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Crepet «Le continue violenze dei ragazzini? Famiglia e scuola non esistono più. Vanno vietati i social fino a 12 anni»

Lo psichiatra e sociologo: «Cambiamento in atto da anni ma non abbiamo voluto accorgercene. Genitori troppo permissivi, hanno concesso ai propri figli la patente di adulti».

Professore, una dodicenne che accoltella un compagno a scuola. Ennesimo episodio di violenza con protagonisti dei giovanissimi. Che cosa sta succedendo? 
«Non si dica che è una cosa recente, sono cambiamenti in atto da anni, anche decenni, ma di cui non ci siamo voluti accorgere. Lo dico chiaramente, anche a costo di essere considerato retrogrado o peggio: io non penso che a una ragazzina o un ragazzino si debba concedere di fare una seratona, con alcol, droga e sesso. A 13 anni mica diamo la patente per guidare, invece abbiamo dato ai nostri figli la patente di adulto». 

Paolo Crepet, 73 anni, è psichiatra e sociologo, da sempre attento alle problematiche giovanili. Come quando, oltre vent’anni fa, avvertiva sui rischi legati a certi giochi elettronici. 
«La prima avvisaglia è arrivata con la tv — ricorda —, siamo passati dalla nonna del Corsaro nero ai cartonati animati giapponesi senza colpo ferire. Poi è arrivata la Playstation, ma adesso con i social è come aver fatto un salto da una 500 alla Formula 1». 

Tutta colpa dei social? 
«Sono stati dei moltiplicatori di violenza incredibili». 

Secondo lei cosa andrebbe fatto? 
«Credo che i telefonini andrebbero vietati almeno fino a 12 anni. Su questo mi ha chiesto un parere anche il ministro dell’Istruzione Valditara, sono d’accordo su tutta linea a una decisione di questo tipo». 

Nell’ultimo caso di Roma, la dodicenne, dopo aver ferito il compagno, ha chiamato i soccorsi e ha chiesto perdono. Aveva la consapevolezza di aver sbagliato. 
«Io su questo sarei più cauto. Più che alla consapevolezza io credo all’indifferenza. Forse ha solo preso paura». 

Ragazzi sempre più fragili. Che responsabilità hanno le famiglie? 
«La famiglia non c’è più, intesa anche in senso più contemporaneo, per intenderci quella del Dopoguerra. I genitori non sanno cosa fare, l’unica cosa che hanno capito è che bisogna concedere tutto ai figli, aprire totalmente la diga. I genitori di questi dodicenni hanno 40-45 anni, e sono i peggiori della storia, perché sono cresciuti con l’idea che mettere limiti è una cosa riprovevole, che va agevolata la vita dei ragazzi in tutti i modi». 

Non crede che possa essere un approccio educativo più moderno? 
«Chi ha inventato la comfort zone? I quarantenni, non certo i nonni. Rappresentano una generazione privilegiata, sono persone che rifiutano la fatica. E sono quelli che vogliono abolire tutti i voti scuola. Strano a dirsi che nell’Italia della Montessori, di don Milani, siamo diventati così ignoranti, così indifferenti nei confronti dei nostri figli più piccoli». 

A proposito di scuola. Che peso ha oggi nella formazione delle nuove generazioni? 
«È sparita come la famiglia. I professori che sento o che mi scrivono, quei pochi che ancora hanno amore per la loro professione, mi dicono che sono imbarazzati, intimoriti perfino atterriti perché hanno paura di fare qualsiasi cosa. Perché vengono emarginati, derisi, diventano oggetto di violenza. Anche nella scuola materna i bambini sono abituati a comandare. E se i maestri li puniscono, arriva un genitore a protestare: “Come si permette di trattare così mio figlio?”». 

Il primo provvedimento che lei prenderebbe? 
«Lo ripeto, togliere i social ai più piccoli. Credo che avrebbe un enorme impatto mediatico, una decisione forte, ma alla mia età non sono ingenuo. Mi chiedo quanti sarebbero d’accordo, anche tra i leader politici, e quanti invece inizierebbero a eccepire dei se e dei ma. Penso più a questa seconda possibilità, espressione della nostra resa generale, anche della nostra pavidità». 

È pessimista? 
«No, sono ben informato. È una cosa diversa». 

di Riccardo Bruno

Fonte: Corriere


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