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Casati - 27 ottobre 2013 XXX Tempo Ordinario


Sir 35,12-14.16-18
2 Tm 4,6-8.16-18
Lc 18,9-14

Parabola del fariseo e del pubblicano. Una parabola risaputa, quasi scontata. E quasi scontato sembra da che parte stiamo, dove siamo schierati: dalla parte del pubblicano, e non dalla parte del fariseo, pensiamo.
Ma è poi così vero? È così vero che in qualche misura non assomigliamo al fariseo? O non sarà vero che un po' del pubblicano e un po' del fariseo convivono dentro di noi? Diventa allora importante, per cogliere l'insegnamento della parabola, sottolineare il contesto in cui nasce e quindi dove va a parare la parabola. Il contesto è esplicito. È scritto: "Ora disse anche questa parabola per alcuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri". Se il contesto è questo -la presunzione di essere giusti e il sentirsi superiori agli altri- il dubbio può essere legittimo, dico il dubbio che la parabola in qualche misura non ci riguardi, e che, di conseguenza, sia una grazia che Gesù oggi la racconti a noi. A noi che oggi siamo venuti al tempio a pregare: "Due uomini salirono al tempio a pregare". L'insegnamento della parabola, se stiamo al contesto, non è immediatamente un insegnamento sulla preghiera, ma su un atteggiamento dello spirito che innerva sì la preghiera, ma, ancor prima, innerva la vita. Scrive un biblista: "Ciò che va raddrizzato non è innanzitutto la preghiera (essa è il frutto di qualcosa che la precede), bensì il modo di concepire Dio e la salvezza, se stessi e il prossimo" (B. Maggioni, Le parabole evangeliche, pag. 241). La parabola sembra dunque insegnare che esiste una stretta, strettissima connessione, più di quanto normalmente pensiamo, tra preghiera e vita: da un modo sbagliato di concepire la vita nasce una preghiera sbagliata. Di qui la domanda: come concepisco il mio rapporto con Dio: presumo di essere giusto? Come concepisco il mio rapporto con gli altri: mi sento superiore agli altri? Da come concepisci il rapporto nasce una preghiera giusta o sbagliata. Certo, se tu stai alla fisicità delle parole, non puoi dire che le parole del fariseo, le parole della sua preghiera, o di tante nostre preghiere, siano false. Sono parole vere, dicono il vero: è vero che il fariseo è un osservante, è vero che le cose che dice le ha fatte, è vero che ha fatto anche più dello strettamente comandato: digiuna due volte, e paga la decima addirittura di tutto! Ma com'è il suo cuore nei confronti di Dio? È come se la salvezza uscisse dalle sue mani per andare a Dio: da lui a Dio. Ne è prova l'atteggiamento del corpo: "…stando ritto, pregava fra sé", come se si parlasse addosso, qualcuno traduce "rivolto a se stesso". Dice "Dio", ma è lui al centro. Un po' come facciamo noi, quando diciamo: "cosa credi, mi sono fatto con le mie mani". Se la preghiera è rimandare a Dio le nostre opere buone, è una preghiera sporca, che non ci giustifica. Al contrario il pubblicano attende dall'alto, quasi non c'è fisicamente, non attenua la sua lontananza. Il cielo lo sente così immeritato, così sproporzionato, che neanche con gli occhi osa sfiorarne il mistero. E si batte il petto, lui peccatore, e lo è, dicendo: "O Dio, sii benigno con me peccatore". E Dio fu benigno. Uscì dalla preghiera giustificato. Non presumeva della sua giustizia. E non aveva lo sguardo duro sugli altri. Ecco, potremmo dire -badate bene, è un criterio che raramente viene proposto come discernimento della preghiera- potremmo dire: dal tuo sguardo sugli altri puoi dedurre se la tua è una preghiera sporca, sprecata, che non giustifica. Se il nostro sguardo è di superiorità -"non sono come gli altri e nemmeno come questo pubblicano"-, se ci sentiamo superiori e giudici, giudici spietati, la nostra non è preghiera, anche se le celebrazioni fossero coloratissime, anche se i riti si prolungassero all'infinito. Se l'immagine che diamo come chiesa è quella di chi sta ritto come il fariseo e guarda dall'alto in basso, non c'è preghiera, non c'è giustificazione. Il criterio è: con quale tenerezza guardiamo gli altri, con quanta passione parliamo delle cose terrene. Mi ha colpito una frase di Simone Weil, folgorante per la sua profondità. Scrive: "Non è tanto da come uno parla di Dio che io riconosco se la sua anima è passata attraverso il fuoco dell'amore di Dio, quanto, piuttosto, da come egli parla della cose terrene". Non da come parliamo di Dio, ma da come parliamo e da come guardiamo le cose terrene. Le guardiamo come il fariseo o come il pubblicano?
Fonte:sullasoglia

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