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Eucaristia e sacramento dell'Ordine (dal blog di Matias Augè)

           
Noi sappiamo che la chiesa trova la sua giustificazione e il suo senso nell’economia sacramentale, e dunque anche il presbitero in essa trova il suo posto. Nella chiesa, realtà sacramentale intera, ci sono uomini chiamati e inviati per porre nel mondo dei segni visibili, efficaci, dunque sacramentali, dell’azione di Dio avvenuta una volta per tutte in Gesù Cristo, e sempre comunicabile all’umanità attraverso la Parola e lo Spirito. Questi uomini sono i presbiteri, attraverso i quali il Signore continua, in ogni tempo e in ogni luogo, a proporre la sua salvezza, mediante gesti, azioni e parole, mediante la loro presenza che è segno, strumento, mediazione di quella salvezza operata da Cristo, sacramento di Dio. Qui sta la giustificazione del ministero presbiterale.
 
            I presbiteri sono uomini scelti, chiamati, ordinati e inviati tra gli uomini, per significare visibilmente ciò che Dio liberamente e gratuitamente vuole e opera affinché “tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4): attraverso il loro ministero Dio si fa vicino agli uomini tutti. Sono presbiteri in forza di un’ordinazione sacramentale, la quale li abilita a porre azioni e parole sacramentali, capaci di manifestare che “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). Nello stesso tempo essi sono al servizio del popolo interamente sacerdotale che è la chiesa (cf. 1Pt 2,9; Es 19,6), e la loro presidenza li pone di fronte alla comunità cristiana con la responsabilità di radunarla, scompaginarla e inviarla. Vi è una duplice prospettiva che fonda il ministero presbiterale: rappresentare sacramentalmente il Cristo pastore, “l’unico mediatore tra Dio e gli uomini” (1Tm 2,5), il Cristo che raduna e conduce il suo popolo, ma rappresentare anche la chiesa, al servizio della quale essi realizzano la loro azione.
 
            E’ in questa sacramentalità che si colloca la presidenza eucaristica, perché proprio nell’assemblea eucaristica avviene l’epifania della sacramentalità del presbiterato. Vi è infatti un nesso intrinseco tra eucaristia e sacramento dell’ordine, ed è proprio ricordando questo che Benedetto XVI nell’esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caristatis (2007) chiede consapevolezza, coscienza: i presbiteri hanno una missione che è tutta relazione, da sé non possono fare nulla. Essi sono e restano soltanto servi, e in quanto tali non devono mai mettere in primo piano se stessi e le loro opinioni, ma soltanto il Kyrios, Gesù Cristo! (cf. n. 23). Come Giovanni il Battezzatore devono saper diminuire di fronte al Signore (cf. Gv 3,30), e, soprattutto nella presidenza eucaristica, non devono ergersi a protagonisti dell’azione liturgica.
 
            Presiedere la chiesa è il ministero episcopale per eccellenza, che sintetizza tutto il sentire e l’agire apostolico nei confronti della comunità: il vescovo dunque, e per partecipazione il presbitero, quando presiede agisce in nome di Cristo, è icona di Cristo, così come agisce anche in nome della chiesa, quale rappresentante ufficiale e portaparola della comunità. Così il presbitero non è una semplice persona privata, ma la sua azione in nome della chiesa non sostituisce la partecipazione attiva dell’assemblea, anzi dovrebbe renderla possibile, perché la liturgia resta in ogni caso un’azione comune: quando presiede la liturgia, il presbitero non dimentichi che i fedeli non sono chiamati in assemblea a”vedere”, ma ad “agire insieme”, a celebrare insieme. Nella Christifideles laici, per esempio, Giovanni Paolo II affermava: “La celebrazione liturgica è un’azione sacra non soltanto del clero, ma di tutta l’assemblea” (n. 23).
 
            Opera comune e pubblica, la liturgia è luogo di comunione tra fratelli e sorelle e con Dio, che favorisce il diventare “corpo” dell’assemblea: lo spazio liturgico e massimamente la celebrazione eucaristica è il luogo dell’incontro tra Dio e il suo popolo. Il ruolo del ministero ordinato non è dunque quello di sostituire l’assemblea, ma di portarla a percepirsi come celebrante, offrendole la possibilità di “vedere” ciò che il presbitero compie a suo nome. Solo così si onora una verità assoluta, cioè che la liturgia richiede di “stare davanti a Dio, in praesentia Dei”, perché si sta davanti a lui con una presenza partecipata a ciò che accade, in una postura di vigilanza consapevole, accogliendo, ascoltando e lasciando risuonare in se stessi ciò che è rivolto all’assemblea, e rispondendovi con gesti, parole, canti e silenzi. Così i fedeli nella liturgia “fanno teologia”, nel senso che vivono il mistero e ne fanno esperienza: celebrare è fare mistagogia, in senso letterale. E la liturgia non è solo segno della fede celebrata, ma è anche il luogo per eccellenza della pedagogia ecclesiale della fede: luogo dell’interpretazione della parola di Dio, la liturgia forma il cristiano adulto, maturo (cf. Ef 4,13); in essa, fonte di etica e di impegno sociale, i cristiani apprendono il senso del mondo e come vivere in esso.
 
 
Fonte: E. Bianchi, Presbiteri: Parola e Liturgia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2010, 83-87.

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