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Enzo Bianchi - Per la Bibbia siamo tutti migranti

"LA BIBBIA CI INSEGNA CHE NELLA STORIA SIAMO TUTTI MIGRANTI"

Lorenzo Montanaro


Un'impressionante fiume di gente in marcia. Gente a piedi, che porta con sé il vestito che ha addosso e poco altro. C'è chi dice siano 7.000, chi di più. L’unica certezza è che il loro numero aumenta di giorno in giorno, grazie al tamtam della rete e a volantini passati di mano in mano. Sono migranti. I primi sono partiti circa due settimane fa dall’Honduras (Stato poverissimo dell’America centrale) e si sono messi in cammino per raggiungere gli Stati Uniti, meta o miraggio di una vita migliore. A ogni tappa, il fiume raccoglie nuovi disperati. Dopo un percorso estenuante tra Honduras e Guatemala, ora la carovana sta attraversando il Messico. E benché i migranti siano ancora lontanissimi dal confine statunitense, il presidente Donald Trump ha già minacciato dure repressioni: ha inviato 800 soldati alla frontiera e molto probabilmente sta facendo pressione sul Messico perché la colonna in marcia venga arrestata.

Guardando le immagini di quella moltitudine in cammino, è impossibile non pensare ai racconti dell’esodo biblico. L'Occidente torna ad alzare muri contro un fenomeno antico quanto l’uomo. Ma leggere con profondità e attenzione la Sacra Scrittura potrebbe aiutarci a decifrare il presente. Sì, perché «la Bibbia nasce da migrazioni di popoli», ci ricorda Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose (Biella), una realtà molto speciale, formata da monaci di entrambi i sessi, provenienti da diverse Chiese cristiane.

«I progenitori degli ebrei erano nomadi che dall’Oriente si spostavano verso il Medio Oriente», spiega il religioso. «E la storia del popolo ebraico è stata una migrazione continua: prima in terra di Canan, poi in Egitto, poi l'esodo dall’Egitto alla Palestina. C'è un legame profondo tra la rivelazione del nostro Dio e i migranti. I credenti che si riconoscono nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe individuano come punti di riferimento tre nomadi, tre uomini che hanno sempre cercato una terra e hanno sempre dimorato in luoghi per loro stranieri». Non parliamo poi della storia della Chiesa: «Il Cristianesimo nasce giudaico, ma presto si sposta nel mondo greco e latino, per poi subire le influenze dei popoli barbari. Proprio da questa mescolanza di genti è nato il pensiero europeo, che mostra un’umanizzazione e un cammino raro nella storia dell’umanità».

Ma certo il tema non si esaurisce con le ragioni storiche, poiché l’appartenenza al popolo cristiano ci chiede un impegno nel qui e ora. Un impegno quanto mai concreto. «Basterebbe ricordare», prosegue Enzo Bianchi, «che nel cuore del messaggio di Gesù, là dove vengono esemplificate quelle relazioni sulle quali si giocherà la nostra salvezza, leggiamo “ero straniero e mi avete accolto”. Con il Vangelo, l’amore per il migrante, già presente nell’Antico Testamento, assume una dimensione universale, poiché lo straniero diventa segno, sacramento di Cristo stesso».

Ma se l'accoglienza è così fortemente presente nel Dna del messaggio di Cristo, come spiegare il timore dello straniero che in questo periodo attanaglia tanti Paesi cristiani, in America come in Europa? «Emerge una grande fragilità, anche nella fede. Per molti, il cristianesimo si riduce a un fatto culturale, diventa semplice tradizione, localismo, appartenenza al campanile, rassicurante tranquillità. Ma così si nega il messaggio più profondo racchiuso nel Vangelo. Ci sono poi forze politiche che cavalcano queste paure e in certa misura le creano». Risultato: «Una barbarie incipiente, della quale dovremmo vergognarci».

«Dovremmo recuperare la nostra autentica memoria cristiana», osserva il fondatore della comunità di Bose. «O, più semplicemente, dovremmo ricordarci di ciò che siamo stati. Vale per noi italiani, vale per il popolo statunitense, che è costituto da discendenti di migranti. Attualmente siamo preda di impreparazione e mancanza di conoscenza. I fenomeni migratori non possono essere negati, ma vanno governati. Serve una politica piena di visione, che non si accontenti delle risposte a breve termine. Quando i migranti sono alle nostre frontiere, o peggio, in mare, dovremmo rispondere con umanità. Ma servirebbe anche uno sguardo globale. Non dimentichiamo che il più grande movimento migratorio del nostro tempo non si sta verificando nel Mediterraneo, ma all’interno del continente africano. Allo stesso modo, in America ci si muove da Sud verso il più ricco Nord. Finché queste persone non avranno la possibilità di una vita nelle loro terre, continueranno a fuggire. E tenteranno di raggiungere i nostri Paesi. Perché, da sempre, chi ha fame si sposta per cercare il pane».

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