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Il custode della terra. Carlo Petrini intervista Enzo Bianchi


Quella tra uomo e natura è una relazione asimmetrica: la terra esiste anche senza l’uomo, mentre l’uomo non sussiste senza la terra. Per questo è sbagliato nutrirsi di un cibo che è frutto della violenza sugli animali e dello sfruttamento della natura. Da qui parte il dialogo fra il priore di Bose Enzo Bianchi e Carlo Petrini, ospitato nel 2005 sulle pagine di Slow, la rivista dei soci di Slow Food. Buona lettura!


Perché il milione e mezzo di morti causato dalle inondazioni che colpirono il Bangladesh nel 1986 nessuno lo ricorda più? Forse perché in quel poverissimo paese non abbiamo insediato i nostri finti paradisi terrestri? Forse perché l’acqua non si è portata via nessun occidentale?

Se nella tragedia del 26 dicembre le responsabilità dell’uomo emergono forti, con Enzo Bianchi, priore del Monastero di Bose (in provincia di Biella), Carlo Petrini affronta proprio i temi della responsabilità e del rapporto fra l’uomo e la natura.

Sullo tsunami i media occidentali hanno detto che l’uomo non c’entra, è solo un evento naturale. Invece iniziano a venir fuori delle responsabilità umane: le coste erano distrutte già prima. Che tipo di responsabilità si intravede?

I media hanno detto che l’uomo non c’entra: è vero. L’Europa è troppo abituata all’autocritica e a osservare l’inferno che l’uomo ha creato, dai campi di concentramento all’11 settembre. È stato quasi liberatorio poter dire, nel caso dello tsunami, che era solo colpa della natura, questa volta. Una natura che non è né la madre buona degli ecologisti, né innocente. E quando la tecnologia era minore l’uomo la subiva in modo ancor più pesante.

Ma davvero non c’è responsabilità umana? Dopo aver deturpato la nostra natura, dopo aver reso il Mediterraneo una pattumiera, andiamo a cercare e ricreare il “paradiso terrestre” altrove, senza chiederci perché le zone dove sono stati creati dal nulla i villaggi turistici fossero disabitate e perché gli indigeni abbiano scelto di vivere nell’interno o sulle alture. Se la colpa dello tsunami non è dell’uomo, dobbiamo comunque porci delle domande più profonde: perché abbiamo creato una nuova forma di colonie senza confrontarci con i locali? Perché il milione e mezzo di morti, causato dalle inondazioni che colpirono il Bangladesh nel 1986, nessuno lo ricorda più? Che cosa abbiamo fatto per il Bangladesh?

Siamo diventati dei coloni settimanali, dopo aver reso inospitali i nostri mari.

A proposito del concetto di responsabilità, sarebbe interessante capire come si confronta su questo tema l’Occidente.

Quella occidentale è una cultura plurale, con radici cristiane e un grande codice che è la Bibbia. E proprio dalla Bibbia traiamo due concetti chiave. Il primo ci dice, nel libro del Genesi, che la terra è stata creata prima dell’uomo e per millenni (i primi sei giorni) è stata senza di lui e può continuare a farlo, mentre l’uomo senza la terra non sussiste. Dunque si tratta di una relazione asimmetrica.

Nella creazione la terra è sentita come madre, di cui l’uomo diventa custode.

Di fronte a Dio l’uomo è responsabile della natura, la deve custodire e “ordinare”, nel senso che solo un’azione responsabile trasforma la natura in cultura, che dunque è data dal binomio tra natura e uomo. La responsabilità nei confronti della terra è dominio, ma per la vita: il «Dominate la terra» biblico è lo stesso verbo che indica il rapporto nuziale, non significa sfruttamento consumistico ma un custodire con amore che genera nuova vita. La centralità del binomio fra natura e uomo è riaffermata nell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, in cui la visione finale è quella della città con un grande e ospitale giardino.

Il secondo concetto chiave tratto dalla Bibbia è che gli uomini e le bestie sono co-creature, tutti compagni sullo stesso suolo, con lo stesso soffio di vita, la stessa benedizione da Dio, un unico destino. Poi la cultura occidentale ha fatto dell’uomo un uno sopra gli altri, che nella Bibbia non c’era. L’unica differenza è che noi abbiamo il senso dell’eternità. Se perdiamo questo equilibrio e questo senso di convivenza, deturpiamo la creazione.

Come possiamo inserire a questo punto del discorso il riferimento al cibo, e tentare un confronto fra una cultura occidentale onnivora e una cultura orientale dalle radici tradizionalmente vegetariane?

Sulla questione vegetariani-onnivori i cristiani purtroppo sanno poco, a dimostrazione del fatto che è venuto meno il contatto diretto con la fonte, il codice della loro religione che è la Bibbia. Nel libro della Genesi c’è un mandato per l’uomo («vi do ogni erba che produce seme») e dunque nel piano creazionale gli uomini avrebbero dovuto mangiare l’erba e i frutti della terra, ma non gli animali: il vero progetto per una creazione portatrice di vita prevede il divieto della carne. C’è un livello profondo in cui le religioni convergono e c’è la memoria di un tempo in cui l’uomo non accedeva alla carne. Poi però iniziò la violenza: Caino, Abele, oppressione, vendette fratricide fino ad arrivare al diluvio, che è un mito, alimentato però dai fenomeni naturali reali. È l’uomo che da solo capisce che con la sua condotta si merita proprio il diluvio.

Solo dopo il diluvio quanto si muove e ha vita può essere cibo (Genesi, 9, 3): è un’economia nuova, una possibilità nuova da cui viene escluso però il sangue, che per gli antichi rappresentava la vita, soprattutto nel Medio Oriente. Si possono mangiare gli animali ma bisogna ucciderli in modo che il loro sangue raggiunga la terra. L’insegnamento della cultura ebraica è che l’uomo non deve avere un atteggiamento prepotente e di dominio nei confronti di ciò di cui ci si nutre: l’obbligo per l’ebreo di mangiare un animale ucciso solo dopo averlo liberato del suo sangue sta a indicare che l’uomo deve prendere le distanze da ciò che consuma e non pretendere di consumarlo subito.

Non si tratta dunque solo di riti come il kasher, ma di un rapporto cosciente e rispettoso della vita dell’animale, che l’uomo sa che non potrà mai possedere totalmente. Ecco allora che appartiene alle nostre radici cristiane il fatto che nutrirsi non possa essere un atto che fa violenza alla natura.

Molti fra i primi cristiani, essendo pagani, non avevano radici ebraiche e macellavano in modo diverso. Il I Concilio apostolico di Gerusalemme (circa 50 d.C.) decise di “sdoganare” tutti i cibi escluso il sangue degli animali, perché ciò implicava il rispetto della vita di questi ultimi e la presa di coscienza di ciò che si faceva quando si mangiava.

Il cristianesimo è onnivoro come l’ebraismo e l’islam ma, diversamente da queste due religioni, ritiene tutto puro nel mondo. Il divieto morale che esso impone è di mangiare per consumare senza pensare a ciò che si fa, nutrendosi di un cibo che è frutto della violenza sugli animali e dello sfruttamento della natura. Il metodo moderno di allevamento dei polli rispetta forse la vita?

E quello industriale dei gamberetti, ci chiediamo noi?

Intervista a cura di Carlo Petrini tratto da Slowfood, num 11 (mag 2005)

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