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La parola della domenica 20 Maggio 2012 (Casati)


At 1,1-11
Ef 4,1-13
Mc 16, 15-20

Qualcuno di noi incomincia a saperlo - non sempre i preti ce lo hanno insegnato - ma questa chiusura del Vangelo di Marco che oggi abbiamo ascoltato costituisce un falso. Non nel senso che dica cose non vere, ma nel senso che non è la chiusura del Vangelo di Marco, bensì di un altro sconosciuto redattore, che da un certo punto di vista dobbiamo anche ringraziare; tanto sono diverse le sue parole dal resto del Vangelo che qualcuno se n'è accorto.
Dunque l'evangelo non finiva così, finiva invece al versetto 8 del capitolo 16°; finiva con le tre donne che al sepolcro vuoto si sentono dire: "È risorto, ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea". Ed ecco il versetto ottavo, conclusivo, conclusivo del vangelo: "Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di stupore. E non dissero niente a nessuno perché avevano paura". Il vangelo finisce con questo timore e stupore. Con questa paura, paura di dire. Una fine che qualcuno di noi potrebbe ritenere "ingloriosa". Perché allora l'aggiunta? Che finisce per essere un maldestro rattoppo! Forse perché non è bello finire con l'infedeltà dei dodici e con la paura delle donne. O forse perché nel vangelo di Marco non era evidente, era ignorata la consegna agli apostoli della missione, la missione sembra affidata alle donne, certo più fragili, più paurose, ma, dopotutto, anche le più fedeli: ...a guardare da lontano il venerdì santo c'erano solo loro - Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome -, e all'incrinarsi della notte, il mattino di Pasqua presso la tomba vuota, ancora loro, solo loro, puntualmente nominate, ancora una volta, dopo pochi versetti. Ecco, è forse questo sconcerto che ha spinto un copista, chissà forse del secondo secolo, ad aggiungere un foglio al vangelo. Era troppa la meraviglia, eppure era questa la cosa bella dell'Evangelo, troppa la meraviglia del veder affidato il Vangelo, la missione del Vangelo a cuori deboli, a chi non aveva la pienezza della fede. Poi sono venuti i tempi della comunità forte, delle ferme verità, della ferma adesione, della ferma proclamazione. Ma si è perso un poco -o tanto- la meraviglia di un Vangelo, di un Gesù -perché il Vangelo è Gesù- di una speranza affidata a ciascuno di noi e non importa se debole nella fede, se intimorito dei propri dubbi, se lento a credere. Chi - ecco il punto - chi potrà farsi portavoce del Vangelo in Galilea, cioè nel paese di ognuno, paese della lontananza? Chi - scrive Aldo Bodrato - chi, se non le donne che hanno taciuto? Chi, se non i discepoli che lo hanno abbandonato? Chi, se non gli undici che lo hanno tradito? Chi, se non Pietro che ha taciuto, abbandonato, tradito, rinnegato?... Chi, se non tutti coloro che, con noi, leggono e non capiscono, ascoltano e non riescono a credere ai propri orecchi, vorrebbero aver fede, seguire e attendere e restano inchiodati al proprio silenzio? (Aldo Bodrato, Il Vangelo delle meraviglie, pagg.241-242). Ecco, non togliamo al Vangelo questa meraviglia che è la meraviglia di un Vangelo, di una speranza, affidata alle nostre deboli mani, mani di chiunque! e che è, dopo tutto, la meraviglia che ti prende anche ogni volta che ricevi l'Eucarestia e pensi: che coraggio, Signore! nelle mie mani! Forse se ci diciamo queste cose siamo anche più veri. Così come siamo anche più veri se interpretiamo in modo forse un po' più umile le parole della aggiunta posteriore, là dove si parla di segni come questi: scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti, imporranno le mani ai malati. Cacceranno i demoni: forse potremmo dire: staneranno ogni giorno in qualche misura, i fantasmi che li soffocano - sete di denaro, protagonismo aggressivo, possesso delle persone... i nostri demoni -. Parleranno lingue nuove, e cioè diranno cose vere, oneste, fondate, mantenute. Terranno in mano i serpenti e passeranno indenni in mezzo alle cattiverie. Cureranno i malati, guarirli non è di tutti, ma curare, prenderci cura dei malati, sì. (cfr. Domenico Pezzini). Ci perdoni, ci perdoni lo sconosciuto copista dell'evangelo, se ci siamo permessi di tradurre in termini a noi più accessibili le sue parole.
Fonte:sullasoglia

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