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L'infinito in una miniatura (Gianfranco Ravasi - L'Osservatore Romano)

La sconfinata proliferazione delle metafore, l'incessante creatività lessicale, l'inesauribile efflorescenza tematica lo hanno reso uno dei testi poetici più epifanici e inclassificabili. Sto parlando di quella trilogia che Rilke compose tra il 1899 e il 1903 e che intitolò Das Stundenbuch, il suo "Libro d'Ore" per eccellenza, le cui pagine sono miniate attraverso l'illimitata iridescenza semantica delle parole e il cromatismo dei simboli. Questo titolo rinverdiva un genere letterario fiorito a partire dalla fine del xii secolo e comparabile a una sorta di "breviario del fedele laico", laddove il termine "Ore" rimandava alla scansione settenaria della giornata a livello liturgico (Mattutino e Lodi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro e Compieta). La quotidianità era, dunque, irradiata dalla luce della preghiera e del canto di lode, e Rilke aveva idealmente voluto riesumare questa liturgia terrena intonandola con la voce della poesia.
Il "Libro d'Ore" aveva, però, celebrato i suoi trionfi nel Quattrocento e nel Cinquecento, dando origine a gioielli di miniature, veri e propri "finissimi capolavori d'arte di insuperabile gaiezza e vivezza di colori", come scriveva lo storico Amato Pietro Frutaz. Ne sono stato testimone diretto, avendo custodito per anni una straordinaria collezione di simili testi durante la mia "prefettura" alla Biblioteca Ambrosiana di Milano:  indimenticabili, ad esempio, il "Libro d'Ore Borromeo" miniato da Cristoforo de Predis e quello di Bianca Maria Visconti affidato al pennello di Franco de' Russi, uno degli artefici della celeberrima "Bibbia di Borso d'Este". Il contenuto dei "Libri d'Ore" era più fluido di quanto avveniva per il Breviario dei chierici. Certo, il nucleo era costituito da due "Ufficiature" distribuite sul settenario temporale sopra evocato, ossia l'"Ufficio della Beata Vergine Maria" e l'"Ufficio dei defunti". Ma attorno a essi germogliava una vegetazione testuale fittissima fatta di calendari con scenette pittoresche, di frammenti evangelici, di orazioni varie soprattutto mariane, di Salmi, di florilegi di citazioni bibliche, di litanie e di altre "Ufficiature" (della Santa Croce o dello Spirito Santo).
La nostra attenzione si fissa ora su un caposaldo di questo genere di opere, le cosiddette Très Riches Heures del duca Jean de Berry, elaborate tra il 1410 e il 1416 da una vera e propria équipe di miniatori, tra i quali i fratelli Limbourg, ma con un ininterrotto apporto di altri pittori fino al 1485. Un lavoro corale, quindi, che ha fatto meritare al codice l'aggettivo di "ricchissimo". A ospitare questa perla inestimabile è la biblioteca del Musée Condé di Chantilly, una cittadina del dipartimento dell'Oise nella regione della Piccardia, poco più di una quarantina di chilometri a nord di Parigi. Là nel castello, circondato da deliziosi giardini costellati di giochi d'acqua, è collocato appunto un Museo che porta il nome della famiglia principesca di Condé, ramo collaterale dei Borbone, tra i cui discendenti si distingue quel "principe di Condé (che) dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi", come ci ricorda Manzoni, in apertura al capitolo ii de I promessi sposi, a differenza del suo don Abbondio (si tratta di Luigi ii, detto il Gran Condé, vittorioso a Rocroi nel 1643 durante la guerra dei trent'anni).
Solo poche persone hanno avuto la fortuna di ammirare dal vivo il gioiello di quella biblioteca (segnatura ms. 65) e di scorrerne gli oltre duecento fogli pergamenacei miniati. In essi si distende innanzitutto un calendario dalle scene emozionanti, accompagnato poi da una sequenza testuale di brani evangelici, di preghiere mariane, dei Salmi penitenziali, delle Litanie di san Gregorio, di alcune messe festive. Ma il cuore, come si diceva, è costituito dagli "Uffici" che qui sono i tradizionali della Vergine e dei Defunti, a cui si aggiungono quelli della Croce e dello Spirito Santo. Ora, però, attraverso una sorprendente e raffinatissima operazione, resa possibile dalle tecniche tipografiche odierne, un editore che si è sempre più specializzato nel genere, il modenese Franco Cosimo Panini, ha aperto a un numero maggiore di fruitori quell'esperienza "aristocratica" con un sontuoso facsimile delle "Ore" del duca di Berry in 550 esemplari "in edizione limitata unica e irripetibile" (Les Très Riches Heures del Duca di Berry, Modena, Franco Cosimo Panini, 2010, pagine 61, facsimile in 550 copie numerate, 206 fogli, con allegata una Guida alla lettura a cura di Inès Villela-Petit con la collaborazione di Patricia Stirnemann).
La Guida alla lettura permette di scoprire l'elegantissima e originalissima iconografia luministica che accompagna i testi oranti o il calendario d'apertura:  difficilmente si riesce a immaginare quanti personaggi, oggetti, scenette di vita quotidiana o di eventi sacri possano essere così armoniosamente composti in quei piccoli riquadri. Per usare le felici espressioni dantesche, "quell'arte ch'alluminar chiamata è in Parisi" fa sì che "ridon le carte che pennelleggia" or l'uno or l'altro miniatore (Purgatorio, xi, 80-83). E questo "sorriso" di bellezza è destinato a chi ha nostalgia di un'arte che sapeva veramente "in ogni cosa mostrare Dio" e, quindi, l'eterno e l'infinito a partire dal visibile e dal temporale, per usare una definizione di Hesse nel suo Klein e Wagner.
Proprio per questo mi sembra significativo concludere con un ricordo personale un po' sconcertante. Anni fa mi recai in visita al Musée Condé di Chantilly e alla periferia della cittadina incontrai una scolaresca italiana in gita "culturale". Immaginavo che la loro meta fosse proprio quel Museo e la sua biblioteca (là, tra l'altro, sono esposte opere di Raffaello, di Filippino Lippi, del Sassetta, del Poussin e di Ingres). E, invece, quella classe chiedeva informazioni per raggiungere il vicino "Parc Astérix", aperto nel 1989, sì, quello dei fumetti di Asterix e Obelix, con tutto l'apparato di montagne russe, di giochi acquatici e di altri mirabolanti effetti alla Disneyland.

(©L'Osservatore Romano - 10 giugno 2010)

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