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Se le donne insegnano teologia a tutti, la Chiesa può smaschilizzarsi davvero

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Nel suo contributo del 5 giugno al dibattito aperto da “Avvenire” a partire dalla provocazione rivolta da Francesco alla Commissione Teologica Internazionale nel dicembre 2023 sulla necessità di “smaschilizzare la Chiesa” (nel quale sono già intervenuti la redazione di “Mosaico di Pace”, Stefania Falasca, Rosanna Virgili e Sergio Massironi), Alberto Cozzi sottolineava l’importanza delle buone pratiche, in contrapposizione a facili slogan che lasciano il tempo che trovano. Di buone pratiche che coinvolgono le donne, la Chiesa ne conosce a bizzeffe: una schiera di donne canonizzate, vergini e madri, regine e abbadesse costella la storia della cristianità a dimostrare che verso il genio femminile un riconoscimento istituzionale c’è sempre stato. 

Le buone pratiche, però, non sono tutte uguali: ve ne sono alcune che tendono ad occupare spazi; altre che hanno la capacità di attivare processi. Tra le ultime, va certamente annoverata l’apertura alle donne dell’accesso alle Facoltà Teologiche, verificatosi nella Chiesa Cattolica intorno agli anni 70 del secolo scorso. Un fenomeno abbastanza recente, dunque, del quale non è possibile tracciare i limiti e i confini, in quanto un censimento della presenza delle donne nelle istituzioni accademiche dedicate alla ricerca e all’insegnamento in ambito teologico non è stato ancora fatto, né a livello internazionale, né a livello italiano. 

Nonostante l’apertura formale delle istituzioni di studio superiore alle donne, non si può tacere degli ostacoli che esse affrontano per accedere di fatto agli studi teologici: per le religiose, ad esempio, la convinzione ancora diffusa che una formazione teologica pari a quella obbligatoria per i sacerdoti non sia necessaria; per le laiche, il costo proibitivo degli studi ecclesiastici e la mancanza di prospettive di lavoro retribuito a livello universitario o in campo pastorale possono facilmente indurre a rinunciare. Lo stesso vale, ovviamente, per gli uomini laici. Superare questa disparità di opportunità rispetto ai candidati al ministero ordinato, per cui lo studio è un diritto/dovere dipendente dalla scelta di vita, non è soltanto questione di giustizia. Si tratta piuttosto di una strategia, che potrebbe favorire il consolidamento del cammino sinodale sostenendo una più piena partecipazione di tutti i credenti alla missione della Chiesa. 
Ci si potrebbe chiedere in che modo la Conferenza episcopale a livello nazionale, le diverse Facoltà Teologiche italiane e le singole comunità ecclesiali a livello locale sostengono e promuovono la formazione teologica di coloro che desiderano e hanno le capacità di servire la Chiesa attraverso la ricerca, la predicazione e l’insegnamento. 

Nel frattempo, in Italia la terza generazione di teologhe si sta affacciando al mondo accademico, mentre quella delle pioniere è ancora tra noi. Il tempo potrebbe essere maturo, per strutturare una indagine, promossa anche dalla Cei, che permettesse di valutare la portata del fenomeno, nel presente e in prospettiva di futuro. Forse non è ancora così evidente, infatti, ma l’ingresso delle donne in teologia cambierà progressivamente il volto delle facoltà teologiche e dei seminari. Le donne, infatti, non soltanto studiano teologia, ma la insegnano. Non solo la insegnano, ma pubblicano, predicano, formano. Non soltanto i bambini o altre donne, cosa che hanno sempre fatto. Ora le donne formano adulti uomini e donne, laici, religiosi e perfino aspiranti al sacerdozio, sacerdoti e, in alcuni casi, vescovi e cardinali. Come incide nella coscienza credente, nel sensus fidei fidelium potremo addirittura azzardare, l’abitudine a vedere tra i banchi ed in cattedra uomini e donne, ministri e laici, religiose e laiche? Come cambia nella coscienza dei candidati al ministero, l’immagine della donna cristiana, con l’abitudine ad ascoltare donne che ragionano, argomentano, sostengono o si contrappongono al patrimonio di sapere ricevuto a proposito della rivelazione e della fede della Chiesa? 
Che cosa sarà disposto a concedere all’altra metà della Chiesa, un Papa del futuro, che nel suo percorso di studi ha avuto anche donne come insegnati e compagne di banco? 

Mentre attendiamo di scoprirlo – con una pazienza che ogni giorno dobbiamo chiedere in dono a Dio – potrebbe essere interessante fermarsi a riflettere su ciò che l’ingresso in teologia ha significato per le donne di ieri e di oggi e per i loro colleghi maschi. Li vediamo, i nostri colleghi, a volte ammirati, a volte infastiditi, a volte, sì, terrorizzati. Raramente indifferenti, di fronte alla nostra presa di parola. Sì, perché la possibilità di studiare alla pari con i maschi, che nella maggior parte dei casi si preparano al ministero ordinato, coincide con la possibilità di esprimerci in pubblico, sulle questioni della vita e della fede della Chiesa. Prendere parola in una assemblea: lo si fa soltanto se si crede di avere qualcosa da dire. E le donne, questo, lo hanno sempre creduto. Per secoli la teologia aveva parlato dei maschi e a ai maschi, soprattutto. Fatta eccezione per le mistiche, che costituiscono però l’eccezione che conferma la regola: una donna può parlare in pubblico soltanto se ciò che ha da dire viene non dal suo ingegno, ma direttamente da Dio. 

Il Papa ha acceso una miccia che, provocando la discussione, ha reso possibile un dialogo faticoso ma salutare che dovrebbe continuare a scaldare cuori e menti dei credenti ​

Entrando nelle aule, sedendosi ai banchi e sulle cattedre, le donne hanno portato il proprio punto di vista, la propria sensibilità, la propria differente corporeità, che si esprime anche solo nel tono della voce. L’apparizione di uno diverso da me rivela a me stesso la mia parzialità. Come la scoperta dell’America ha messo in crisi la granitica solidità identitaria europea, così l’ingresso delle donne in teologia, il confronto con il loro modo di fare e di dire possono mandare in crisi la pretesa universalità delle costruzioni plurisecolari del pensiero cristiano. Ed è proprio per questo, come fa notare giustamente don Cozzi, che la parola delle donne, la loro pretesa di essere riconosciute ed ascoltate, molte volte disturba. 

Quando il secondo racconto della creazione mette in scena la solitudine di Adam, il primo essere umano ancora indifferenziato, ce lo presenta nel tentativo di entrare in dialogo con gli animali. Il tentativo fallisce. Dio ha creato l’universo con la parola e la capacità di parola è una delle caratteristiche che fa dell’uomo e della donna gli unici esseri creati a immagine e somiglianza di Dio. Dio allora addormenta Adam, lo divide – così dice letteralmente il testo ebraico – lungo il fianco in maschio e femmina. I due, diceva Ireneo, erano adolescenti, inesperti della vita e dell’amore. 

Quando l’uomo per la prima volta vide la donna, ne restò così affascinato da volerla incorporare nuovamente a sé, sotto il cuore, come una costola: una cosa sola con lui, come la carne e le ossa. E così, invece di rivolgersi a lei una parola interlocutoria, le dà un nome come aveva fatto con gli animali. La donna, da parte sua, rimane in silenzio. Si lascia fare. Lungo tutto lo sviluppo del racconto delle origini, neppure una volta i due si rivolgeranno reciprocamente la parola. In questo silenzio, che riduce l’altro a una appendice dello stesso, il serpente troverà lo spazio per proporre la propria visione della storia. 

"Smaschilizzare la Chiesa”: una frase ad effetto, uno dei tanti neologismi di Francesco. Non lo definirei però uno slogan, che lascia il tempo che trova, ma piuttosto una miccia che, provocando il dibattito, ha reso possibile un dialogo, faticoso ma salutare, che mi auguro possa continuare a scaldare i cuori e le menti dei credenti – non solo degli addetti ai lavori! – lungo il cammino che chiamiamo Sinodo. A volte difficile da interpretare, certamente benedetto. 

Linda Pocher 
FMA, docente di teologia dogmatica presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium di Roma 

Fonte: Avvenire 

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