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FARE COMUNIONE (La voce di Frei Betto)

Eucaristia significa “azione di grazie”. È il sacramento centrale della vita cristiana. Tra i fedeli non si usa dire “ho fatto la prima eucaristia”; è abituale dire “ho fatto la prima comunione”. Chi va alla messa dice “vado a fare la comunione”. Non si dice mai “vado a ricevere l’eucaristia”.

Comunione: è questa una parola benedetta. Esprime bene quello che significa l’eucaristia. Comunione viene dalla stessa radice della parola comunicare. Se comunico con le idee di una persona è perché sento una profonda affinità con essa: dice quello che io penso ed esprime quello che io sento. Nell’eucaristia comunichiamo: 1) con Gesù; 2) con i nostri simili; 3) con la natura; 4) con la creazione divina.

Gesù ha istituito l’eucaristia in vari momenti della sua vita. Quello più significativo è stato l’Ultima Cena, quando prese il pane, lo distribuì tra i suoi discepoli e disse: “prendete e mangiate, questo è il mio corpo”. Da quel momento tutte le volte che una comunità cristiana condivide il pane e il vino consacrati dal sacerdote essa condivide il corpo e il sangue di Gesù. La parola “compagno” significa “condividere il pane”. Nell’eucaristia condividiamo più del pane; è la stessa vita di Gesù che ci viene offerta in alimento per la vita terrena in questo mondo e per l’eterna nell’altro.

Ricevendo l’ostia consacrata – pane senza lievito – i cristiani comunicano con la presenza viva di Gesù eucaristico. La nostra vita riceve la sua vita, che ci irrobustisce e rafforza. Diventiamo una sola cosa con lui (“…Perché tutti siano una sola cosa”, Gv 17,21).

Quando Gesù istituì l’eucaristia nell’Ultima Cena concluse dicendo: “Fate questo in memoria di me”. Fare che cosa? La messa? La consacrazione? Sì, ma non solo. Fare memoria è sinonimo di commemorare, ricordare insieme. Per ricordare i 500 anni dell’invasione portoghese in Brasile bisognerebbe aver fatto memoria di quanto realmente accadde: genocidio degli indigeni, traffico di schiavi, emarginazione dei senza terra, ecc.

Fare qualcosa in memoria di Gesù non è, comunque, ricordare solo quello che ha fatto duemila anni fa. È rivivere nella nostra vita quello che egli ha vissuto, assumendo i valori evangelici, disposti a dare il nostro sangue e la nostra carne perché gli altri abbiano la vita. Chi non si prepara  a dare la vita per coloro che non hanno accesso alla vita stessa non dovrebbe avere diritto ad accostarsi alla mensa eucaristica. C’è comunione con Gesù se c’è impegno di giustizia verso i più poveri, “infatti chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20).

La vita è il dono più grande di Dio. “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 20). Non è stato invano che Gesù abbia voluto prolungare la sua presenza tra di noi in ciò che è più essenziale per il mantenimento della vita umana: il mangiare e il bere, il pane e il vino. Il pane è il più elementare e universale di tutti gli alimenti; il vino era la bevanda della festa e della liturgia ai tempi di Gesù. In un certo senso il pane simboleggia la vita quotidiana e il vino quei momenti di profonda felicità che ci fanno sentire che vale la pena di essere vivi.

Intanto, ci sono milioni di persone che, anche oggi, non hanno accesso al cibo e alla bevanda. Il più grande scandalo di questo inizio di secolo e di millennio è l’esistenza di almeno un miliardo di affamati tra i sei miliardi e mezzo di abitanti della terra. Solo nel Brasile 30 milioni sono esclusi dai beni essenziali per la vita. E innumerevoli persone lavorano dall’alba al tramonto per assicurarsi il pane quotidiano. In tutta l’America latina ogni anno muoiono di fame circa un milione di bambini al di sotto dei cinque anni.

La fame uccide più dell’AIDS. Tuttavia l’AIDS mobilita campagne milionarie e ricerche scientifiche costosissime. Perché non si pone lo stesso impegno per combattere la fame? Per una semplice ragione: l’AIDS non fa distinzione di classe sociale, contagia poveri e ricchi, mentre la fame colpisce solo i poveri.

Non si può comunicare con Gesù senza comunicare con coloro che furono creati a immagine e somiglianza di Dio. Fare memoria di Gesù vuol dire fare in modo che il pane (simbolo di tutti i beni che danno vita) sia condiviso fra tutti. Oggi il pane è distribuito ingiustamente nella popolazione mondiale. Basta dire che l’80% dei beni industrializzati prodotti nel mondo sono consumati da appena il 20% della popolazione. Ossia, se tutta la ricchezza fosse un pane diviso in 100 fette,  un miliardo e seicento milioni di abitanti se ne prenderebbero 80 fette e le 20 rimanenti andrebbero distribuite per combattere la fame di quattro miliardi e 900 milioni di persone. Basta dire che appena 4 uomini, tutti degli Stati Uniti, hanno una ricchezza personale superiore alla somma della ricchezza di 42 nazioni sottosviluppate con circa seicento milioni di abitanti.

Gesù ha detto chiaro che comunicare con lui è comunicare con il prossimo, soprattutto con i più poveri. Nel “Padre nostro” ci ha insegnato una preghiera con due temi: “Padre nostro” e “pane nostro”. Non posso chiamare Dio “Padre” e “nostro” se voglio che il pane (i beni della vita) sia solo mio. Per cui chi accumula ricchezza, togliendo il pane dalla bocca del povero, non dovrebbe avere il diritto di avvicinarsi all’eucaristia.

Nel capitolo 25, 31-44 di Matteo Gesù afferma solennemente che la salvezza  è tutt’uno con il servizio di liberazione di coloro che sono esclusi, con cui egli si identifica. Nel distribuire i pani e i pesci, episodio conosciuto come “la moltiplicazione dei pani”, dichiara che la condivisione dei beni della vita è il segno della presenza di Dio che salva.

Frei Betto

Fonte: Koinonia

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