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Commenti: "Gesù di Nazaret" di Benedetto XVI



Gianfranco Ravasi, L’ESPRESSO di giovedì 31 marzo 2011
Il libro del Papa spopola nelle librerie e alimenta dibattiti. 
Perché ricompone la scissione tra il Gesù “reale” e quello “storico”, resistendo al cristianesimo la sua forza di speranza e di provocazione
 “QUANDO L'EBBI FINITO, MI MERAVIGLIAI IO STESSO: PERCHÉ MAI CRISTO? DAVVERO CRISTO? MA PIÙ IL MIO ESAME DIVENTAVA ATTENTO, PIÙ DISTINTAMENTE VEDEVO CRISTO. ANNOTAI ALLORA SUL DIARIO: PURTROPPO CRISTO, PURTROPPO ANCORA CRlSTO!”. COSI’, IN PIENA RIVOLUZIONE SOVIETICA, NEL 1918, ALEKSANDR BLOK LICENZIAVA IL POEMA "I DODICI" CON QUESTA CONFESSIONE SORPRENDENTE. SONO PASSATI QUASI DUEMILA ANNI DAUA SUA ESECUZIONE CAPITALE SU QUELLO SPERONE ROCCIOSO DENOMINATO IN ARAMAICO GOLGOTHA, CIOÈ "CRANIO", IN LATINO CALVARIO, EPPURE GESU? DI NAZARET È UNA FIGURA CHE CONTINUA A INTERESSARE E A PROVOCARE.
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La Parola spezzata per tutti
La Stampa, Tuttolibri, 2 aprile 2011
“E voi, chi dite che io sia?”. A questa domanda di Gesù, è Pietro, voce unificante del gruppo degli apostoli, a rispondere,: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,15-16). Se ci pensiamo bene, è proprio innanzitutto a questo interrogativo essenziale che il successore di Pietro è chiamato in ogni tempo e ancora oggi a rispondere, facendosi interprete della fede della chiesa tutta. Ed è quanto papa Benedetto XVI fa anche con la seconda parte della sua opera su Gesù di Nazaret, affrontando la vicenda di Gesù e della fede dei discepoli “dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione”. Come già per la prima parte di quest’opera di ampio respiro, l’approccio mira a far emergere quel consenso ecclesiale, quel sensus fidei nel leggere la figura di Gesù che ha attraversato la storia della chiesa e che, nel corso dei secoli e fino ai decenni più recenti, ha saputo far tesoro di studi, commenti, interpretazioni, metodologie anche assai diverse tra loro. Qualcuno si è chiesto se vale la pena che un papa metta tante energie nello scrivere libri, magari sottraendo tempo al suo “governo”, pensato secondo i criteri politici di tutti i governi del mondo. Ma Benedetto XVI fa ciò che gli compete ed è decisivo per il suo ministero petrino: confermare la fede in Gesù Cristo. Questo è l’insegnamento determinante per un papa: perciò un atto deliberatamente non magisteriale come il libro, è tuttavia una confessione di fede fatta dalla chiesa oggi, in sinfonia con la grande tradizione cattolica.


Gesù non era cristiano. Era un ebreo osservante, che mai avrebbe immaginato di dar vita a una nuova religione e meno che mai di fondare una “Chiesa”. Non si è mai sognato di proclamarsi il Messia, e se qualcuno degli apostoli ha ipotizzato che fosse “Cristo”, lo ha fulminato di anatema. All’idea di essere considerato addirittura “Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”, secondo il “Credo” di Nicea, sarebbe stato preso da indicibile orrore.

Gesù era un profeta ebreo itinerante, esorcista e guaritore, che annunciava l’“euangelion” apocalittico del “Regno” incombente per intervento divino. Ha predicato quasi esclusivamente in Galilea, per pochi mesi se stiamo ai tre sinottici, al culmine dei quali, recatosi a Gerusalemme, avendo provocato qualche disordine, viene condannato alla crocifissione per sedizione. Storicamente, una figura di minore importanza rispetto a Giovanni che battezzava sulle rive del Giordano, e ad altri predicatori apocalittici del suo tempo. Come ha scritto il maggior biblista cattolico italiano del dopoguerra “la vicenda di Gesù, al di fuori di quanti a lui si richiamano, è stata, in realtà, di poca o nessuna rilevanza politica e religiosa: una delle non poche presenze scomode in una regione periferica dell’impero romano, messe prontamente a tacere in modo violento dall’autorità romana del posto con la collaborazione , più o meno decisiva, di capi giudaici” [Giuseppe Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea, Bologna 2002, p.39].

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