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Paola Radif commenta "Camminare nelle vie dello Spirito". Lettera Pastorale 2009-2010 Card. Bagnasco (6)

lettera pastorale

Capitolo IV
Le sorgenti della vita spirituale
Parte terza
La carità

La carità, un termine che, dal punto di vista cristiano, significa amore, ha origine dal fatto stesso che l’uomo, essendo amato, è chiamato a rispondere, potremmo dire, con la stessa moneta.
Essere amati da un Dio che – come scrive S. Giovanni – ci ha amati per primo, “è terribilmente serio e impegnativo!” Così si esprime il Cardinale che spiega: “Richiede un esodo interiore continuo…richiede di rinunciare a se stessi”, in modo che, diventando docili all’Amore possiamo rispondere con il nostro amore. E l’amore è l’unico mezzo che la creatura ha per corrispondere al Creatore, anche se non alla pari.
Vista in questa luce la fede cristiana non è un sentimento vago, ma un rapporto personale con un Tu, di cui siamo “prigionieri per amore”.
Amare il Signore è l’imperativo del cristiano, anche quando non comprende, come fu per gli apostoli, che talvolta si arresero all’amore pur senza capire. È quanto scrive Camus nel suo romanzo “La peste”: “Forse, dobbiamo amare quello che non possiamo capire.”
L’amore cristiano, inoltre, non è mosso da emotività, ma deve manifestarsi con gesti concreti. L’esempio lampante di questa verità è sotto i nostri occhi: Gesù non ci ha amato a parole ma con i fatti. Non solo, ma ha dato la vita dopo aver preso su di sé la nostra stessa natura, amandoci, non dall’esterno, ma “dall’interno” come scrive l’Arcivescovo.
È proprio questo fatto che ci parla dell’amore di Cristo, che non si è esaurito in quel momento ma continua a riversarsi su di noi e per questo – continua l’Arcivescovo – “è necessario avere l’immagine del crocifisso presente e ben visibile nelle nostre case.”
Un amore concreto, sull’esempio di quello di Gesù, si traduce da parte nostra in un’adesione alla legge di Dio, che non è un peso ma un mezzo per autorealizzarsi come persone. Quando Dio richiama alla mente dell’uomo i precetti fondamentali della legge naturale, col decalogo, non fa che estrarli dal cuore dell’uomo stesso, dove già sono presenti.
Seguire con amore queste norme farà sì che la vita spirituale sia un percorso, serio e concreto, ricco di frutti e non “un evanescente miscuglio di sensazioni e di sentimenti.”
Amare Dio spinge immediatamente nella direzione dell’amare il prossimo, anzi quest’ultima è condizione essenziale per l’altra, come bene dice Giovanni: “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.” (1Gv 4, 20)
La via della carità fraterna ha quindi un posto importante tra le sorgenti della vita spirituale e nasce dal desiderio di fare di se stessi, dei propri talenti, un mezzo per porsi al servizio degli altri, rinunciando agli egoismi personali.
Per compiere opere di carità basta guardarsi attorno con occhi attenti ma anche tenere presenti tre condizioni che l’arcivescovo elenca: essere umili, amare se stessi, nel senso di accettarsi, e amarsi fino a dimenticarsi, non cercando più noi stessi ma lasciando trasparire Dio, secondo l’esempio di Cristo, che è l’amore che si immola.
In concreto, ciascuno può individuare alcuni gesti di amore e di servizio gratuito “non previsto già dai propri compiti” perché la vita si esprima proprio nella dimensione del dono. L’importante è che anche la propria attività quotidiana sia vissuta come servizio agli altri e non come affermazione di sé.


Il catechista in ascolto
Che cosa suggerisce al catechista questa terza parte del cap. IV?

Potremmo soffermarci su quella citazione tratta da Camus, nella quale lo scrittore propone, diremmo, una via d’uscita ai nostri interrogativi quando quotidianamente facciamo i conti con qualcosa che non va come vorremmo. Imprevisti, contrattempi, difficoltà e problemi da risolvere si collocano come in un puzzle dentro le ore della nostra giornata. A volte se ne vede la soluzione in breve tempo, a volte si cerca di convivere con il disagio. Ma quando l’evento, così diverso dalle nostre speranze, diventa un compagno di viaggio per molti anni, è più duro accettare ed è difficile non chiedersi il perché.
La risposta la troviamo nell’autore francese sopra citato: “Forse, dobbiamo amare quello che non possiamo capire.”
L’amore diventa la chiave che apre tutte le porte, anche quella dell’orgoglio, del rancore, della difficoltà ad accettare.
Amare ciò che non si capisce vuol dire fidarsi della “regia” che dall’alto veglia sulle nostre vite per condurle nella giusta direzione, là dove certamente non arriverebbero con il solo aiuto delle forze umane personali.

Paola Radif

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