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Enzo Bianchi “La religiosità deve cedere il passo alla fede”

marzo 2025 
La religiosità deve cedere il passo alla fede
per gentile concessione dell'autore


Continuando a pensare e a delineare una riforma urgente e necessaria non primariamente delle strutture esterne della Chiesa o delle sue forme, ma una riforma che cerchi di cogliere quel fuoco dello Spirito che tutto può rinnovare, vivo la convinzione che la comprensione eucaristica e, di conseguenza, la celebrazione eucaristica, siano determinanti e decisive.

Solo da un'autentica interpretazione eucaristica può nascere una riforma ecclesiale. A molti sembrerà strana questa mia affermazione, elaborata e ripensata per decenni nella mia vita, ma sempre ho dovuto solidificare questa convinzione. E anche il concilio Vaticano II mi pare testificare che la riforma della liturgia (della comprensione eucaristica, per quanto c'è stata) ha dato dinamismo alle altre riforme penosamente e faticosamente perseguite. In tutto l'arco della mia vita liturgica, vissuta con passione e consapevolezza, mi sono sempre chiesto perché cantavamo un'utopia, una promessa mai realizzata. Cantavamo nella festa del Corpus Domini, ma anche a ogni benedizione eucaristica: «Tantum ergo sacramentum veneremur cernui, et antiquum documentum novo cedat ritui!». Un così grande sacramento come l'Eucaristia va venerato, ma per farlo nella verità l'antico documento deve cedere il posto al nuovo rito... Cantiamo che l'antica alleanza con i suoi riti, i suoi sacrifici deve cedere il passo all'Eucaristia cristiana, che la religiosità deve cedere il passo alla fede, il rito deve lasciare il posto alle realtà in cui la vita umana è sacrificio offerto a Dio, è veramente morte e risurrezione. Ora, invece, cosa avviene? Che i fedeli disertano l'assemblea domenicale, non frequentano più la messa, la sentono sbiadita e noiosa. 

I sociologi si affrettano a dare delle spiegazioni: la domenica è un giorno di riposo e di evasione, è il giorno in cui si va in montagna o al mare, è il giorno in cui si frequenta il centro commerciale e non c'è più molto tempo per inserire anche la messa nella giornata. Ma siamo sicuri che le cause di questa diserzione siano solo esterne, dovute al modo di vivere oggi e non anche a un venir meno della comprensione eucaristica? Perché se l'Eucaristia è compresa solo come messa, come un'azione da compiere per precetto, andando in chiesa per partecipare a un rito incomprensibile, allora poco alla volta svanisce il desiderio che tantum ergo sacramentum, un tale segno, sia vita vissuta, sia azione che è efficace, sia un evento straordinario in cui la vita di ogni partecipante all'Eucaristia partecipa alla vita di Cristo. 

L'Eucaristia non è una cosa, non è solo quel pane-presenza, ma è trasformazione della nostra vita nella vita di Cristo! «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!»: questo dice il cristiano quando si comunica! L'Eucaristia come atto concelebrato dall'assemblea è frazione del pane, fatto, azione, evento che è epifania di Vangelo e incorporazione del cristiano che si comunica nel corpo di Cristo! «Uno solo è il corpo», uno solo il corpo formato dai comunicanti! Guai a chi pensa e crede che l'Eucaristia sia solo qualcosa, sia res, che si consuma o si custodisce in un luogo come presenza! Tutte queste tentazioni che portano a pensare l'Eucaristia come la "mia eucaristia", il "mio Gesù", sono regressioni nella religiosità magica, con una concezione utilitaristica ed egoistica dei sacramenti. L'Eucaristia è Qualcuno! È il Kyrios con la sua dynamis che opera una trasformazione che noi non possiamo operare. «Questo è il mio corpo», dice Gesù (Mt 26,26); e si potrebbero subito aggiungere le parole di Paolo: «Voi siete il corpo di Cristo!» (1Cor 12,27). Se l'Eucaristia fosse compresa così, tanti passi dell'antico documento cadrebbero, il nuovo rito più semplice, meno religioso ma più evangelico, risplenderebbe e i cristiani ne sentirebbero maggiormente la necessità. 

Credo occorra un'opera di ablatio: togliere l'inutile che ingombra e non permette di vedere l'immagine in tutta la sua bellezza e verità! 

Si abbia questo coraggio, senza cedere a uno spirito d'avventura o di sperimentazione selvaggia, si abbia il coraggio di semplificare l'Eucaristia facendo emergere l'essenziale: 

- l'accoglienza misericordiosa di Dio alla sua presenza; 

- l'ascolto della sua Parola nelle Scritture e soprattutto nel Vangelo; 

- l'intercessione per l'umanità che attende redenzione; 

- il ringraziamento a Dio per la creazione, per tutti i doni e per la venuta del Figlio morto e risorto per amore nostro; 

- la costituzione di un solo corpo attraverso la comunione, la partecipazione al corpo e al sangue del Signore; 

- la missione come missione di pace nel mondo. 

Semplificare, non moltiplicare le preghiere, compiere ogni azione con semplicità, ma anche con uno stile che evochi bellezza e grazia, dare eloquenza a gesti come la frazione del pane che possono narrare quanto le parole l'Eucaristia. E non c'è bisogno di clericalizzare i laici e farli scodinzolare attorno all'altare! Abbandonare la messa per giungere all'Eucaristia: so che questo è il tragitto di tutta una vita, perché insondabile, inesauribile è il mistero dell'Eucaristia. Ma o la leggiamo in modo escatologico o siamo costretti a leggerla con regressioni religiose non evangelizzate. L'abbiamo già scritto da una decina di anni: qui occorre l'apertura di cantieri; cantieri impegnati a ricomprendere la liturgia e soprattutto l'Eucaristia, perché il popolo cristiano senta veramente che in essa c'è la vita, c'è il Vivente e c'è un magistero silenzioso ma eloquente per la vita quotidiana dei credenti nel mondo. 

L'Eucaristia è veramente una rivoluzione e l'impegno nella carità vissuta perché ne è il sacramento. Per questo nella celebrazione eucaristica è comandato ciò che si deve vivere, e ciò che si è vissuto è contenuto nell'Eucaristia stessa. 

Se fossimo sinceri dovremmo confessare che la ritualità dell'Antico Testamento, l'economia del sacrificio, del sacerdozio e del tempio, non sono ormai più presenti nella comunità credente degli ebrei, che pur celebrano il culto; sono invece presenti nella ritualità della Chiesa, dove la religiosità si mostra più forte della fede. Va detto con chiarezza: ancora oggi la nostra liturgia è più ispirata all'Antico Testamento, al culto pagano dei romani e alle formule teologiche medioevali che all'Evangelo di Gesù Cristo. 

Ricordo con molta nostalgia quelle umili eucaristie celebrate da presbiteri che cercavano di compiere l'Eucaristia e significativamente non parlavano mai di "messa": don Michele Do, padre Ernesto Balducci, padre Giuseppe Acchiappati. Ma si celebrava un evento, non un rito, un umilissimo evento come a Emmaus, non una "messa solenne". Così l'essenziale era vissuto. «tantum ergo sacramentum» cedeva al nuovo rito dell'Alleanza pasquale del Signore Gesù Cristo. E chi aveva partecipato alla celebrazione eucaristica tornava a casa avendo ricevuto vita. Oggi, invece, cosa riceve?



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