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Selene Zorzi "Lo scandalo della violenza contro le donne: ruolo e responsabilità della Chiesa"

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Rocca 1 marzo 2024 

Tra tutti gli omicidi commessi solo una parte minore ha come vittime le donne. Tuttavia 80% degli omicidi di donne sono commessi in ambito affettivo e familiare se non addirittura direttamente da compagni o da ex compagni, da persone cioè che dicevano di amarle.

È ciò di cui si parla quando si parla di femminicidio: il femminicidio, infatti, non è semplicemente l’uccisione di una donna ma indica la mentalità che porta a quell’uccisione. La mentalità che considera le donne subordinate e funzionali al maschio. C’è una corresponsabilità della chiesa in questa mentalità? La risposta è sì e si potrebbero fare vari esempi. Ne propongo solo alcuni. Ancora oggi i testi di Genesi 1-3 fanno parte di un immaginario collettivo benché la società oggi si sia del tutto emancipata da una cultura biblica e anche cristiana. In Gen 2-3, Adamo ed Eva sono diventati i simboli del genere maschile e femminile quindi riferimento per ogni maschio e per ogni femmina. Benché oggi quasi più nessuno interpreti in modo letterale e storicistico questi testi, tuttavia il loro impatto sulla dottrina, sulle istituzioni, sulla struttura ecclesiale, ma anche nella società e nella mentalità è ancora molto forte. Ricorderò molto velocemente come il testo di Gen 1,26 abbia avuto lungo la storia della teologia diverse interpretazioni antropologiche. 

i modelli antropologici proposti da Børresen 

La teologa K.E. Børresen aveva individuato tre modelli antropologici dell’interpretazione di questo testo: un primo modello che chiamava monismo androcentrico, dove solo l’Adamo maschio veniva considerato ad immagine di Dio; un secondo modello che chiamava dualismo androcentrico, dove uomini e donne sarebbero dovuti arrivare ad un’immagine di Dio asessuale o metasessuale, dal momento che Dio non ha sesso e un terzo modello che la teologa chiama monismo olistico, dove sia uomini che donne in quanto uomini e donne (e non benché tali) sono considerati creati ad immagine di Dio. Questo ultimo modello è stato iniziato dall’esegesi femminista ed è ora accettato teoricamente dal Magistero. Inutile dire che alla base della teologia, dell’antropologia teologica e delle istituzioni cristiane ha però prevalso il primo modello o al limite una sintesi tra il primo e il secondo. I teologi potevano contare su un ricco dossier di testi biblici che appoggiavano questa interpretazione e che si sono formati anche sulla base di una certa cultura pagana, sia greca che romana, nella quale i testi sono stati scritti. 

ruolo della donna secondario e funzionale 

Questa concezione della donna in quanto secondaria e funzionale è stata anche alla base delle argomentazioni, piuttosto inconsistenti, per l’esclusione delle donne dal ministero dell’ordine. Per quanto riguarda Genesi 2-3, la teologa M. Dely ha messo in luce come questi testi abbiano contribuito alla creazione del capro espiatorio Eva. Il tipo di interpretazione che ne emerge ha avuto un impatto negativo sui rapporti tra i sessi che si è inciso nella dottrina, nelle istituzioni, nelle leggi, nella società, nella cultura ma anche nella psiche. Attribuendo all’altro, cioè alla donna, tutto il male, il maschio deresponsabilizza se stesso. Ne risulta una prospettiva fortemente falsata su Dio, sulla donna, sull’uomo, sui rapporti tra uomini e donne, infine anche sul ciò che è bene e male. Infatti, il punto di vista del maschio diventa il punto di vista di Dio con una conseguente errata denominazione di tutta la realtà. Gli effetti di questa interpretazione sono devastanti non solo per la donna ma anche per l’uomo: si giustifica un’impostazione sessista della società e della chiesa, si giustifica l’oppressione dell’uomo sulla donna. La femminilità viene disprezzata e così la donna dirige verso se stessa questo disprezzo; anche l’uomo, non riconoscendo una positività nel ruolo di altro, dirige il disprezzo verso se stesso cioè verso quella parte altra di sé che ha in se stesso (si pensi al concetto di ombra di Jung). Ne deriva anche un rapporto competitivo delle donne tra loro. Condannate a recitare il ruolo di altro, infatti, le donne accettano di assumere comportamenti di compiacenza per essere accettate dal maschio, entrando in competizione tra loro; assumono infatti una visione negativa di se stesse e infine accettano di agire per se stesse solo in forma vicaria tramite il maschio. Ne deriva che alla femminilità vengono associati i valori come amore sacrificale, sopportazione della sofferenza, umiltà, silenzio, secondarietà. Sono ritenuti vizi femminili atteggiamenti come la loquacità, l’indipendenza affettiva e sessuale, l’emotività, la vulnerabilità. 

parallelismo tra Eva e Maria 

A questo schema si aggiunge un parallelismo di origine patristica (Giustino e poi Ireneo) quello tra Eva e Maria. Si tratta di un binarismo femminile che mette da una parte un’unica donna perfetta e inarrivabile, che però funziona come un modello coercitivo per tutte le altre donne che di fatto non possono che essere ricondotti a Eva, la pessima. Nessuna di noi, infatti, è sia vergine che madre, dunque siamo tutte Eva. Si tratta di un sistema binario conosciuto anche dalle culture patriarcali dove le donne perbene sono coloro che rientrano nei ruoli del patriarcato o che il patriarcato decide per le donne quali quella di figlia vergine e obbediente, madre premurosa e moglie devota e casta. Dall’altra ci sono le donne pocodibuono ovvero tutte coloro che in qualche modo esulano da questi rigidi schemi, le «devianti»: sono state chiamate streghe, isteriche, ninfomani e come tali punite. Infatti ogni volta che gli uomini hanno attribuito un nome a donne che non rientravano negli schemi delle donne perbene, hanno attribuito appellativi fortemente dispregiativi. 

concezione arcaica della sessualità nella Bibbia 

Un altro luogo in cui la Chiesa appare corresponsabile della cultura dello stupro è l’essere ancorata ancora ad una concezione arcaica della sessualità: nella Bibbia i termini che indicano uomo e donna possono essere tradotti con penetrante (zara) e penetrabile (qebah). In questa concezione il corpo maschile funziona come un’arma, mentre quello femminile come qualcosa che subisce violenza. È una impostazione predatoria dei rapporti sessuali. È però anche una visione della sessualità ridotta alla genitalità, con una prospettiva esclusivamente maschile, per cui il piacere è sempre collegato alla fecondazione. Si tratta di un’impostazione che si ritrova nella concezione aristotelica della riproduzione, dove la donna è ancora considerata del tutto passiva. Una concezione che implica un dualismo antropologico molto forte tra corpo e anima e che non si è ancora aperta alle conoscenze che derivano dalla psicologia circa l’energia erotica. Infine, la chiesa stessa resta un luogo produttivo di abusi: è noto, infatti, come lo squilibrio di potere produca violenza e abusi sessuali in ogni luogo. Nella chiesa il potere è esclusivamente collegato alla maschilità. La struttura binaria, o se vogliamo dire clericale, della chiesa permette una ingiustizia di fondo che prevede un gruppo di battezzati ontologicamente differenti rispetto ad un altro gruppo di laici tra i quali le donne. Proprio per il fatto che tutto il potere è in mano esclusivamente a maschi anche il circuito di feedback non esiste. 

possibili vie d’uscita 

Vorrei prospettare ora alcune vie di uscita che ritroviamo nello stesso cristianesimo. Anzitutto la prassi di Gesù: il Vangelo ci racconta di un uomo, assai fuori dagli schemi per quanto riguarda il suo essere maschio, maestro e Signore, che chiama alla sequela uomini e donne senza discriminazione di genere. Occorre riconoscere, come già faceva Papa Giovanni nella Pacem in Terris, che lo stesso movimento di emancipazione delle donne si è costituito principalmente proprio nei popoli di tradizione cristiana. Questo perché è proprio nella prassi e nel messaggio di Gesù che si è individuato un messaggio di liberazione per i poveri, per gli esclusi, quindi anche per le donne. Per quanto riguarda l’interpretazione di Gen 1, abbiamo già fatto riferimento al terzo modello interpretativo che vede uomini e donne in quanto uomini e donne entrambi fatti ad immagine di Dio. Restano tuttavia una incongruenza tra l’accettazione teorica di questa interpretazione e la struttura istituzionale che ancora risente dell’antica concezione. Per quanto riguarda Gen 2-3 abbiamo diverse interpretazioni di quel testo e un compito per noi donne che dovremmo liberarci dall’interiorizzazione di una femminilità negativa, dal senso di colpa e in qualche modo avere il coraggio di mangiare dell’albero della conoscenza e di «cadere nella libertà» come dice Mery Daly, ovvero osare noi stesse in tutti i campi. Scoprire noi stesse nella sorellanza, liberarci dai ruoli confezionati. In realtà le donne hanno già iniziato a rigettare i modelli standard di femminilità tipici del patriarcato. Ma è qui che non si riesce ad entrare in nuovi modelli di relazione tra uomini e donne e si sperimenta la reazione violenta dei maschi. Infatti una tale liberazione chiama ad un «liberi tutti», anche i maschi, perché anche loro sono costretti dal patriarcato in ruoli e identità che opprimono uno sviluppo autentico delle loro personalità. La teologia morale dovrebbe confrontarsi più seriamente con le ricerche che provengono dalle scienze umane, penso alla concezione di S. Freud sull’erotismo, di A. Adler sul potere, di G. Jung sugli elementi maschili e femminili di ogni persona, sui dispositivi di potere e controllo dei corpi analizzati da M. Foucault, magari anche sul potere del linguaggio nel rivelare o nascondere i corpi «abietti», come illustrato J. Butler. Infine ci sarebbero due chiari compiti per gli uomini: riflettere collettivamente circa l’associazione acritica e invisibile tra maschilità e potere (magari in circoli di soli maschi sulla scia delle pratiche femministe degli anni ’70) e in secondo luogo in una presa di responsabilità collettiva circa la violenza sulle donne, anche se, in quanto singoli, non siete responsabili di violenza.








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