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XVIII domenica del t. O. (Luciano Manicardi)

domenica 31 luglio 2011
Anno A
Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21
La comunione e l’alleanza sono sancite da un banchetto, segno di convivialità e di celebrazione della vita. La promessa di Dio dell’“alleanza eterna” (Is 55,3) è accostata all’invito a partecipare al banchetto che suggella il sacrificio di comunione che normalmente accompagna la stipulazione dell’alleanza (I lettura). Gesù dona cibo abbondante e sazia una folla numerosa condividendo il poco a disposizione (vangelo).
La gratuità del cibo, sottolineata nella prima lettura (“Comprate e mangiate senza denaro e senza spesa vino e latte”: Is 55,1) come nel vangelo, dove il banchetto imbandito da Gesù è frutto di condivisione e si oppone alla richiesta dei discepoli di congedare le folle perché possano andare a comprarsi da mangiare (cf. Mt 14,15), rientra nella dimensione escatologica che il banchetto riveste ed è espressione di un’istanza di giustizia e fratellanza da cui nessuno può restare escluso. Riprendendo le espressioni di Ap 21,4, che evocano la situazione della Gerusalemme celeste istituendo un confronto con la condizione storica e terrena e delineandola come situazione in cui non vi sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno, noi potremmo aggiungere anche: “non ci sarà più fame”. Ma sperare un mondo dove non esista più la piaga della fame e dove non si muoia più per fame, ha il prezzo dell’impegno quotidiano, qui e ora, per dar da mangiare agli affamati, per debellare le cause strutturali che riducono alla fame intere popolazioni.



Prima di aver a che fare con l’Eucaristia, i nostri testi hanno a che fare con l’umanissimo atto di mangiare.Mangiare è un arte. “Gli animali si pascono; l’uomo mangia; solo l’uomo intelligente sa mangiare” (Anthelme Brillat-Savarin). Il testo di Isaia inizia con un invito: a mangiare si è chiamati. È il nostro corpo che ci chiama a mangiare. Ma poi, giacché gli uomini mangiano insieme,  il banchetto è segnato da un invito che altri ci rivolgono. E mangiare significa anche attendersi e condividere (ciò a cui Paolo richiama i cristiani di Corinto: cf. 1Cor 11,21-22.33-34). Il cibo che sfama non è solo quello costituito da “grasse vivande e vini eccellenti” (Is 25,6), ma quello delle relazioni umane. Relazioni evocate negli imperativi di Is 55,2-3: “Ascoltatemi, porgete l’orecchio, venite a me”.
La pericope evangelica inizia con l’annotazione che Gesù parte su una barca e si ritira in disparte, in un luogo deserto, dopo aver appreso la notizia della morte di Giovanni Battista (cf. Mt 14,13). Gesù cerca la solitudine per prendere una distanza dall’evento dell’esecuzione del Battista e poter così leggere la propria responsabilità di fronte al vuoto lasciato da Giovanni. E gli eventi, ovvero le folle che lo seguono a piedi dalle città e si presentano a lui quando sbarca a riva, gli suggeriscono la risposta: egli “vide molta folla, provò compassione per loro e curò i loro malati” (Mt 14,14). Dalla sua sofferenza per la morte del Battista Gesù passa a vedere la sofferenza delle folle e soprattutto dei malati e degli infermi. E se ne prende cura. Entrato in contatto con la sua sofferenza, Gesù sa vedere la sofferenza delle folle e la sua compassione diviene cura, azione terapeutica. Diviene risposta umile e fattiva al male del mondo.
La sua assunzione di responsabilità nei confronti delle folle contrasta apertamente con l’atteggiamento dei discepoli che vorrebbero che Gesù licenziasse la gente per consentire loro di andare ad acquistarsi viveri (cf. Mt 14,15). Gesù dice: “Date loro voi stessi da mangiare” e il comando contesta la deresponsabilizzazione verso il bisognoso e suscita l’obiezione dei discepoli che vedono nella loropovertà l’impedimento ad assolverlo (Mt 14,17: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci”). Questa la reazione scandalizzata dei discepoli – e di noi con loro –  in nome del buon senso, della razionalità e dell’efficienza. Nella risposta di Gesù (cf. Mt 14,18) la povertà non solo non è un impedimento, ma è la condizione che manifesta la potenza della condivisione e dell’azione di Dio. La povertà della chiesa è la condizione della sua efficacia evangelica: essa svela la sua fede che consente alla potenza di Dio di agire.
LUCIANO MANICARDI
Comunità di Bose
Eucaristia e Parola
Testi per le celebrazioni eucaristiche - Anno A
© 2010 Vita e Pensiero
Fonte: monasterodibose

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