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Manicardi - 26 maggio 2013 Trinità

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 Fonte: monasterodibose
domenica 26 maggio 2013
Anno C
Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15


La prima lettura presenta quella figura della Sapienza che rappresenta Dio nel suo comunicarsi agli uomini, nel suo entrare in relazione con loro, e questa comunicazione, che il Primo Testamento dice essere avvenuta essenzialmente attraverso la parola (e dunque anche attraverso il soffio che accompagna la parola), secondo il Nuovo Testamento è avvenuta pienamente in Gesù Cristo, la Parola fatta carne (cf. Gv 1,14), e nello Spirito santo, il Soffio divino.
In particolare, la comunicazione di Dio agli uomini nel Figlio e nello Spirito si manifesta come comunicazione del dono dell’amore (II lettura). Lo Spirito completa nel credente l’opera di Cristo interiorizzando in lui la presenza del Figlio e guidandolo ad assumere e a portare la Parola di Dio che fa rinascere a figli di Dio (vangelo).

I testi biblici utilizzati dalla liturgia per celebrare il mistero della Trinità divina sottolineano l’aspetto della comunicazione della vita divina agli uomini. Viene così rivelato che il Dio che si comunica all’umanità nello Spirito e nel Figlio Gesù Cristo è il Dio che è comunione e comunicazione in sé stesso. La Trinità, che esprime il “come” dell’unità di Dio e la esprime in termini di comunione interpersonale, fonda il fatto che noi possiamo parlare di Dio solo in termini di comunione. Se Dio è comunione nel suo stesso essere, se lo Spirito è Spirito di comunione e se Cristo è “persona comunitaria” inscindibile dal suo corpo che è la chiesa, allora la comunione è la natura stessa della chiesa: la chiesa di Dio o è comunione o non è.

Dalla Trinità divina discende anche la visione della persona umana come relazionale: nella Trinità ogni persona è per l’altro e la persona umana si realizza nella relazione con l’altro. E discende la concezione dell’intangibilità e inalienabilità della persona umana: come i nomi delle tre persone trinitarie non sono confusi né interscambiabili, così la persona umana è un valore in sé, è un fine e non un mezzo, è una grandezza non sacrificabile a interessi sociali o pubblici o di altro tipo.

La promessa dello Spirito è formulata da Gesù a partire dal suo sguardo che vede la debolezza dei discepoli, la loro incapacità a portare il peso delle parole che egli ancora avrebbe da dire (cf. Gv 16,12). La compassione del Figlio è all’origine della promessa dello Spirito il quale a sua volta è segno della compassione divina. Il testo suggerisce che nello Spirito santo la vulnerabilità di Dio incontra la debolezza umana. E la venuta dello Spirito diventa il cammino dell’uomo: “Quando verrà lo Spirito della verità egli vi guiderà verso tutta la verità” (Gv 16,13). La venuta dello Spirito orienta il cammino dell’uomo verso Cristo, e verso il Cristo che è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Colui che è la verità è anche la via: la comunicazione della vita divina all’uomo grazie allo Spirito diviene così cammino quotidiano sempre da riprendere ascoltando e interiorizzando la Parola di Dio che conforma il credente al Figlio.

Lo Spirito che introduce nella vita divina è segno di un’assenza (“Se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore”: Gv 16,7) e espressione di un silenzio, di un non-detto (cf. Gv 16,12): la vita spirituale del credente diviene dunque un far abitare nel credente la presenza e la Parola del Signore grazie all’accoglienza dello Spirito. La comunicazione di Dio all’uomo avviene anche grazie al ritrarsi di Cristo e al suo silenzio. E anche la comunicazione intraumana avviene non solo con la parola e la presenza dell’uno all’altro, ma anche con il silenzio e la discrezione. Lo Spirito, comunicando (o “annunciando”, come traduce la Bibbia CEI: vv. 13.14.15) all’uomo il mistero di Dio, glorifica il Figlio. E il credente glorifica il Signore accogliendo la comunicazione divina e facendosi dimora della sua presenza. E la glorificazione si manifesta come amore, amore di Dio e amore del credente “Chi mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

LUCIANO MANICARDI
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