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Manicardi - 14 ottobre 2012 XXVIII tempo O.

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Fonte: monasterodibose
domenica 14 ottobre 2012
Anno B
Sap 7,7-11; Sal 89; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30


Prima lettura e vangelo forniscono l’occasione per una catechesi sulle ricchezze, dunque sul rapporto con i beni e sul loro uso.
Il passo dell’Antico Testamento afferma che la Sapienza è un bene superiore e incomparabilmente più prezioso dei beni materiali; il vangelo mostra l’attaccamento alle ricchezze come il più grande ostacolo alla chiamata del Signore, all’ascolto della Parola e alla radicalità cristiana (cf. Mc 10,17-22), dunque alla salvezza (cf. Mc 10,23-27).

Il vangelo presenta il fallimento di una chiamata. Il comando di Gesù (“Va’, vendi, vieni, seguimi”) viene disatteso e il suo amore (“lo amò”: Mc 10,21) viene frustrato. Il chiamato, a sua volta, fallisce il suo desiderio che l’aveva spinto a rivolgersi con ardore a Gesù: cercava il suo nome proprio (di lui si dice che è un anonimo, “un tale”: Mc 10,17) e resta un participio: “uno che aveva molti beni” (Mc 10,22). L’attaccamento alle ricchezza può falsare la verità dell’uomo impossessandosi del suo cuore. Nel denaro si crede, si pone la fiducia, perciò Gesù ha posto un aut-aut netto eppure così spesso eluso, interpretato, ridimensionato dai cristiani nella storia: “Non potete servire a Dio e a Mammona” (Mt 6,24). E il termine Mammona deriva dalla radice ’aman che significa aver fede, credere.

Il testo pone in relazione tristezza e ricchezza: “Rattristatosi, se ne andò afflitto perché aveva molti beni” (Mc 10,22). Poiché la miseria abbrutisce e intristisce l’uomo, quando il denaro diviene motivo di tristezza? Certamente quando da mezzo diviene fine a cui una persona asservisce la propria vita. Questa vita è “contro natura” (Aristotele), “malata” (Spinoza). In che consiste la tristezza dell’uomo ricco? Nel suo fallire il proprio desiderio, nel lasciarsi vincere dalla paura che lo porta a preferire la sicurezza dei beni all’incertezza della relazione con Gesù, nel chiudersi all’amore, nel precludersi un futuro regredendo nel già noto del suo passato, nel cogliersi in maniera unidimensionale come “uno che ha molto”, nel temere la sofferenza della vita interiore e del lavoro di ordinamento della propria umanità a cui Gesù lo invita (cf. Mc 10,18-19). Quest’uomo è posseduto da ciò che possiede e sembra dar ragione in anticipo a Marx quando scrive: “Più si ha e più è alienata la propria vita”.

Proprio in questa condizione di “troppo pieno”, di fiducia posta in beni esteriori che arrivano a schiavizzare mentre ci si crede liberi, risiede l’ostacolo che le ricchezze pongono alla salvezza. Entrare nella relazione con Gesù e dunque nello spazio della salvezza implica il doloroso riconoscimento di un vuoto, di una carenza, di una ferita attraverso cui può farsi strada l’azione salvifica del Signore. Non a caso l’uomo ricco è rinviato da Gesù a riconoscere la propria povertà interiore e profonda (“Una cosa ti manca”) e proprio lì egli fallisce: il possesso delle ricchezze dà sicurezza e consente di rimuovere il doloroso lavoro di riconoscere la propria mancanza. In realtà, dice Gesù, non solo le ricchezze sono un ostacolo, ma la salvezza in quanto tale non è impresa possibile alle sole forze dell’uomo: ogni autosufficienza, di qualunque tipo, ostacola il Regno di Dio. Ma, certamente, il possibile di Dio può incontrare l’impossibile degli uomini (cf. Mc 10,27).

Quanto ai discepoli, che hanno abbandonato tutto ciò che possedevano per seguire Gesù, a loro è rivolta la promessa di Gesù del centuplo quaggiù, insieme a persecuzioni, e la vita eterna. C’è una benedizione insita nell’abbandonarsi al Signore, ma della promessa del Signore fanno parte anche le persecuzioni, dunque le contraddizioni, le difficoltà. Se il discepolo sa che esse sono parte integrante della promessa del Signore, allora esse potranno non scoraggiarlo o indurlo ad abbandonare. E comunque, la sequela di Gesù deve essere rinnovata e scelta nuovamente ogni giorno, pena, il suo fallimento. In effetti, coloro che hanno un giorno lasciato tutto per seguire Gesù, arriveranno a un momento in cui, tutti, abbandoneranno Gesù e fuggiranno (cf. Mc 14,50).


LUCIANO MANICARDI
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