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Luca Mazzinghi "Dio, gli idoli e il denaro, mission impossible?"

MARZO-APRILE 2018
Questa lunga citazione di Evangelii gaudium mette bene in luce un problema che emerge dai capitoli 13-15 del libro della Sapienza in cui, come abbiamo già visto, troviamo la più ampia polemica contro l’idolatria di tutta la Bibbia (cfr. Sap 15,1-13).



UN DIO ALTERNATIVO: IL DENARO
Al capitolo 15 l’anonimo saggio autore del libro introduce la figura del vasaio che, per pure e semplici ragioni di guadagno, costruisce idoli per il culto popolare. Siamo ad Alessandria d’Egitto alla fine del I sec. a.C., ma la situazione non è poi molto cambiata. La religione può senz’altro essere una fonte notevole di guadagno. Oggetti sacri usati più per superstizione che per fede continuano ad esistere ancora oggi e chi li costruisce vede come un nemico chiunque metta in dubbio questo tipo di culto. È la stessa cosa che accadde anche a Paolo, accusato dagli orafi di Efeso di bestemmiare la dea Artemide – in realtà accusato di togliere loro dei clienti sicuri, compratori devoti e ingenui dei loro idoli artistici, ma inutili. Ma ascoltiamo il testo di Sap 15,7-13.

15,7 Ecco il vasaio, che, pressando con fatica un’argilla morbida, plasma per il nostro uso ogni tipo d’oggetto, ma con la medesima argilla modella vasi che servono ad usi puri o ad usi contrari, tutti allo stesso modo: quale debba essere l’uso di ciascuno di essi, lo decide il vasaio. 8Con una cattiva fatica, egli plasma con la stessa argilla un dio vano, lui che, poco prima nato dalla terra, in breve ritornerà da dove fu tratto, quando gli viene richiesta la vita che gli è stata prestata. 9Ma egli non si preoccupa perché sta per morire, né perché possiede una vita di breve durata, anzi, fa concorrenza ad orafi e argentieri, imita i fonditori di bronzo e si vanta di plasmare cose false. 10Cenere il suo cuore, e la sua speranza è più spregevole della terra, la sua vita vale meno dell’argilla, 11perché non riconobbe colui che l’ha plasmato, che gli ha infuso un’anima attiva e che ha soffiato in lui un alito vitale. 12Si considera però la vita come un gioco, e l’esistenza come una fiera, occasione di guadagno: «bisogna – si dice - da tutto, anche dal male trarre un profitto!». 13E più di chiunque altro egli sa di peccare, lui che fabbrica con materia terrestre fragili vasi e statue.

Al v. 8 il testo contrappone la fatica del vasaio all’opera di Dio così come la descrive il celebre testo di Gen 2,7 (Dio plasma l’essere umano dalla terra) e Gen 3,19 (l’essere umano torna alla polvere). L’idea qui contenuta è che la vita umana è dono di Dio, un “prestito” che Dio fa all’umanità. Ma gli esseri umani si illudono di essere padroni della propria vita. Il libro della Sapienza si limita a polemizzare contro la costruzione di idoli, ma forse oggi avrebbe usato parole ben più forti in relazione ad esempio alla tentazione prometeica e faustiana di dominare sulla vita sino a ritenersi in grado di ricrearla; si pensi alla clonazione umana, ormai quasi una realtà. Il v. 9 ricorda ancora che la realtà della morte mette in discussione ogni falso tentativo umano di dominare sulla vita.

L’ESSERE UMANO NON PUÒ SOSTITUIRSI A DIO
I vv. 10-11 hanno un tono senz’altro duro; la vita dell’idolatra non vale nulla. Ma la durezza del testo va messa in relazione con la convinzione profonda, espressa nel v. 11, che l’umanità è dono del Creatore. Il testo allude di nuovo alla creazione dell’essere umano ancora secondo il racconto di Gen 2,7; il “soffio vitale” è qui descritto, secondo un linguaggio più di carattere greco, come una “anima attiva”. Al di là di una certa difficoltà che il nostro saggio rivela nel conciliare pienamente la prospettiva biblica con quella greca, l’idea di fondo che questo testo fa emergere è che la vita è un dono che abbiamo ricevuto da Dio; l’essere umano non può pretendere di sostituirsi al Creatore.

LA VITA È UN GIOCO, UN’OCCASIONE DI GUADAGNO
Particolarmente interessante è il v. 12 che scava più a fondo nelle ragioni dell’idolatria. La vita è un gioco, una farsa, dice l’idolatra. La frase riecheggia, all’epoca in cui è stata scritta, ciò che secondo lo storico romano Svetonio avrebbe detto l’imperatore Ottaviano Augusto sul letto di morte: “Se la farsa vi è piaciuta, applaudite!”. Per molte persone la vita umana non va presa sul serio; come fossimo personaggi posti su un palcoscenico a recitare una parte, a giocare a un tavolo dove vincite e perdite avvengono in fondo per caso. Per questa ragione gli esseri umani hanno bisogno di idoli, di surrogati da loro stessi creati che diano un senso a questo gioco della vita.

La vita è poi come una fiera. Il nostro vasaio idolatra vive la sua vita come quei commercianti che partecipano alle fiere solo per concludere qualche affaruccio. L’idea che la vita è una “fiera” sembra risalire al filosofo greco Pitagora ed è più volte ricordata dagli autori antichi; solo le anime più nobili si elevano alla contemplazione, al di sopra di coloro che inseguono soltanto beni materiali, dicevano tali filosofi. Il libro della Sapienza stigmatizza qui una concezione solo economica della vita nella quale il vero idolo diviene il denaro.

PECUNIA NON OLET
Infine, conclude l’idolatra, da tutto si deve trarre guadagno, anche dal male. Svetonio ricorda ancora l’episodio relativo alle imposte che l’imperatore Vespasiano avrebbe imposto sui “vespasiani”. Di fronte alle rimostranze del figlio Tito che non riteneva dignitoso che l’imperatore di Roma imponesse le tasse sui gabinetti pubblici, Vespasiano avrebbe fatto portare a Tito una cesta di denari raccolti con tali tasse e gli avrebbe chiesto di annusarli. Di fronte all’osservazione di Tito che non notava alcun odore, Vespasiano avrebbe risposto: Pecunia non olet, il denaro non puzza.

No, anche oggi per molti il denaro non puzza affatto e, come per gli idolatri della Sapienza, il male può essere occasione di guadagno; è una realtà della quale abbiamo l’esperienza ogni giorno. Dunque anche dietro all’idolatria spunta l’illusione del denaro, il vero idolo, e della ricerca del proprio interesse; il credere o meno nella verità degli idoli che si producono è marginale, di fronte al pensiero del profitto, come nel caso sopra ricordato di Paolo e degli orafi di Efeso (At 19,24-25).

UN DIO VERO E FEDELE
Di fronte a tali tentazioni, l’autore della Sapienza aveva in realtà già risposto all’inizio del capitolo evocando, per contrasto, la persona del Dio biblico, un Dio ricco di misericordia.

15,1Ma tu, nostro Dio, sei buono e fedele, sei paziente, e hai misericordia mentre governi l’universo. 2Se anche pecchiamo, siamo tuoi, riconoscendo la tua sovranità, e non peccheremo più, sappiamo di appartenerti. 3Conoscere te è giustizia perfetta, riconoscere la tua sovranità, poi, è radice di immortalità.

Il nostro saggio descrive Dio con attributi tipici della Bibbia, presi dalla descrizione che Dio fa di se stesso nel libro dell’Esodo (cf. Es 34,6). Agli attributi classici di Dio, bontà, fedeltà, pazienza e misericordia, il testo della Sapienza aggiunge qui l’idea del governo divino dell’universo, una idea presa a prestito dalla filosofia greca del tempo. Di fronte agli idoli creati dagli esseri umani c’è un Dio che si prende cura di loro, come ha cura dell’intero universo.

Con una buona dose di ottimismo, caratteristica dei saggi di Israele, il testo aggiunge che il fatto di appartenere a Dio porta gli esseri umani a non disperare neppure di fronte al peccato; anzi, proprio la consapevolezza di appartenere a Dio dovrebbe addirittura portare gli esseri umani a non peccare più. Se l’umanità riconosce la potenza di Dio, dice poi il v. 3, tale riconoscimento diviene addirittura radice di immortalità. La fede nel Dio biblico offre, al contrario degli idoli, la possibilità di una vita senza fine.

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