, quella cristiana e quella umana tout court sono tra loro armoniche, rendendo i salmi vicinissimi a noi». Il libro, “I salmi: preghiera e vita” commentato da Ludwig Monti - di cui anticipiamo l'introduzione del cardinale Gianfranco Ravasi - esce per le edizioni Qiqajon.

Chi scrive la prefazione a un libro tiene idealmente in mano due fili. Il primo è più esile e si dipana per un tratto più breve: è tessuto coi colori dell’autobiografia, cioè del legame con l’autore. Fuor di metafora, si evocano ricordi personali, si giustificano consonanze spirituali e culturali, ci si muove seguendo il registro soggettivo.

In questa luce è spontaneo evocare per me gli incontri con Ludwig Monti, scanditi dalla mia sosta ogni anno nell’orizzonte sereno e fraterno della comunità di Bose. È proprio là che molto tempo fa ho avuto l’annunzio della gestazione e della nascita dell’opera imponente che ora il lettore tiene tra le mani. In realtà, come confessa lo stesso autore, queste pagine sbocciano dal terreno fertile di «vent’anni di preghiera monastica, ritmata dalla consuetudine col Salterio»

L’eco di quel canto orante che saliva come volute d’incenso verso Dio, per usare un’immagine biblica (Sal 141,2), aveva attraversato non solo l’orecchio, le labbra, la mente di Ludwig ma anche il suo cuore così da essere quasi un "basso continuo" della sua giornata di monaco e di esegeta.

A questo punto il primo filo dell’amicizia va oltre la pura e semplice consonanza personale. C’è, infatti, da aggiungere la sintonia di una scelta comune: anch’io ho vissuto per anni in compagnia del Salterio, delle sue 19531 parole ebraiche che costituiscono il 6,50 per cento dell’intera Bibbia ebraica della quale sono il terzo libro più ampio, dopo i testi di Geremia e della Genesi.

Questa esperienza personale parallela mi conduce spontaneamente al secondo filo che regge questa introduzione, un filo più robusto e policromo che si inoltra nell’opera in sé, oggettivamente considerata, nella mirabile architettura letteraria, teologica e spirituale del commento di Monti. Qui i registri si moltiplicano perché l’approccio ai 150 Salmi è necessariamente variegato e comprende un vero e proprio arcobaleno di iridescenze.

Forse il simbolo unitario più limpido è quello evocato nell’introduzione- testimonianza di Ludwig e coniato da san Girolamo nella sua prima omelia sul Salterio. Comparato a un palazzo a cui si accede grazie a un’unica chiave, esige però che si abbia anche una chiave per ogni stanza, ossia per ogni composizione poetico-orante. Certo, per il portone centrale, che è quello dell’ispirazione divina, è necessaria una chiave teologica unica che Girolamo identifica nello Spirito Santo ispirante. Ma per le singole camere sono indispensabili chiavi differenti, che aprono spazi straordinari e quotidiani, pubblici e privati. Ci sono stanze ove si attende un’alba dopo una notte di veglia, altre in cui si giace malati o si soffre nell’anima; in alcune si festeggia, in altre giunge l’eco della piazza o si ode il rombo metallico delle armi dei guerrieri.

Ora, la visita a questo palazzo non può essere condotta "in solitario" e senza una guida che di volta in volta offra le chiavi d’ingresso. L’edificio del Salterio è, infatti, circondato da un vero e proprio fiume letterario e spirituale di interpretazioni. Monti crea una coreografia di rimandi e citazioni, attraverso una selezione accurata che svela il suo incessante studio nel silenzio delle biblioteche esegetiche e teologiche ma anche quelli che lui chiama gli "sconfinamenti" nei territori adiacenti della patristica, della liturgia, della teologia, della poesia, dell’antropologia.

Questa ricerca mastodontica - che potrebbe cadere nell’agguato della fredda erudizione - acquista invece una paradossale lievità, tanto da trasformare il lettore in una sorta di pellegrino che è condotto per mano e con facilità si inoltra in una galleria di intuizioni, di interpretazioni, di illuminazioni diverse. L’analisi del lessico, dei parallelismi, dei simboli, delle risorse drammatiche insite ai testi, le anatomie strutturali, il vaglio delle costellazioni metaforiche, la classificazione dei cosiddetti 'generi letterari' non sono mai, nelle pagine di Monti, soltanto un esercizio di tecnica poetica e critica. Egli possiede la capacità di offrire questi dati al lettore in modo naturale, così che la bellezza testuale rivelata in tutto il suo fascino denso di sfumature, lo conduca all’altra dimensione, quella della contemplazione spirituale e dell’orazione.

A questo punto, alle nostre mani è affidata un’altra serie di chiavi perché i Salmi sono, sì, poesie ma anche preghiere, tehillîm, lodi a Dio, canto dell’anima. Il filosofo danese Soeren Kierkegaard nel suo Diario annotava: «Giustamente gli antichi dicevano che pregare è respirare. Qui si vede quanto sia sciocco voler parlare di un "perché". Perché io respiro? Perché altrimenti morrei. Così con la preghiera». Questo ossigeno che fa respirare l’anima sostiene l’intera vicenda umana, ed è per questo che i Salmi coprono e sostengono l’arco intero dell’esistenza.

Per questo Ludwig non di rado nei suoi commenti interpella chi ha le sue pagine aperte davanti a sé: «Caro lettore, cara lettrice, mi rivolgo direttamente a te...», così da coinvolgerlo non solo nella conoscenza del testo, ma per avvolgerlo anche nell’orazione, in consonanza col salmista. Ora, in questa dimensione interpretativa spirituale c’è, però, anche un allargamento corale di voci che cantano e pregano all’unisono e in armonia. Il Salterio è anzitutto la preghiera dell’intero popolo dell’elezione, Israele, lungo la sua storia secolare. I Salmi sono risuonati, perciò, anche sulle labbra di Cristo, dalla sua adolescenza fino a quell’anelito affannoso dell’invocazione al Padre sulla croce. Si apre, così, un ulteriore coro di voci che echeggiano sotto le volte delle chiese nella liturgia cristiana, a cui si aggiunge l’orazione personale del singolo fedele che nei Salmi rispecchia la sua anima.

Ma c’è di più. Un merito significativo del commento di Monti è quello di rendere queste orazioni ebraico-cristiane, queste composizioni di credenti i cui occhi s’intrecciano con quelli del loro Signore (come dice il Salmo 123) anche una preghiera dell’essere umano in quanto tale. Per questo il libro di Monti potrebbe passare dalle sue mani di monaco e contemplativo non solo al fedele ebreo o cristiano ma anche all’uomo e alla donna di ogni credo o senza alcun credo religioso, i quali però s’interrogano sulla loro essenza umana profonda che è rispecchiata proprio in questi cantici. Forse potrà accadere per loro, alla fine, quanto un altro filosofo, il tedesco Martin Heidegger affermava con un gioco di parole nella sua lingua: denken ist danken, "pensare è ringraziare".

Lo studio appassionato dei Salmi può, dunque, condurre progressivamente il fedele e anche il non credente al canto e alla lode, il pensiero può fiorire in gratitudine e speranza, l’analisi testuale diventa sintesi spirituale, cioè un nodo luminoso che tiene insieme la dispersa molteplicità dell’esistere. Leggere e cantare i Salmi, allora, non sarà solo una purificazione della fede del credente, come ci ricorda l’autore citando un ammonimento forte e severo di Lutero: «Chi ha iniziato a pregare con serietà e regolarità il Salterio ben presto licenzierà le altre facili e familiari 'preghierine devote' e dirà: Qui non c’è l’energia, la forza, il calore e il fuoco che trovo nel Salterio».

Il commento di Ludwig Monti, infine, meriterebbe almeno un cenno al modo con cui egli usa le chiavi per aprire ogni sala o stanzetta (c’è un Salmo, il 117, che è fatto di sole 16 parole ebraiche!) di questo palazzo letterario e spirituale che è il Salterio. Credo, però, che questo sarà un esercizio gustoso che ciascun lettore condurrà personalmente lasciandosi guidare. Ludwig non esita a farsi compagno di viaggio confessando più di una volta (penso, ad esempio, al Salmo 22 o al 23, al 51 o al 139) il suo "sgomento" a inerpicarsi su alcuni percorsi testuali irti di difficoltà non solo esegetiche, e non teme col Dante del Purgatorio ( VIII, 35-36) di riconoscere che 'l’occhio si smarria, / come virtù ch’a troppo si confonda'.
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