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Casati - 21 Ottobre 2012 XXIX Tempo Ordinario


Is 53,2a.3a.10-11
Eb 4,14-16
Mc 10,35-45

Forse anche i liturgisti, quando si trattò di scegliere questo brano del Vangelo di Marco, furono presi da un moto di pudore e scorporarono il brano dal suo contesto: il contesto è quello del viaggio a Gerusalemme, viaggio verso la passione e la morte.
E Gesù che per la terza volta preannuncia la sua passione. Che strana cosa! Al primo annuncio Pietro si ribella all'idea e rimprovera Gesù; al secondo annuncio seguono i discorsi dei discepoli lungo la strada su chi fosse il più grande fra loro; al terzo annuncio, come risposta, i due fratelli Giacomo e Giovanni fanno una questione di posti: "Dacci di sedere uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nella tua gloria". È questo che chiedono. Come se Gesù avesse parlato a vuoto. Succede anche a noi: usciamo ed è come se Gesù avesse parlato a vuoto. E pretendono, capite! "Noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo". E, dopo che hanno chiesto i primi posti, Gesù a dire: "Voi non sapete ciò che domandate". Domandano, ma è come se sfuggisse loro che cosa sta sotto la loro domanda, quali sentimenti la muovono, quali pulsioni, quali mire segrete. Perfino le domande a Dio, le nostre richieste fatte preghiera, possono venire -dice un vescovo- "da uno zoccolo duro di superbia e di prepotenza, che ci rende ciechi, che ci impedisce di sapere ciò che chiediamo, alza muri tra gli amici e blocca ogni via di uscita" (Giancarlo Bregantini). È proprio vero che la superbia chiude gli occhi, non ti permette di guardare con sincerità dentro il tuo cuore, genera preghiere che sono pretesa, e alza muri: "All'udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni". Gli altri dieci, all'unanimità: unanimi nella gelosia, nella rivalità, uno spettacolo indecoroso che i vangeli registrano con una schiettezza disarmante. La superbia rende ciechi. E Gesù sposta l'orizzonte, l'orizzonte della domanda, quasi a dire: non è questa la strada, questa è una strada chiusa. Qualcuno, nell'ambito della vita sociale, dovrà pur ricoprire delle cariche, ma se lo spirito che muove è quello dell'io arrogante, dell'interesse personale, del dominio, si alzano i muri, non si genera il bene comune, si genera il bene di pochi, si dissangua una società. È altra la strada: "Potete bere il calice che io bevo o ricevere il battesimo con cui sono battezzato?". È questa, secondo Gesù, è questa la garanzia. Sì, potremmo anche dire, questa la condizione che consente a un potere di rimanere tale e di non degradare in dominio: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di essi il potere. Ma fra voi non è così". Sembra quasi di scorgere una sottile ironia nel modo di esprimersi di Gesù, come se volesse ridimensionare i nostri criteri e i nostri linguaggi. "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni...": "sono ritenuti", ma non lo sono. Non sono guide, hanno in mente altro, hanno in mente se stessi. Qual è la via proposta da Gesù: bere al suo calice, bere al calice dell'amarezza e della sofferenza. Se non passi dentro i drammi della gente, se non condividi, ma dal di dentro, non dall'alto, la sofferenza, se non sei coinvolto nel calice amaro, la tua voce non è una risposta né ai problemi, né alla vita, né alla morte, la tua è una commedia, niente più di una commedia. "La vita" -scrive il Vescovo di Locri, Giancarlo Bregantini, vescovo di una terra spesso ferita- "è segnata da questo passaggio che precede ogni altra riflessione teologica e biblica. Se esse spesso sono sterili, non dipende dalla loro chiarezza, che anzi è crescente, ma dal fatto che prima non c'è stato l'incontro diretto personalizzato, coinvolgente con quel calice. È quello che rende vere le nostre parole, le nostre omelie, le nostre scelte. Perché si incide nel tono della voce e si fa scintillio negli occhi. Chi parla, allora, dice cose che ha prima sofferto e patito. Nel mistero della croce". Ci riempie di emozione e commozione pensare a coloro che in terre lontane, prima di parlare si fanno carico delle sofferenze, portano i patimenti e i drammi dei popoli della terra. Prima di parlare.
Fonte:sullasoglia

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