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Venerdì santo (Luciano Manicardi)

venerdì 22 aprile 2011
Anno A
Is 52,13-53,12; Sal 30; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42
La passione e la morte di Gesù possono essere colte come mistero di obbedienza. Il Servo annunciato da Isaia si sottomette alle violenze di coloro che lo conducono a morte restando fedelmente attaccato al suo Signore (cf. Is 50,7); sigillo di questa forza e di questa obbedienza è il suosilenzio (I lettura). L’evento pasquale, fonte di salvezza universale, è visto come mistero di obbedienza del Figlio al Padre che gli consente di affrontare sofferenze e morte divenendo causa di salvezza per quanti obbediranno a lui. Questa obbedienza è sostenuta dalla preghiera intensa e drammatica del Figlio (II lettura). La passione e morte viene letta da Giovanni come compimento, come obbedienza alle Scritture che contengono la volontà di Dio, come compimento dell’amore per Dio e per gli uomini e della missione ricevuta dal Padre. L’obbedienza di Gesù traspare dalla sua coscienza lucida degli eventi (Gv 18,4; 19,28), dalla sua parola autorevole (18,8.19-23.37; 19,11), dal suotacere (19,9).

In Gv 18,1-11 non siamo di fronte all’arresto di Gesù, di cui si parla solo a partire dal v. 12, ma al confronto-scontro tra Gesù (con i suoi discepoli), da una parte, e Giuda (con i soldati), dall’altra. La scena avviene in ungiardino (18,1; cf. anche 19,41), come il primo scontro tra bene e male avvenne nel giardino dell’in-principio. Entrare nella passione è entrare in una lotta: Gesù vi entra con la forza dell’amore (Gv 13,1) e dell’obbedienza al Padre (19,11).
Recandosi nel giardino che anche Giuda conosceva bene (18,2), Gesù sembra facilitare il compito del traditore: Gesù si sottomette alla libertà di Giuda, ma conserva la sua libertà di amare, di amare anche Giuda, anche il suo nemico. Gesù ama i suoi, tutti i suoi, fino alla fine.
La forza dell’obbedienza di Gesù traspare dalle sue parole che atterriscono i suoi avversari e che echeggiano la rivelazione del nome divino: “Io sono” (18,5.6.8; cf. Es 3,14; Is 43,10). L’intima comunione di Gesù con il Padre e il suo obbedire alla parola del Padre, espresse durante tutto il quarto vangelo, sono il fondamento dell’autorevolezza e della forza che emanano dall’umanità di Gesù, del timore che essa incute e che i suoi avversari non sanno sostenere (18,6).
Di fronte a Gesù si svela il realismo cinico del sommo sacerdote Caifa (18,14; cf. 11,49-50), il rifiuto della responsabilità da parte di Pilato che sacrifica la convinzione di innocenza di Gesù alla salvaguardia del proprio potere (18,38; 19,4.12), il ricorso al ricatto nei confronti di Pilato dei capi giudei che vogliono a tutti i costi la condanna di Gesù (19,12), il carattere passivo della folla, della massa, esposta alle manipolazioni e alle strumentalizzazioni di chi ha un potere (politico o religioso) da conservare. Sorge la domanda: chi è veramente soggetto in questa vicenda? Giovanni lascia che la figura di Gesù si stagli con forza e autorevolezza signoriali.
La proclamazione della regalità di Gesù sul cartiglio della croce riveste, nella teologia giovannea, il valore di una profezia: quali che siano le intenzioni con cui è stato scritto, ciò che è scritto (e lo scritto rimane!) afferma la verità teologica: Gesù è veramente re e la croce è il trono regale. La croce parla. E proclama che quel Gesù che proviene da Nazaret è il re dei giudei. Dagli inizi fino alla fine, da Nazaret (“Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”: Gv 1,46) fino alla croce (e alla dimensione di ignominia che essa comportava) la vicenda di Gesù narra il realizzarsi della volontà di Dio e il manifestarsi della sua gloria in modi e forme che spiazzano la razionalità e la sapienza mondane e religiose. È lo scandalo dell’incarnazione, del Verbo fatto carne. Ed è lo scandalo della croce, del Messia crocifisso.
Contemplare l’Innalzato sulla croce comporta unadimensione ecclesiologica inerente, in particolare, il dono e il compito dell’unità della chiesa. Scrive Agostino, commentando Gv 19,23-24: “Le vesti di Cristo divise in quattro parti rappresentano la chiesa disseminata ai quattro angoli del mondo. La tunica tirata a sorte simboleggia l’unità delle diverse parti grazie al legame della carità”.
LUCIANO MANICARDI
Comunità di Bose
Eucaristia e Parola
Testi per le celebrazioni eucaristiche - Anno A
© 2010 Vita e Pensiero

Fonte: monasterodibose

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