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Lidia Maggi "Lo stile mite/nonviolento di Gesù"

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Siamo curiosi di sapere, di conoscere quale sia stato “il singolare modo di stare al mondo” di Gesù? - chiede l’autrice Lidia Maggi, teologa e pastora battista. Dove guardare “per scorgere lo stile nonviolento che caratterizzerebbe Gesù di Nazareth”? Uno stile che Gesù non spiega a parole ma testimonia con la sua vita.

Misurarsi con Gesù di Nazaret e col suo singolarissimo modo di abitare la terra: un compito che suona come pretenzioso; un obiettivo per anime belle, la cui ingenuità getta inevitabilmente ombre sull’impresa. Più realistico abbandonare la sfida del riflessivo e accontentarsi di un più prosaico agire che muove da noi, senza troppo metterci in discussione: accantoniamo quell’impossibile “misurarsi” per fare quello che sappiamo fare, ovvero “misurare”. Sì, misurare quanto Gesù ha detto e fatto sulla base dei nostri interessi. Non sta succedendo così per tutto? Prendo, uso, taglio, amplifico ciò che mi piace, come anche denigro e ridicolizzo quanto non mi piace. E perché la figura di Gesù dovrebbe sfuggire alla strumentalità e alla polarizzazione della misura umana? 

Oggi, all’epoca dei social, noi assistiamo alle estreme conseguenze di un atteggiamento di lunghissima data, da cui neppure le chiese hanno saputo prendere le distanze. Oggi, in un modo forse più marcato che nel passato, Gesù ci interessa per confermare autorevolmente le nostre idee, quale pezza giustificativa - declamata come nuova e dai colori vivaci - che noi usiamo per rattoppare il solito vecchio vestito, quello tagliato su misura del nostro interesse personale o collettivo, un abito che, per quanto logoro, indossiamo come una seconda pelle. La pezza viene strappata dalla trama dei racconti evangelici e collocata là dove può tornare utile al nostro desiderio. E così la figura di Gesù viene tirata per la giacchetta a destra e a manca, arruolato per dar man forte ai nostri progetti, ingaggiato su entrambi i fronti del contendere. 

E a chi ha deciso che Gesù debba rappresentare il paladino dei valori occidentali risuona del tutto inverosimile parlare della sua mitezza nonviolenta; sarà frutto di una lettura tendenziosa, da combattere con tutte le armi, perché se le nostre bandiere vengono conquistate dagli altri, quel Gesù scomparirà dalla scena. Ma la strumentalità funziona anche come molla per interessarsi di Gesù come promotore di scelte di pace: anche chi non gli mette l’elmetto in testa è tentato di arruolarlo per le proprie battaglie. Per quanto siano di differente valore le opposte modalità con cui si misura Gesù, l’effetto collaterale è il medesimo: una semplificazione a suon di versetti o di stiracchiati episodi biblici, con scarsa o nulla curiosità sul suo singolare modo di stare al mondo, sul complessivo stile di vita che l’ha caratterizzato. Un modo di leggere e interpretare abitato dalla violenza, anche quando dice di prenderne le distanze. 

Intendiamoci, non è che io sia fuori dal gioco e sopra le parti. Anch’io mi ritrovo a misurare invece che misurarmi. Impossibile non vedere con lenti non deformate dalla propria storia, da interessi di parte. Forse, l’unico vantaggio sta nella consapevolezza dell’inevitabile precomprensione con cui uno sguardo si posa su quella figura. Non è poca cosa saperlo; ma questo non toglie dalla postura del “misurare”. La rende solo più cauta, meno grossolana. Tutto questo per dichiarare l’inevitabile violenza con cui si giunge a parlare di Gesù, anche del Gesù mite e nonviolento. E per provare a sorridere della presunta purezza delle nostre imprese, che possono sottrarsi a una presunzione ridicola, solo se si presentano nella veste dell’autoironia e lasciano spazio al dubbio. E in tempi di schieramenti polarizzati e di tifoserie sguaiate, il discorso sulla violenza e la nonviolenza si gioca innanzitutto nello stile di chi prende la parola e nel metodo con cui giunge a formulare dei giudizi. Perché si può persino parlare della mitezza di Gesù in modo violento! 


Ma non intendo dilungarmi ancora su questo ed entro nel merito della questione. Con quali occhiali, però? Dove si fissano i miei occhi per scorgere lo stile nonviolento che caratterizzerebbe Gesù di Nazaret? Forse perché ho frequentato nella mia giovinezza ambienti cristiani di tipo fondamentalista e ne ho apprezzata la radicalità ma ho anche visto la violenza che abita il letteralismo biblico, per me risulta impraticabile la strada che mette insieme le citazioni evangeliche a proposito della pace o della mansuetudine. Sia perché la contabilità delle citazioni è a due colonne: se in una metti il “rimettere nel fodero la spada”, nell’altra trovi il “non sono venuto a portare la pace ma la spada” - e chi non l’ha, ne compri una! Sia anche perché c’è una violenza insita nello strappare dal discorso un’affermazione, nel fare a brani il testo. 

Il mio sguardo prova a cogliere l’intera scena, si appunta su orizzonti non troppo ristretti, entro i quali si muove quella singolarissima figura di Gesù, che sfugge alla presa univoca e spiazza chi intende farne il testimonial di una determinata campagna. Lasciando a bocca asciutta soprattutto chi, mosso dall’urgenza, ne invoca una presa di posizione sottratta a una troppo lunga ricerca e discussione. Il che non significa che non esistano urgenze: ogni epoca storica se ne fa portavoce. E neppure che non sia necessario prendere posizione e, con atteggiamento militante, spendersi per la causa. Ma se vogliamo almeno provare a misurarci con Gesù, allora l’urgenza risulta controproducente (in realtà, è sempre così, non solo a proposito del maestro di Nazaret: la storia dei moti rivoluzionari dovrebbe avercelo insegnato a sufficienza!). 

C’è una distanza da onorare, una felice distanza dal nostro presente che, paradossalmente, gioca a favore di una maggior comprensione del nostro tempo, grazie all’attivazione di un altro sguardo. È la distanza che rende miti; l’urgenza è sempre a rischio di violenza. È la parola di Gesù, distante nello spazio e nel tempo, a suggerirci un altro modo di abitare la terra, differente da quello violento che irretisce la storia umana da millenni. 

A partire dall’intuizione del paradossale guadagno per il nostro tempo di questa inattualità, il mio sguardo si lascia guidare da un’ulteriore distanza - al quadrato! - ovvero nel provare a mettere a fuoco una scena in cui non è in gioco in maniera diretta ed esplicita la questione della mitezza. Provo cioè a osservare Gesù mentre parla d’altro, per vedere se nel suo stile personalissimo emerga effettivamente quella mite nonviolenza che gli viene attribuita. Non m’interessa che svolga bene il tema, che mostri in proposito una sapienza divina: l’imbeccata di chi gli pone la questione della pace indirizza già la risposta. Ma quando non c’è nessuna domanda, quando la mitezza appare un fuori-tema, se proprio lì compare, allora, per i miei occhiali, la scena si fa interessante. Un po’ come quando le donne ricercano l’orientamento politico del proprio interlocutore non sulla scena pubblica, nei discorsi ufficiali, ma mentre si muove entro le mura domestiche. Del resto, se si tratta di stile, o abbraccia l’intera vicenda biografica oppure è affettazione interessata. 


Dunque, provo a osservare Gesù di Nazaret in una scena ordinaria dell’esercizio del suo ministero. Come al solito si muove su due fronti: quello interno, rivolto a quanti lo seguono, e quello esterno, a contatto con la folla. Luca ne parla al capitolo 10 del suo racconto. 

Gesù ha già preso la decisione di muoversi verso Gerusalemme e pensa di mettere alla prova i suoi discepoli proponendo loro uno stage missionario. Li manda come agnelli in mezzo ai lupi, in contesti non protetti, in situazioni di conflitto, in città che probabilmente li respingeranno. L’atmosfera che avvolge la scena è quella dello scontro, il clima emotivo è quello della militanza, nell’ora x dell’azione pubblica, del gesto improcrastinabile. Ma di colpo il clima cambia. Al loro ritorno, i discepoli non denunciano l’incomprensione ma testimoniano di una insperata accoglienza. E anche Gesù smette il linguaggio del “guai” e benedice il Padre “che ha tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli”. 

C’è un’intelligenza che è violenta, in quanto incapace di aprirsi all’alterità, in grado solo di pianificare in base alle proprie convinzioni; e c’è una piccolezza, al limite della sprovvedutezza, che mostra la condizione mite di possibilità di una rivelazione divina. Ma non c’è tempo per un feedback più approfondito dell’esperienza missionaria perché dalla folla emerge un dottore della Legge che si rivolge a Gesù con intenzioni ingannevoli: “per metterlo alla prova”. Eccolo il sapiente e intelligente a cui è nascosta la verità del Regno. Un caso esemplare capitato proprio a proposito. Gesù ne potrebbe approfittare sia per istruire ulteriormente i suoi, sia per sottrarsi a un pericoloso trabocchetto che mira a delegittimarlo. 

Il dottore della Legge domanda che cosa debba fare per ereditare la vita eterna. Una domanda da un milione di dollari, che ben si presta all’ironia, se non al sarcasmo di colui a cui è rivolta. E poi bisogna pensare chi gliela fa: i dottori della Legge, gli scribi, sono presentati fin da subito come i nemici di Gesù (e subito dopo, al capitolo 11, sentiamo parole dure nei loro confronti: caricano gli altri di pesi che loro non toccano; sottraggono alla gente comune la chiave del sapere). 

Gesù non si mostra prevenuto e non legge il negativo della domanda. Sta al gioco, entra in dialogo, nonostante tutto. Noi avremmo detto: non ci sono le condizioni per il dialogo; è troppo tendenziosa la persona che ci interpella in questo modo. Invece, nel negativo, nella domanda faziosa, Gesù vede un’opportunità per un confronto comunque fecondo. 

Sulla base di questo atteggiamento mite, inizia il dialogo valorizzando il proprio interlocutore, la sua competenza, non smascherandone le intenzioni. Pone due domande: cosa sta scritto nella Bibbia, a proposito di quanto mi chiedi; e come leggi le Scritture. Entrambe importanti e affidate al suo interlocutore, ritenuto capace di aprirsi alla Parola e soggetto di una propria personale interpretazione. Non è Gesù a proporre una sintesi della parola rivelata: è l’altro che viene invitato a cogliere l’essenziale. Un essenziale che emerge dal dialogo, non per imposizione di un’intelligenza superiore (la mia, ovviamente, l’unica deputata a ribadire ciò che è giusto!). L’uomo malintenzionato, partito col piede sbagliato, sorprendentemente centra il bersaglio e mostra di aver compreso il cuore delle Scritture, ovvero i due amori, quello per Dio e quello per il prossimo. Gesù non puntualizza, non impugna la risposta come un’arma per denunciare l’ipocrisia di chi sa, ma non vive. Concorda con quelle parole e lo invita a farne l’orientamento di fondo affinché possa sperimentare la vita buona. 

Ma non tutto è facile, nemmeno per Gesù e la sua mite pedagogia. 

Nonostante l’empatia, l’averlo messo a proprio agio, il dottore della Legge è ancora difensivo. E, volendo giustificarsi, lo incalza: chi è il mio prossimo? Una domanda necessaria, che mostra il desiderio di scendere nel concreto ma che, allo stesso tempo, rivela l’ostilità e la diffidenza che ancora persistono. La mitezza di Gesù non è riuscita a smuovere le difese di quell’uomo, troppo preoccupato di sé. 

Il maestro non si spazientisce ma racconta di un uomo ferito dai briganti e di tre viandanti che si imbattono sul malcapitato: i primi due, uomini religiosi, prendono le distanze; il terzo, un samaritano, si avvicina e se ne prende cura. Dunque, l’atteggiamento mite con cui Gesù si relaziona al suo interlocutore si mostra qui nel fare leva su un altro linguaggio rispetto a quello normativo, quello parabolico. Come dire: sfodera una creatività, una sapienza dell’immaginazione, per prendere sul serio la domanda faziosa del dottore della Legge e, al tempo stesso, sospingerlo ad andare oltre il proprio sapere già acquisito. Facendo così, non lo tratta alla stregua di un rappresentante della fazione nemica degli scribi, disputando su questioni dottrinali con l’intento di mostrare l’errore altrui; desidera invece parlare al suo cuore e per questo si affida alla sapienza della parabola, un linguaggio che si fa prossimo al proprio interlocutore, rivestendolo della sua dignità di protagonista della storia, curando le sue ferite, desiderando che torni a vivere. 


“Chi ti pare essere stato prossimo?”. Verrebbe da dire: la mitezza con cui Gesù ha saputo avvicinarsi all’animo avvelenato, “mezzo morto”, del dottore della Legge incontrato lungo la via. 

La cura del samaritano della parabola è la stessa messa in atto da Gesù. Più ancora che il cogliere il centro della rivelazione nel duplice comandamento dell’amore; più alla radice dello spostare l’obiettivo dalla questione di chi sia il mio prossimo a quella del come farsi prossimi di quanti incontriamo, al di là delle classiche divisioni tra i “nostri” e gli “altri”; più di tutto questo, a fare la differenza è l’atteggiamento mite e non violento di Gesù, capace di disinnescare l’inimicizia e aprire a una nuova comprensione del reale. Noi, al confronto, siamo come i briganti della parabola: persino tra credenti, e in nome della pace evangelica da difendere a tutti i costi, ci siamo spogliati a vicenda, feriti e lasciati mezzi morti. Noi siamo quei briganti. Quelli che poi Gesù incontrerà sulla croce, offrendo loro, con una mitezza più forte della morte, una salvezza insperata. 


In questo modo Gesù ha abitato la terra, con questo stile, rispetto al quale noi, come lo scriba, cerchiamo di giustificarci, poiché ci sembra impossibile vivere così. “Da dove vengono le guerre e le contese tra di voi? Non derivano forse dalle passioni che si agitano nelle vostre membra?” (Giacomo 4,1). Abbiamo bisogno di misurarci di nuovo con il Maestro di Nazaret perché ci liberi dai nostri ragionamenti di sapienti e intelligenti e ci restituisca a quella piccolezza che consente al desiderio di essere educato dalla sua mite pedagogia. 


Lidia Maggi

Esodo n° 1 gennaio-marzo 2024

La nonviolenza attiva la pace

contributi di

Alioti, Barbirotti, Bettera, Bianchi, Canciani, Casanova, Cavallari, Coppola, Maggi, Marcon, Munaro, Oriato, Pace, Paronetto, Peyretti, Sclavi, Valpiana, Venturelli, Vito.




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