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Luciano Manicardi Essere in comunione a tavola

dal sito del Monastero di Bose

Il racconto Il pranzo di Babette, di Karen Blixen, illustra le differenze di gusto tra persone di diversa levatura culturale e appartenenti a strati sociali diversi.
Nel banchetto offerto da Babette la comunità dei rigorosi e pii puritani, persone semplici e povere, mangia senza gustare e senza capire il pranzo fastoso, mentre il generale Loewenhielm, uomo di alta condizione sociale e raffinato, era stupefatto e perfino allibito di fronte ai piatti di altissima cucina e ai vini ricercatissimi che si succedevano l’uno dopo l’altro in quel banchetto nel paesello sperduto di Berlevaag in Norvegia.1 E tuttavia il pranzo sontuoso agisce anche sugli ignoranti che non hanno capito cosa avevano mangiato. Agisce come miracolosamente, è grazia. Il discorso del generale Loewenheilm, illuminato dall’incredibile che è avvenuto davanti ai suoi occhi in quel prodigioso banchetto, è tutto centrato sulla grazia. E il pranzo ha sciolto le lingue, ma anche e ancor di più gli antichi rancori, gli odi sedimentati, e crea il tempo del perdono:

“Le due vecchie che una volta s’erano calunniate ora, in cuor loro, riandavano verso un lontano passato, oltre l’epoca malvagia in cui erano state ferite, ai giorni della loro prima adolescenza, quando insieme si erano preparate alla cresima e mano nella mano avevano fatto risuonare dei loro canti le strade attorno a Berlevaag. Un Fratello della Congregazione dette a un altro un colpo nelle costole, quasi una rude carezza tra ragazzi e gridò: ‘Mi hai truffato con quel legname, vecchio manigoldo!’ Il Fratello così apostrofato era crollato in un celestiale scoppio di risa, mentre dai suoi occhi scorrevano lacrime. ‘Sì, è vero, amato fratello’, rispose. ‘È vero’”.2

Gustare il buon cibo diviene gustare la compagnia, la comunione che si crea attorno alla tavola e al cibo condiviso. La parola “compagno” deriva da cum panis e indica la condivisione dello stesso cibo. Anche per la Bibbia l’amico è “colui che mangia con me lo stesso pane” (Sal 41,10). L’amicizia è condivisione del cibo. Il pranzo di Babette scioglie anche i sensi e sollecita l’eros:

“Il capitano Halvorsen e la signora Oppegaarden si trovarono improvvisamente vicini in un angolo e si scambiarono quel lungo, lungo bacio per il quale non avevano avuto tempo durante il segreto titubante amore della loro gioventù”.3

Per la Bibbia, come per la storia della cultura, il mangiare è atto comune, comunitario e comunionale: la tavola condivisa è il luogo in cui si fondano e si “nutrono” rapporti famigliari e sociali. Il mangiare è segno di festa, e perciò avviene nella convivialità, nella condivisione, nella commensalità: a tavola condividiamo cibo, ma anche quelle relazioni che danno senso al vivere sostenuto dal cibo. Il senso si innesta sui sensi. Il nostro modo di mangiare dice qualcosa sulla nostra identità profonda e sulla nostra affettività. Infatti, “mangiare” ha a che fare con l’oralità, dunque con il registro del desiderio. Con la bocca noi parliamo, baciamo, mangiamo: la sfera della comunicazione, la sfera affettiva, la sfera nutritiva sono tutte implicate nell’oralità. La nostra storia personale è anche la storia della nostra alimentazione.

Il credente, poi, mangia dopo aver pregato, dopo aver benedetto l'autore della vita, dopo aver fatto memoria del Creatore che dona il cibo alle sue creature. Il ringraziamento, la benedizione prima del pasto è riconoscimento del Terzo tra chi mangia e il mondo e ricorda che il rapporto corretto tra uomo e mondo è segnato dall'eucaristia, dal rendimento di grazie. L'azione di grazie è il movimento, così centrale nel cristianesimo, che consente all'agire dell'uomo di non cadere nell'idolatria e nel consumo ma di restare nella comunione.

1 K. Blixen, «Il pranzo di Babette», in Eadem, Capricci del destino, Feltrinelli, Milano 19896, pp. 35-37.

2 Ivi, p. 40.

3 Ivi, p. 40.

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