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Rosanna Virgili. "Donne. Una presenza marginale nella Chiesa istituzionale"

Se per “sinodalità” si intende quello stile della Chiesa apostolica che il libro degli Atti respira e racconta per cui, su questioni fondamentali della fede cristiana, ci si riuniva a discutere appassionatamente per prendere quelle decisioni dottrinali e pastorali cui tutti avrebbero dovuto dare ascolto, dobbiamo ammettere che per le donne non fosse prevista una presenza.
Al concilio di Gerusalemme, infatti, i nomi dei partecipanti sono maschili: Paolo, Barnaba, Pietro e Giacomo. La mancanza della citazione di nomi femminili non certifica, certo, la loro assenza fisica, ma neppure il contrario. Quel che conta è che alle decisioni che seguirono alle accese discussioni conciliari, non pervennero le donne, ma Pietro e Giacomo, in veste di capi della Chiesa. Nessun “potere” alle donne: né consultivo, né decisionale, se stiamo alla cronaca di questo Sinodo ante litteram (At 15). Se, invece, intendiamo la “sinodalità” nella sua connotazione più intima, comprendendo una presenza e una partecipazione piena alla vita della comunità, di sinergia missionaria kerigmatica e catechetica, allora le donne sono in primo piano: Maria, la madre del Signore, protagonista a Pentecoste; Maria, madre di Giovanni Marco, titolare di una Chiesa in Gerusalemme; Lidia che fonderà una Chiesa a Filippi, la Chiesa-madre dell’Europa; Priscilla co-fondatrice della Chiesa di Corinto e maestra del grande Apollo (At 2,12,16,18). Per non parlare della diacona Febe, dell’apostola Giunia e delle decine di collaboratrici citate nelle Lettere di Paolo. Esempi che conferiscono alle donne uno spazio indiscutibile.

Qualcosa di molto simile accade ai nostri giorni, in questo lungo periodo post-conciliare. Se per sinodalità si intende la gestione della vita ecclesiale, la collegialità dei vescovi, la discrezione delle Chiese locali in merito alla prassi pastorale, allora dobbiamo registrare, ugualmente, una quasi assenza della figura femminile, poiché il governo di tali attività è pressoché limitato al clero, vescovi e sacerdoti. Non avendo la Chiesa cattolica un clero femminile, la donna resta destinata a ruoli di servizio, ma, ancor più, di “interstizio”, di sussidio spesso senza titolo, di esecutrice di decisioni e programmi stilati da altri.

Presbiteri e laici chiamati a collaborare

Ancorché papa Francesco abbia delineato la geometria della sinodalità, richiamando «la nobile istituzione del Sinodo diocesano, nel quale presbiteri e laici sono chiamati a collaborare con il vescovo per il bene di tutta la comunità ecclesiale»; benché il Codice di diritto canonico parli di “organismi di comunione” della Chiesa particolare (il consiglio presbiterale, il collegio dei consultori, il capitolo dei canonici e il consiglio pastorale), l’effettiva realtà è che tali organismi sono quasi universalmente presieduti da chierici e trovano nei laici e nelle donne poco più di una “manovalanza”. Un aspetto è veramente dirimente: l’esclusione da ruoli di decisione e di governo delle donne, sia negli organismi di cui parla il Diritto canonico, sia, più in generale, da qualsiasi decisione — dottrinale o pastorale — che riguardi la vita della Chiesa locale e universale. Facciamo degli esempi concreti: raramente a presiedere gli Organismi del consiglio pastorale – l’unico che possa essere aperto anche ai laici — ci sono delle donne. Gli Uffici catechistici stessi sono quasi assolutamente affidati a dei sacerdoti e, in qualche caso — che ancora sorprende —, a delle suore; similmente gli Uffici famiglia delle diocesi, dove, è vero, è prevista la presenza di una coppia di sposi come responsabili, c’è come titolare sempre un sacerdote, al quale spetta l’ultima parola.

Un altro esempio di esclusione delle donne davvero macroscopico, che riguarda l’intera Assemblea sinodale è il divieto di prendere la parola nei Sinodi stessi. Basti pensare agli ultimi due Sinodi dedicati alla famiglia e ricordare non solo come l’Assemblea fosse formata quasi totalmente da preti e vescovi, ma anche di come le poche coppie donne presenti (tra queste Scaraffia e De Simone) fossero marginali e non potessero intervenire neppure nelle discussioni preliminari alle votazioni. Un limite evidente che le donne subiscono intorno all’esercizio della sinodalità, che limita, a sua volta, quella vocazione del Sinodo dei vescovi a essere: «la più evidente manifestazione di un dinamismo di comunione che ispira tutte le decisioni ecclesiali».

Al Sinodo sulla famiglia le donne senza la parola

Com’è possibile, infatti, che tale dinamismo si avvii se, addirittura nei Sinodi dedicati alla famiglia, le famiglie cristiane non possono prendere la parola? In che modo le donne hanno potuto ispirare le decisioni ecclesiali prese negli ultimi due Sinodi intorno alla coppia, al matrimonio, all’amore e alla relazione coniugale, al rapporto coni figli? Se idealmente: «il Sinodo dei vescovi è il punto di convergenza di un dinamismo di ascolto condotto a tutti i livelli della vita della Chiesa» e: «il cammino sinodale inizia ascoltando il popolo, che pure partecipa alla funzione profetica di Cristo», come tutto ciò si è reso visibile al Sinodo ordinario per la famiglia? Dov’erano le mogli? Dov’erano le madri?

Non possiamo dire che un passo importantissimo non sia stato quello dell’istituzione dei questionari preliminari alla celebrazione dei Sinodi, di cui si deve essere, anzi, particolarmente grati; purtroppo, l’effetto ottenuto è stato molto scarso, a causa di un deficiente utilizzo degli stessi, specialmente nelle diocesi italiane.

Ha ancora ragione papa Francesco a constatare che quanto la parola “Sinodo” contiene, vale a dire “camminare insieme” (laici, pastori e vescovo di Roma) sia: «un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica». È altrettanto difficile vedere, a occhio nudo, che ci sia attualmente nelle diocesi un effettivo impegno a riconoscere quanto chiede l’Evangelii gaudium a riguardo della partecipazione della donna alla vita ecclesiale. Sembra che quanto si legge ai nn. 103 e 104 sia ancora remoto alla preoccupazione di sacerdoti e vescovi. Onestamente ci si chiede: in quale diocesi si è messa a tema una simile riflessione?

Ed eccoci, allora, all’ultimo punto: quello che riguarda una sinodalità intesa in senso vasto, ideale e spirituale; quell’aria nuova che ha investito la Chiesa dopo il Concilio per cui viene riconosciuta la ricchezza delle varie componenti della grande famiglia “circolare” ecclesiale, l’importanza delle sue diversità, la necessità della polifonia nella declinazione del Vangelo.

In questa seconda accezione, come nella Chiesa delle origini v’era una presenza massiccia delle donne e una loro effettiva partecipazione alla vita delle comunità ecclesiali, così succede anche oggi nella Chiesa cattolica. Basti pensare alle migliaia di catechiste — forse un novanta per cento di tutti i catechisti italiani — che iniziano ai sacramenti della fede i nostri bambini. Una bella lezione di sinodalità. Oltre a tutte le altre attività pastorali, caritative, di impegno culturale, morale… Peccato che esse non possano collaborare a “prendere delle decisioni”, aggiungendo la loro sapienza affinché la Chiesa cresca. Sarebbe un progresso verso la Chiesa del terzo millennio, ma anche una memoria verso le donne sinodali dell’inizio.

in “Vita Pastorale” n. 2 del febbraio 2018 (dal sito francescomacri)

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