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Gianfranco Ravasi «Un'eclisse e un terremoto alla crocifissione di Gesù?»



12 settembre 2024 

Nel calendario liturgico il 14 settembre commemora la dedicazione delle due basiliche del Golgota e del Santo Sepolcro erette da Costantino in quel giorno del 335, in seguito al ritrovamento delle reliquie della croce di Cristo da parte di sua madre Elena in quello spazio gerosolimitano: si spiega così il titolo «Esaltazione della Santa Croce». È questa per noi l’occasione di spiegare la sequenza di eventi clamorosi che, secondo Matteo (27,45.51-54), circondano la morte di Gesù: un’eclisse di sole, lo squarcio del velo del tempio, un terremoto e la risurrezione di alcuni morti dai loro sepolcri.

Questa coreografia apocalittica è da interpretare correttamente perché l’evangelista convoca una serie di immagini bibliche tradizionali, destinate a esaltare quell’evento nel suo significato profondo teologico. Lo squarcio della cortina di porpora viola e rossa, di scarlatto e di lino ritorto che celava il Santo dei santi, ossia la presenza divina in mezzo al suo popolo attraverso l’Arca dell’alleanza, dimostra che Dio non è più misterioso, ma è visibile nella persona del Crocifisso, Gesù di Nazaret, il Figlio. Prima, era sceso sulla terra un sudario di tenebra: «Si fece buio da mezzogiorno fino alle tre pomeridiane ». A questa sorta di eclisse si unisce un terremoto. Sono i fenomeni tipici delle teofanie bibliche, cioè delle apparizioni divine, come quella del Sinai (Esodo 19,16.18). Il profeta Amos, per descrivere «il giorno del Signore», cioè il suo giudizio sulla storia umana, ha un’immagine vicinissima a quella di Matteo: «In quel giorno – oracolo del Signore Dio – farò tramontare il sole a mezzodì e oscurerò la terra in pieno giorno» (8,9). Eccoci, infine, davanti all’ultimo segno, il più importante per spiegare il valore ultimo della morte pa pasquale di Cristo: «I sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (27,52-53). Si noti quell’inciso «dopo la sua risurrezione»: la morte e la risurrezione di Cristo segnano l’inizio del trionfo sulla morte. I membri del popolo di Dio (i «santi morti») sono uniti alla vittoria di Gesù sulla morte: le loro tombe vengono spalancate, i corpi risvegliati dalla morte e introdotti nella «città santa», cioè la Gerusalemme celeste. La loro apparizione è la testimonianza e la conferma della precedente risurrezione vittoriosa di Cristo che è la garanzia di quella di tutti i giusti dell’antica e nuova alleanza. 

Questa pagina, allora, non dev’essere letta in modo cronachistico ma nella sua densità simbolica profonda. Matteo descrive l’evento della morte di Gesù, offrendoci certo altri dati storici e spaziali, ma al tempo stesso egli vuole che i suoi lettori colgano il significato autentico di quella morte, la sua unicità assoluta ed egli lo fa ricorrendo a questi segni biblici tradizionali. Quella morte è, infatti, la radice della fede cristiana nella risurrezione, è l’ingresso dell’eternità nell’esistenza umana, è la rivelazione diretta del mistero di Dio che si è fatto uomo per trasformare l’intera umanità mettendola in comunione con la sua divinità e la sua vita eterna.

 

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