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Passione, morte e risurrezione rituale. Sui riti del Triduo Pasquale, senza fine e senza inizio

Andrea Grillo


La sequenza rituale che inizierà dopo il tramonto del Giovedì santo (quindi all’inizio del Venerdì, secondo il conteggio dei giorni che considera come soglia significativa e visibile non la “mezzanotte”, ma il “tramonto”) è caratterizzata da alcuni elementi di “stranezza” che gli antichi avevano già notato.

Nel suo “De divinis officiis”, Ruperto di Deutz, nel XI secolo, fa alcune annotazioni interessanti. Parla di “tre veglie” che caratterizzano in modo totalmente diverso dal resto dell’anno questi tre giorni (e sicuramente si tratta delle due veglie del giovedì e del venerdì, insieme alla grande veglia del sabato) in cui i toni del cordoglio, e della mestizia si risolvono nella gioia della terza veglia. Ma una seconda osservazione ci colpisce ancora di più: nel cap XXV del libro V Ruperto intitola un breve paragrafo: “Perché non abbiamo gli inizi e le fini?”. Si chiede, infatti, perché nei tre giorni del Triduo i grandi riti della Messa in coena Domini, della Memoria della Passione e della Veglia Pasquale risultino come “sospesi”, “incompiuti”, “indeterminati”, quasi “improvvisati”. La sua risposta è questa: se il Signore è l’alpha e l’omega, il principio e la fine, nel momento in cui Gesù muore, la Chiesa resta senza principio e senza fine, anche nei suoi riti. 

C’è un linguaggio rituale della Pasqua, che possiamo leggere in modo efficace, se consideriamo come la “normalità ecclesiale” riposi sulla evidenza del rapporto con il Risorto. Iniziare ogni messa con “Il Signore sia con voi” non è un fatto banale, ma è la iniziale confessione di fede che la assemblea stessa, appena radunata, è il Corpo di Cristo risorto, che vive nella storia. Questa è la evidenza che la Pasqua produce. Ma una volta l’anno, nel ritornare al centro del mistero pasquale, la Chiesa è come se sospendesse questa evidenza e tornasse ai “tre giorni” di elaborazione originaria di quella evidenza. Così l’ultima messa, sulla soglia del primo giorno, non si conclude, ma resta in sospeso, passando attraverso una impressionante spogliazione dell’altare. Si entra così in un tempo di “digiuno rituale”, che non prevede celebrazioni eucaristiche, fino all’inizio del “terzo giorno”. Questa fine mancata corrisponde all’inizio mancato della Veglia Pasquale, che arriva ad una celebrazione eucaristica dopo riti del fuoco e i riti della Parola straordinariamente estesi e ricchi, che arrivano al “sepolcro vuoto” come principio di dono dello Spirito, al Signore, per il Signore e con il Signore, e alla sua Chiesa. Una grande pausa, una sospensione, un ritorno alle priorità originarie, tutto questo avviene in forma rituale, perché si risvegli alla evidenza esistenziale. 

La sequenza del Triduo sospende anche l’uso ordinario del calendario. Per tre giorni entriamo in un altro modo di “contare il tempo”. I giorni cominciano e finiscono al tramonto: il primo giorno, ossia il venerdì (che inizia al tramonto del giovedì) è ricchissimo di riti di congedo: Gesù si congeda dai suoi nella cena pasquale, nel dono del pane e calice condiviso e nella lavanda dei piedi; ma Gesù si congeda dai suoi nel tradimento e cattura, nel processo, nella morte in croce, che è anche glorificazione. Tutti i riti del primo giorno sono “strani”, senza fine e senza inizio. Tutto accade nello stesso primo giorno. Il secondo giorno (dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato) è privo di riti, investito e colmo del silenzio e della comunione del Signore con tutti i defunti. E’ il giorno del sepolcro pieno e della afasia ecclesiale. Ma è anche il giorno della attesa e della tensione al compimento sulla base del “tutto è compiuto” ascoltato il giorno prima. Il terzo giorno (dal tramonto del sabato al tramonto della domenica) inizia in modo originalissimo, con la Veglia Pasquale, che è costituita di 4 parti (lucernario e benedizione del fuoco, una sterminata liturgia della Parola, la liturgia battesimale e la liturgia eucaristica) in cui alla Pasqua di Cristo corrisponde la Pasqua della Chiesa, che poi può riprendere il ritmo celebrativo ordinario, con la celebrazione eucaristica “del giorno”, che caratterizza la prima domenica del tempo pasquale, la Domenica di Risurrezione. L’ultimo giorno del Triduo è anche il primo giorno del tempo pasquale, che si distende per 50 giorni, fino alla domenica di Pentecoste. In questo modo i 40 giorni della Quaresima, i tre giorni del Triduo e i 50 giorni del tempo pasquale strutturano una esperienza di relazione tra la chiesa e il mistero pasquale che struttura la identità spirituale e storica dei cristiani cattolici. Al suo centro, nei tre giorni del Triduo, una serie di “infrazioni” alla normalità rituale segnalano la indisponibilità originaria del dono di grazia e la comunione che assimila il Signore alla sua Chiesa, nel passaggio dalla morte alla vita. In ogni rito degli altri 362 giorni, che inizia e finisce in modo esatto e preciso, dovremo sempre fare memoria di questo tempo in cui l’inizio e la fine non sono a disposizione della Chiesa, ma sgorgano sempre nuovi dal costato ferito del Signore crocifisso, che è risorto e vive per sempre.

Fonte: Come se non


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