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Manicardi - 7 aprile 2013 II Domenica di Pasqua

domenica 7 aprile 2013
Anno C
At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-11a.12-13.17-19; Gv 20,19-31


Il Risorto manifesta la sua presenza nel corpo comunitario guarendo con le piaghe delle sue ferite di Crocifisso l’incredulità di Tommaso (vangelo); mostra la sua potenza nelle guarigioni che gli apostoli compiono sul corpo di molti malati (I lettura); svela la sua presenza vivificante al cuore delle comunità cristiane (cf. Ap 1,13) in un giorno preciso, “il giorno del Signore” (Ap 1,10), la domenica, memoriale della resurrezione nel dipanarsi del tempo e della storia (II lettura).


Il vangelo è il libro che è sacramento della potenza di resurrezione del Signore in quanto raccolta di “segni scritti” (Gv 20,30) capaci di destare la fede che conduce alla salvezza (vangelo); Giovanni, l’autore dell’Apocalisse (Ap 1,4.9), riceve il comando di scrivere le visioni e le profezie che diverranno parola indirizzata a ciascuna comunità cristiana e che, letta nell’assemblea, narrerà il Signore della storia e farà regnare le energie pasquali guidando ciascuna comunità nel cammino della conversione (II lettura).

Se, andando alla passione, Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Amatevi gli uni gli altri: da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli” (Gv 13,35), ora, risorto da morte, Cristo, di fatto, dice: “Rimettete i peccati: da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, abitati dal mio Spirito” (cf. Gv 20,22-23). La remissione dei peccati appare come il segno distintivo della chiesa che testimonia il Risorto, tanto che essa deve trasparire e manifestarsi nell’Eucaristia (cf. Mt 26,28: “Questo è il mio sangue versato in remissione dei peccati”), nell’esercizio dell’autorità (cf. Mt 16,19: l’autorità di sciogliere e legare), nella missione (cf. Gv 20,23). Nel nostro testo la remissione dei peccati non appare un potere giuridico, ma carisma, dono, grazia, tanto che la sua condizione è la ricezione dello Spirito, l’accoglienza del dono dei doni. Il corpo trafitto e glorioso di Gesù narra sinteticamente l’intera sua vita come vita di amore, è corpo narrante che manifesta e parla di ciò che ha vissuto, lo ha fatto rivivere e lo fa vivere: l’agape. Il corpo risorto di Gesù parla di un amore vissuto fino alla fine e di uno Spirito che ha accompagnato tale amore fino a rendere le ferite, le ingiurie e la morte subìta, occasione ulteriore di dono, di amore. L’amore è all’origine della resurrezione. Il corpo risorto di Gesù è corpo narrante vedendo il quale si vede altro e oltre: si vede l’amore del Padre, si vede l’amore con cui il Figlio ha vissuto il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro così come le violenze dei soldati e le ostilità delle autorità religiose. Il corpo risorto di Gesù è il corpo che narra la capacità di fare del male subìto un dono. Ed è corpo che chiede alla chiesa di divenire essa stessa corpo narrante, corpo che narra la misericordia di Dio e la sua capacità di perdono e di remissione dei peccati.

La manifestazione del Risorto suscita la gioia dei discepoli (cf. Gv 20,21) realizzando così la promessa di Gesù: “Voi ora siete nella tristezza, ma io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,22-23). La gioia pasquale, la gioia cristiana, la gioia che niente e nessuno può togliere, non elimina le ferite e le sofferenze subìte ma, innestandole per fede in Cristo, può farne – evangelicamente – qualcosa: non un motivo di rivalsa o di vendetta, ma di perdono e di amore, e così realizza la “giustizia superiore” (Mt 5,20).

La fede nel Risorto nasce in Tommaso passando attraverso la conoscenza delle ferite che Cristo porta nel suo corpo. E attraverso la presa di coscienza del fatto che egli stesso non è estraneo a tale opera di trafittura: Gesù gli chiede di prendere contatto con le sue ferite! La fede pasquale nei cristiani non può nascere se non passando attraverso la presa di coscienza delle ferite che si provocano nel corpo di Cristo che è la chiesa, che si infliggono alle sue membra, i fratelli e le sorelle nella fede. Solo questa fede pasquale è autentica perché accompagnata dal pentimento e dalla conversione del credente stesso.


LUCIANO MANICARDI

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