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Enzo Bianchi Cinquant'anni

Bose, 8 dicembre 2015

50° Anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II
e dell’inizio della vicenda di Bose

Cari amici e ospiti e voi che ci seguite da lontano,

cosa dirvi in questi giorni che segnano i cinquant’anni dalla fine del concilio Vaticano II e dall’inizio della nostra vicenda qui a Bose? Per il concilio non abbiamo altri sentimenti che il ringraziamento al Signore per il dono che ha fatto alla chiesa e al mondo di un evento in cui è stato protagonista lo Spirito santo. Grazie a quell’evento sono emerse come urgenti due indicazioni del Vangelo: la comunione visibile tra tutti i cristiani battezzati nel nome del Signore Gesù e l’ascolto dell’umanità tutta, anche quella non cristiana, impegnata in altre vie di spiritualità o in un cammino di umanizzazione ispirato dalla coscienza. Questo è stato il cambiamento autentico e concreto nello stare della chiesa nella storia del mondo. Se anche il nostro cammino monastico ecumenico a Bose è stato possibile, lo dobbiamo a questo evento.

Quanto a quest’ultimo, io non sono sicuro di nulla, se non che abbisogna anch’esso della misericordia del Signore! Per questo non facciamo nessuna commemorazione e nessuna festa: non perché vogliamo essere diversi dagli altri, ma perché mettiamo nelle mani del Signore il cammino percorso e gli diciamo e gli ripetiamo ogni giorno “Kyrie, eleison!”. Non abbiamo mai voluto “dare testimonianza” qua e là, e neppure qui a Bose. Vorremmo saper dare testimonianza a Cristo, l’unico Signore che riconosciamo, mentre su di noi chiediamo solo a voi la preghiera e al Signore la sua misericordia.
Non sappiamo dire se questa vicenda è stata voluta dal Signore: lo speriamo. Non sappiamo dire se facciamo il bene o se siamo di ostacolo al Signore: ce lo dirà il Signore stesso nel giorno del giudizio. Non sappiamo se a ciascuno di noi sarà dato di sentirsi chiamare beato o benedetto, ma abbiamo cercato di compiere umanamente ciò che ci sembrava umano e non era in contraddizione con quella parola di Dio che cercavamo e che ci sembrava di trovare nell’ascolto quotidiano delle sante Scritture.

Al centro di tutto il nostro vivere c’è il Signore Gesù, quest’uomo che ci ha insegnato a vivere in questo mondo, quest’uomo che è passato facendo solo il bene, quest’uomo che era straordinario perché “umanissimo”, quest’uomo che raccontava Dio con la sua carne, la sua vita, la sua parola. Egli era ed è Dio, parola in verità ambigua, ma che per noi significa la verità, l’eternità, ciò che ci precede, ci accompagna, ci segue, qui e al di là della nostra morte. Sì, noi lo amiamo senza averlo visto e senza vederlo crediamo in lui che dà senso alle nostre vite, sempre inadeguate in ogni relazione vissuta: con gli uomini e le donne che incontriamo e con lui, nel quale c’è tutta l’umanità e tutta la divinità.

Quando facciamo memoria di lui, quando lo invochiamo, quando a tratti sentiamo di dire con audacia che viviamo con lui, sgorga spontanea sulle nostre labbra la semplicità del “Kyrie, eleison! Signore, abbi misericordia di noi!”. E vogliamo pronunciare questa parola fatti voce di quanti non riescono a esprimerla, schiacciati dalla sofferenza e dal male e dal peccato, uomini e donne che faticano a vivere e a sperare, poveri perché bisognosi, ultimi, anonimi, non riconosciuti… “Signore, abbi misericordia di noi!”. Ma vorremmo essere voce anche degli alberi che ci stanno accanto sussurrando al soffio del vento, degli animali che piangono e cantano, delle pietre immobili che hanno la sola vocazione di restare dove sono.

Cari amici, per noi questa è la vocazione che speriamo di portare a compimento quando chiederemo di essere stesi sulla nuda terra per fare l’esodo da questo mondo alla vita per sempre, per essere ancora insieme come lo siamo stati di qui, nell’amore, nell’amicizia, nella sorprendente avventura dell’incontro…
Pregate per noi affinché non diamo scandalo a nessuno e perché nessuno possa dire che gli abbiamo mostrato indifferenza. Pregate affinché siamo liberati dalla “grande tentazione”. Noi preghiamo per voi.

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