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Luca Mazzinghi "In un mondo di paure non spegnere la ragione"

LUGLIO-AGOSTO 2018

Il futuro ha cambiato segno, l’ottimismo è stato sconfitto; alla prospettiva di un futuro di speranza con cui le generazioni passate sono cresciute si è sostituito l’orizzonte greve di un futuro di minaccia.
Secondo i due autori, M. Benasayag e G. Schmit, domina l’incertezza, unita a un vero e proprio autismo informatico; in un mondo in cui tutto sembra possibile, niente è più reale, se non il mio immediato godimento. Tutto questo rischia di trasformarci in predatori virtuali del mondo in cui viviamo. Con altri accenti più volte anche papa Francesco ha ammonito contro il rischio mortale del narcisismo; di un’umanità che si specchia in se stessa e che rischia così l’autodistruzione. Ebbene, nel libro della Sapienza troviamo, verso la fine dell’opera, che da tempo ci accompagna in questa rubrica, un’interessante definizione della paura, l’unica in realtà in tutta la Bibbia, unita al richiamo del valore della coscienza. Questo testo, che qui presentiamo, ci può aiutare a comprendere meglio la radice di tante nostre paure. Si tratta del capitolo 17 del libro della Sapienza fino ai primi versetti del capitolo 18.

LA COSCIENZA, TESTIMONE INTERIORE

Da Sap 17,1 sino a 18,4 il nostro saggio riflette sulla nona piaga d’Egitto, quella delle tenebre piombate sugli egiziani (cfr. Es 10,21-23). L’antico racconto biblico viene riletto e reso attuale in una chiave prima di tutto di carattere psicologico: le tenebre dell’Egitto divengono il simbolo di una cattiva coscienza, simbolo delle paure che attanagliano il malvagio. Come si legge in Sap 17,11.

17,11La malvagità, infatti, è qualcosa di particolarmente vile, quando è condannata dalla propria testimonianza; essa moltiplica sempre le difficoltà, oppressa dalla coscienza.

Questo brano del libro della Sapienza è anche il primo testo biblico nel quale appare il termine “coscienza”. Il nostro autore riprende qui un’idea già nota alla filosofia greca del tempo: in ogni essere umano esiste uno spazio interiore, quello appunto della coscienza, nel quale ognuno di noi è in grado di specchiarsi e di comprendere la qualità buona o cattiva delle proprie azioni. La coscienza è descritta in questo modo come una sorta di testimone interiore di fronte al quale non si può barare; il vero giudice di ogni essere umano ognuno di noi se lo porta nell’animo.

Ma non solo: conseguenza della malvagità è la scoperta che le difficoltà del vivere si moltiplicano a dismisura. Il peccato seduce l’essere umano come fa il serpente nel giardino dell’Eden, facendoci credere che mangiare il frutto proibito è bello; ma subito dopo ci accorgiamo che il sapore di quel frutto è amaro. Da un lato la malvagità sembra rendere la vita migliore, dall’altro la rende più invivibile; ritorneremo tra poco su questa idea.

LA PAURA, TRADIMENTO DELLA RAGIONE

Nei due versetti immediatamente successivi (Sap 17,12-13), il libro della Sapienza riflette in modo più esplicito sulla paura:

12La paura, infatti, altro non è se non tradimento da parte dei soccorsi della ragione; 13nell’intimo, la capacità di prevedere i mali, sconfitta, considera la propria ignoranza più grave della causa che provoca il tormento.

Il contesto è sempre quello della piaga delle tenebre; il nostro saggio ha ancora in mente gli egiziani descritti nel libro dell’Esodo. Questi egiziani ci erano stati così presentati, all’inizio del capitolo (cfr. Sap 17,2-3):

17,2Pensando infatti di poter opprimere un popolo santo, uomini senza legge, prigionieri delle tenebre e incatenati da una lunga notte, rinchiusi, giacevano come sotto dei tetti, in fuga dall’eterna Provvidenza. 3Ritenendo anche di poter restare nascosti, riguardo ai peccati commessi in segreto, coperti dal velo opaco dell’oblio, furono dispersi, terribilmente spaventati e fuori di sé per le allucinazioni.

Gli egiziani, si legge in questo testo, hanno voluto opprimere ingiustamente gli ebrei e si sono trovati prigionieri del meccanismo di morte che essi stessi hanno scatenato. Pensando di farla franca, dice il v. 3, si trovano adesso prigionieri delle paure che proprio loro hanno generato. E tutto questo mentre pensavano di poter sfuggire a un Dio che si presenta come “Provvidenza”, come un Dio che ama ogni essere vivente e che non intende incutere timore a nessuno.

Al di là dell’esplicito riferimento religioso, la definizione della paura che appare in Sap 17,12-13 sottolinea, come causa della paura stessa, il “tradimento” della ragione. L’essere umano è descritto, con un linguaggio di carattere militare, come una cittadella assediata alla quale non arrivano più rinforzi. La ragione non funziona più, non è più in grado di aiutare, e l’essere umano ha così perduto “la capacità di prevedere i mali”. Secondo i filosofi del tempo, a partire da Platone, in ogni essere umano esiste questa capacità, la cosiddetta prosdokía, attraverso la quale ogni uomo saggio è in grado di affrontare il futuro con serenità. La ragione ci conduce a non aver paura delle eventuali avversità. Ma se la ragione viene meno, la paura prende il sopravvento e l’ignoranza generata dalla paura conduce l’essere umano a moltiplicare la paura stessa, in un circolo vizioso che sembra non aver fine.

Un esempio molto attuale: i migranti ci spaventano; ma se spegniamo la ragione, perdiamo anche la capacità di valutare con obiettività la situazione reale ed hanno così buon gioco quei politici che, giocando proprio sulle nostre paure, le moltiplicano senza fine, finché la paura stessa appare come l’unica vera realtà. Come uscirne?

UNA LUCE DISSOLVE LA PAURA

Il capitolo 17 del libro della Sapienza si chiude in realtà con una immagine positiva; l’uscita dal tunnel della paura sta nella scoperta di una luce molto particolare; leggiamo in Sap 17,20-21:

20Il mondo intero, invece, era illuminato da una fulgida luce ed era intento, senza impedimento, alle proprie occupazioni: 21solo su quelli, al contrario, si estendeva una pesante notte, immagine di quel che doveva riceverli, le tenebre; ma essi erano per se stessi più pesanti delle tenebre.

Le tenebre che sono piombate sugli egiziani, secondo questo testo, sono in realtà ancora una volta tenebre dal valore fortemente simbolico, il segno di una cattiva coscienza che rende l’essere umano pesante a se stesso. Nel v. 21 l’autore segue una concezione anche in questo caso ben nota alla filosofia del tempo: la vera punizione del malvagio consiste nella sua stessa malvagità.

Viene qui in mente in un celebre film del 1984, Così parlò Bellavista, il dialogo tra il professore protagonista della pellicola (qui interpretato da Luciano De Crescenzo che del film è anche il regista) con un camorrista che gli chiede il pizzo: “Ah già, poi volevo dì un’altra cosa: ma tutto sommato, nunn’è che fate na vita ‘e m…? Perché penso io: Gesù sì, fate pure i miliardi, guadagnate, però vi ammazzate tra di voi, poi anche quando non vi ammazzate tra di voi, ci sono le vendette trasversali, vi ammazzano le mamme, le sorelle, i figli… Ma vi siete fatti bene i conti? Vi conviene?”. Ed ecco la notte di cui parla la Sapienza; la notte di una malvagità che alla fine dei conti è punizione a se stessa, peggio ancora della punizione eterna della quale anche, secondo il nostro autore, le tenebre sono simbolo.

UNA PAROLA CHE SALVA

C’è tuttavia, per chi vuole vederla, “una fulgida luce” che in Sap 18,1-4 si rivela essere “la luce incorruttibile della legge”, ovvero la luce della parola di Dio. Una luce che è per tutto il mondo, come dice Sap 17,20 e come ripete Sap 18,4. L’uscita dalla paura, dunque, non è soltanto il ritrovato uso della ragione; è anche la scoperta di una parola che salva e che permette di trovare il cammino quando tutto sembra oscuro. La parola del Dio di Israele ai suoi figli “per mezzo dei quali la luce incorruttibile della legge sarebbe stata donata al mondo” (Sap 18,4).

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