La sequenza rituale che inizierà dopo il tramonto del Giovedì santo (quindi all’inizio del Venerdì,
secondo il conteggio dei giorni che considera come soglia significativa e visibile non la
“mezzanotte”, ma il “tramonto”) è caratterizzata da alcuni elementi di “stranezza” che gli antichi
avevano già notato.
Nel suo “De divinis officiis”, Ruperto di Deutz, nel XI secolo, fa alcune
annotazioni interessanti. Parla di “tre veglie” che caratterizzano in modo totalmente diverso dal
resto dell’anno questi tre giorni (e sicuramente si tratta delle due veglie del giovedì e del venerdì,
insieme alla grande veglia del sabato) in cui i toni del cordoglio, e della mestizia si risolvono nella
gioia della terza veglia. Ma una seconda osservazione ci colpisce ancora di più: nel cap XXV del
libro V Ruperto intitola un breve paragrafo: “Perché non abbiamo gli inizi e le fini?”. Si chiede,
infatti, perché nei tre giorni del Triduo i grandi riti della Messa in coena Domini, della Memoria
della Passione e della Veglia Pasquale risultino come “sospesi”, “incompiuti”, “indeterminati”,
quasi “improvvisati”. La sua risposta è questa: se il Signore è l’alpha e l’omega, il principio e la
fine, nel momento in cui Gesù muore, la Chiesa resta senza principio e senza fine, anche nei suoi
riti.
C’è un linguaggio rituale della Pasqua, che possiamo leggere in modo efficace, se consideriamo
come la “normalità ecclesiale” riposi sulla evidenza del rapporto con il Risorto. Iniziare ogni messa
con “Il Signore sia con voi” non è un fatto banale, ma è la iniziale confessione di fede che la
assemblea stessa, appena radunata, è il Corpo di Cristo risorto, che vive nella storia. Questa è la
evidenza che la Pasqua produce. Ma una volta l’anno, nel ritornare al centro del mistero pasquale, la
Chiesa è come se sospendesse questa evidenza e tornasse ai “tre giorni” di elaborazione originaria
di quella evidenza. Così l’ultima messa, sulla soglia del primo giorno, non si conclude, ma resta in
sospeso, passando attraverso una impressionante spogliazione dell’altare. Si entra così in un tempo
di “digiuno rituale”, che non prevede celebrazioni eucaristiche, fino all’inizio del “terzo giorno”.
Questa fine mancata corrisponde all’inizio mancato della Veglia Pasquale, che arriva ad una
celebrazione eucaristica dopo riti del fuoco e i riti della Parola straordinariamente estesi e ricchi,
che arrivano al “sepolcro vuoto” come principio di dono dello Spirito, al Signore, per il Signore e
con il Signore, e alla sua Chiesa. Una grande pausa, una sospensione, un ritorno alle priorità
originarie, tutto questo avviene in forma rituale, perché si risvegli alla evidenza esistenziale.
La sequenza del Triduo sospende anche l’uso ordinario del calendario. Per tre giorni entriamo in un
altro modo di “contare il tempo”. I giorni cominciano e finiscono al tramonto: il primo giorno,
ossia il venerdì (che inizia al tramonto del giovedì) è ricchissimo di riti di congedo: Gesù si congeda
dai suoi nella cena pasquale, nel dono del pane e calice condiviso e nella lavanda dei piedi; ma
Gesù si congeda dai suoi nel tradimento e cattura, nel processo, nella morte in croce, che è anche
glorificazione. Tutti i riti del primo giorno sono “strani”, senza fine e senza inizio. Tutto accade
nello stesso primo giorno. Il secondo giorno (dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato) è
privo di riti, investito e colmo del silenzio e della comunione del Signore con tutti i defunti. E’ il
giorno del sepolcro pieno e della afasia ecclesiale. Ma è anche il giorno della attesa e della tensione
al compimento sulla base del “tutto è compiuto” ascoltato il giorno prima. Il terzo giorno (dal
tramonto del sabato al tramonto della domenica) inizia in modo originalissimo, con la Veglia
Pasquale, che è costituita di 4 parti (lucernario e benedizione del fuoco, una sterminata liturgia della
Parola, la liturgia battesimale e la liturgia eucaristica) in cui alla Pasqua di Cristo corrisponde la
Pasqua della Chiesa, che poi può riprendere il ritmo celebrativo ordinario, con la celebrazione
eucaristica “del giorno”, che caratterizza la prima domenica del tempo pasquale, la Domenica di
Risurrezione. L’ultimo giorno del Triduo è anche il primo giorno del tempo pasquale, che si
distende per 50 giorni, fino alla domenica di Pentecoste. In questo modo i 40 giorni della
Quaresima, i tre giorni del Triduo e i 50 giorni del tempo pasquale strutturano una esperienza di
relazione tra la chiesa e il mistero pasquale che struttura la identità spirituale e storica dei cristiani
cattolici. Al suo centro, nei tre giorni del Triduo, una serie di “infrazioni” alla normalità rituale
segnalano la indisponibilità originaria del dono di grazia e la comunione che assimila il Signore alla
sua Chiesa, nel passaggio dalla morte alla vita. In ogni rito degli altri 362 giorni, che inizia e finisce
in modo esatto e preciso, dovremo sempre fare memoria di questo tempo in cui l’inizio e la fine non
sono a disposizione della Chiesa, ma sgorgano sempre nuovi dal costato ferito del Signore
crocifisso, che è risorto e vive per sempre.
Fonte: Come se non