Abbiamo attivato un nuovo servizio per l'invio della newsletter.
Se non vi dovesse arrivare vi preghiamo di rinnovare l'iscrizione.

Sorelle Monastero di Bose Un dono per le moltitudini

stampa la pagina
Matteo 13, 1-9

Il lieto annuncio che ci offre questa pagina dell’evangelo ci narra il rapporto di Gesù con le folle, con le moltitudini — e Matteo, a differenza di Marco (4, 1) parla al plurale, per indicare attraverso di esse la totalità degli uomini — che vanno a lui, e alla cui attesa Gesù risponde insegnando, parlando, consegnando loro quella Parola che è uno dei doni più grandi che il Signore ha fatto al suo popolo Israele (cfr. Deuteronomio 4, 32-33) e alla chiesa (cfr. Giovanni 17, 7.14), affinché essi ne siano testimoni fra le genti (cfr. Luca 24, 45-48; Matteo 28, 19-20).


Sì, Matteo ci annuncia il grande amore del Signore per gli uomini tutti, uomini che si configurano come folle che seguono Gesù nel suo pellegrinare e verso le quali Gesù nutre profonda compassione, viscere di compassione, per quanti scorge come pecore senza pastore, e per questo stanche, spossate, affaticate (cfr. Matteo 9, 36). Anche nell’Antico Testamento ci viene annunciata questa compassione e questa tenerezza del Signore per l’umanità, questo amore viscerale che lo coglie nel vedere uomini che camminano senza orientamento, che non sanno distinguere la destra dalla sinistra (cfr. Genesi 4, 11) e ai quali, per andare loro incontro, Dio aveva inviato un profeta.

A queste stesse moltitudini, quale segno grande dell’amore che prova per loro, Gesù donerà se stesso, il suo stesso corpo nel grande mistero dell’eucarestia, profezia dell’evento della sua croce e resurrezione.

Proprio perché ama, dunque, Gesù, quale segno della sua compassione, insegna. Gesù «si sedette» (Matteo 13, 1), posizione del maestro; e lo fa di sua iniziativa, senza alcuna richiesta, quale risposta a un’attesa che egli legge, a un bisogno non verbalmente espresso, ma esistenzialmente provato da coloro che lo seguono. E Gesù, quale segno del suo amore, parla, poiché così aveva sempre fatto Dio, del quale egli stesso è la Parola definitiva (cfr. Ebrei 1, 1-2). Gesù agisce come il Padre, compie le stesse opere poiché da lui egli ha imparato (cfr. Giovanni 5, 19), a lui rivolge sempre il suo sguardo (cfr. Giovanni 1, 18), della sua intimità egli vive (cfr. Giovanni 16, 31) e da lui trae le stesse parole che, quale dono che egli stesso ha ricevuto, dona a sua volta agli uomini (cfr. Giovanni 12, 49-50).

Come il Padre, Gesù nel parlare si consegna, fa dono di se stesso, e dunque l’ascolto della sua parola è anzitutto accoglienza della sua persona e della sua volontà di comunione con ogni uomo.

E proprio per questa sua grande compassione per gli uomini Gesù parla in parabole. Quanta condiscendenza da parte del Signore! La parabola è un segno di misericordia, di rispetto per la fragilità dell’umana creatura, alla quale Gesù non vuole imporre un peso troppo grande, un peso di una rivelazione che la schiacci e di fronte alla quale essa possa non trovarsi nella libertà di rispondere sì o no. Gesù ha coscienza e cura della debolezza e fragilità umane, e a esse adegua anche la propria predicazione, sia con l’atteggiamento — si siede, in silenzio, in riva al mare, senza invitare lui stesso le folle, senza imporsi, ma prende l’iniziativa e poi aspetta, attende e infine accoglie — sia con le parole, mediante la delicatezza del parlare in parabole, affinché ciascuno possa comprendere a seconda delle sue capacità (cfr. Matteo 13, 9), a seconda di quanto il Padre gli avrà donato (cfr. Matteo 16, 17), e a seconda anche di quanto ciascuno avrà accettato di far spazio alla parola che Gesù annuncia (cfr. Matteo 19, 12).

Anche nell’annuncio, così, Gesù non è protagonista, ma fa obbedienza agli uomini, al Padre, alla potenza stessa della parola che gli è stato affidato di trasmettere. E così la prima parabola che Gesù proclama è la parabola di un seme che viene gettato, del seme della Parola (cfr. Matteo 13, 19) che viene offerto, donato e consegnato perché porti frutti di vita in coloro che l’accolgono con gioia e gratitudine. Ma noi — e forse questo è il non-detto di questo testo — siamo consapevoli dell’immenso dono ricevuto?

a cura delle sorelle di Bose
stampa la pagina

Le novità dal nostro canale Youtube

Post più popolari (ultimi 30 giorni)

Enzo Bianchi "Il valore del fallimento"

Massimo Recalcati "Tra i banchi meno programmi più umanità"

Enzo Bianchi "La scomparsa della vergogna"

Massimo Recalcati "Per capire un padre devi abbandonarlo (e poi amare il suo puzzo d’aringa)"

Enzo Bianchi "Perché si ama anche chi se ne va"

Lettori fissi

Post più popolari (ultimi 7 giorni)

Enzo Bianchi "Anche la chiesa impari dalla crisi"

Enzo Bianchi "La relazione con il corpo"

Bose 2021: tra eremo e metropoli