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Non possiamo cambiare un fatto, possiamo riscrivere gli effetti

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Avvenire

29 gennaio 2024


La storia umana, che non finisce, è fatta dal modo in cui la storia stessa è compresa: ammirata, patita, conosciuta e fatta propria. Ecco l’errore della “cancel culture”

La fantascienza, di primo acchito, indirizza al futuro. Certo. Però, il motivo di un futuro evoluto al punto da consentirci di “navigare nel tempo” e di “ritornare al passato” – persino per modificarlo, ritoccando la storia che ne è seguita – è un filone super-frequentato dalla fantasia del futuro. Ora vorrei proporvi qualche risonanza “quasi-teologica” di questa componente della fantasia iper-scientifica del viaggio nel tempo tra il passato e il futuro. 

Intanto, non sarebbe male se ogni tanto cercassimo di abbracciare con affetto il passato degli umani come l’avventura nel tempo di una comunità di origine e di destinazione: una storia del vivente alla quale apparteniamo e che ci appartiene. Questa storia, secondo la nostra fede, non è semplicemente estinta, chiusa, annullata. I suoi testimoni rimangono in relazione con noi in molti modi e, secondo la convinzione della fede, godono di una prospettiva privilegiata nel loro rapporto con Dio: ma anche, a partire di qui, con il nostro tempo, la nostra storia, la nostra terra. Molti dei loro passaggi di vita, rimangono in sospeso nei confronti del loro rapporto concreto con il destino dell’intera creazione, la cui storia non è ancora finita: il Credo che recitiamo alla Messa parla di un giudizio «dei vivi e dei morti» che redime tutte le loro relazioni. E dell’avvento della «vita del mondo che verrà», che si inaugura con la venuta del Signore che consegna la redenzione della creatura al Padre. 

Un mondo di relazioni delle creature trasfigurato nell’intimità di Dio è un mondo nel quale ogni lacrima viene asciugata e nessuna porta è più chiusa. Dunque, un mondo nel quale tutto il perdono che deve essere offerto viene in pari con tutto il risarcimento che deve essere accordato alla creatura umiliata e offesa. L’inclinazione maligna deve essere totalmente riconosciuta e ripudiata come un orrore; e l’approvazione dei propri fratelli e delle proprie sorelle deve essere umilmente cercata e venerata come una grazia. 

Il passato, dunque, è, anzitutto, l’intera umanità che in molti modi, ma senza soluzione di continuità e di comunità, rimane vivente. Una storia immensa, di slanci creativi, dei quali Dio si entusiasma e si appassiona; e di cadute abissali nelle quali Dio è ferito e crocifisso. Questa storia, che affeziona Dio fino alla sua intimità più nascosta, è una sola. È la nostra. Tutti le apparteniamo, tutta ci appartiene. Essa appartiene a Dio e Dio ne fa parte. Ne siamo definitivamente certi, guardando con fede a Gesù, principio di unità salvifica e di pacifica riconciliazione della storia (Lumen Gentium, 9). Questo passato non è perso nella liquefazione del tempo, non è finito in qualche buco nero del cosmo. Dobbiamo essere leali, con questa storia: indagarla con rigore e comprenderla con amore. 

La storia umana è fatta anche – e soprattutto – dal modo in cui la storia stessa è compresa: ammirata, patita, conosciuta e fatta propria. La conoscenza e le conseguenze che ne traiamo ci trasforma: ed essa stessa si trasforma attraverso di noi. Non si tratta di ripeterla ottusamente e di conservarne lo stampo: la storia passata non è più intelligente e santa della nostra, e nemmeno più feroce e stupida. Quando la conoscenza della storia ci migliora, essa stessa diventa migliore. E quando rivive come pretesto per il nostro degrado, si incupisce essa stessa. 

Il vezzo di trattare il passato degli umani come una faticosa e progressiva emancipazione dall’ignoranza e dalla superstizione, che si crea idoli infantili e divinità fantastiche, è una postura moderna che appare, ormai, più stupida che arrogante. Nello stesso modo, la nostalgia dei tempi passati, dove la verità aveva un valore più certo e la giustizia un onore inviolato, appare sempre assai patetica. La cancel culture e il politicamente corretto, però, sono ancora peggio: non sono virtù che rendono giustizia alla storia, ma rimozioni che gliela tolgono, perché trovano semplicemente insopportabile cercarla nelle pieghe e nelle contraddizioni della storia reale. E che sempre si ripetono: anche nella nostra. 

Dunque, ameremo la storia passata, come la nostra, con la serietà e l’umiltà che sono necessarie alla coscienza di non esserne affatto testimoni privilegiati e senza peccato. Riconosceremo in essa, con commozione e ammirazione, gli slanci più creativi dell’umano che ci è comune; soffriremo con emozione e vergogna, le pulsioni maligne che dovranno essere redente ad ogni costo: fino a che Egli venga. Dell’amore che ci purifica, e ci rende meno indegni di abitare quella Terra di Dio, l’amore per l’Umanità dell’umano che ci ha preceduto è parte essenziale. L’amore del prossimo, che raggiunge lo “sconosciuto” e il “chiunque” dell’immensa storia degli umani, coltiva passione per la redenzione della nostra stessa storia. Non si chiama fuori dai suoi legami. Coloro che abbandonano i bambini sacrificati da Erode, perché ormai sono il passato, sono pronti a farlo con quelli che stanno per arrivare ora. 

Noi non possiamo, come si ripete ormai quasi per inerzia (e sembra una grande verità filosofica), modificare i fatti del passato. In certo senso è vero: gli avvenimenti del passato, per noi sono accaduti. Di certo, però, possiamo modificarne gli effetti. La storia degli effetti, fa parte della storia dei fatti: quando sbarro la strada alla logica sacrificale dell’imperialismo erodiano, riduco la portata del suo gesto, modifico il posto che occupa nella nostra storia, lo rendo più piccolo e più vergognoso. Incomincio ad aprire la Terra al giusto riscatto delle sue vittime: cambio la nostra storia, modifico il suo rapporto col passato, intervengo sulla portata degli eventi che hanno preceduto. Incomincio a saldare il mio debito: rendendomi conto di quanto sono ancora complice – volontario o involontario – dei sacrifici dei bambini che la nostra storia procura. Quando la violenza appare svergognata e sconfitta, fin dentro la mente, allora la Terra trasfigurata è più vicina: al passato dell’umano, al futuro di Dio. 

Del resto, sfidando qualche deduzione “metafisica” (in verità, fin troppo legata a una “fisica” obsoleta, che sta profondamente mutando) sulle anime e sui corpi, sul passato e sul futuro, l’immaginazione teologica che ha plasmato la retta fede cristiana mette vita e passione nel nostro rapporto con tutto il nostro passato e con il futuro che ci è destinato. I santi si danno un gran da fare, per non lasciare noi terrestri – che siamo il loro passato – al nostro destino cosmologicamente incerto e alla nostra redenzione umanamente impossibile. E da sempre, la Chiesa rimane ferma nell’incoraggiarci a rimanere attaccati al destino degli affetti passati: pregando e intercedendo, chiedendo perdono e professando gratitudine, disturbando Dio come l’amico importuno e contraddicendo l’ingenua convinzione di un passato semplicemente immodificabile. 

La fiction non rinuncia a pensare il rapporto, sfidando la fisica del nichilismo; la messa da requiem è la forma musicale più commovente del pianeta. Come mai il pensiero teologico è così inerte? La bella icona orientale dell’anastasi mostra Gesù risorto che esce dal pozzo della storia, tenendo saldamente per mano Adamo ed Eva, strappati dall’attesa della vita «del mondo che verrà». E appesi a loro, tutti gli altri che questa attesa l’hanno condivisa: creativamente rallegrata per gli altri e dolorosamente patita per loro stessi. 

Il passato umano non finisce affatto nel Niente. L’abbraccio finale dell’atto Creatore avvolgerà l’intero passato della terra abitata: vagliando e trasfigurando ogni vibrazione della vita, senza eccezione di persona. Per essere degni di questo abbraccio dell’amore di Dio, si deve accettare la storia dei fatti, ma si può lottare per la storia degli effetti dell’umano passato. Eccome se si può. Il passato rivive e cambia: e noi con esso e con tutto l’umano che contiene. E Dio ne terrà conto, quando saremo giudicati degni di abitare la nuova Terra.


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