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Agnese Moro e Adriana Faranda: il peso del dolore

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Viene alla mente la leggenda giapponese del vaso rotto che si ripara con l’oro per lasciare traccia delle fratture e dare nuova forma ai cocci, ascoltando l’esperienza di Agnese Moro e di Adriana Faranda. La figlia dello statista ucciso dalle Brigate rosse nel 1978 e l’ex brigatista hanno inaugurato venerdì 23 febbraio, nella sala conferenze del Seminario Maggiore, il ciclo di incontri promosso per la Quaresima da Caritas Roma e dall’Ufficio diocesano per la pastorale carceraria, sul tema della giustizia riparativa. A moderare l’evento monsignor Marco Fibbi, coordinatore dei cappellani di Rebibbia.

L’oro che tiene insieme i pezzi di «un dolore prodotto e di uno subìto», entrambi «irreparabili perché non si possono rimettere le cose a posto come se non fossero avvenute», ha affermato Agnese Moro, è dato dall’incontro tra i colpevoli dei crimini e i parenti delle vittime, a cui si perviene «dopo un percorso di accompagnamento del proprio dolore». La figlia di Moro per 31 anni dopo l’uccisione del padre aveva scelto «la strategia del silenzio, perché non sei in grado di raccontare che cosa ha rappresentato per te l’accaduto», ha spiegato, ma l’incontro con il gesuita padre Guido Bertagna – che si occupa di giustizia riparativa, in particolare in riferimento ai crimini commessi negli anni del terrorismo – l’ha convinta che non fosse il silenzio né l’«indossare la maschera della vittima che deve soffrire per sempre senza trovare consolazione» la cura più efficace per il proprio dolore.

Moro ha riferito infatti di come rimanere vincolati «all’irreparabile produce degli effetti devastanti che si moltiplicano nel tempo come delle scorie radioattive». Esplicitando le conseguenze del rimanere «nell’immobilità del trauma vissuto, che assorbe energie e provoca sentimenti quali rancore, disgusto, disperazione e anche senso di colpa per non avere salvato chi si ama», ha parlato di una vita resa «pesante e complicata, meno libera e meno tua». In maniera uguale e contraria anche in chi il trauma e il dolore lo ha causato c’è il desiderio di «sentirsi responsabili non più per un reato che hai compiuto, e quindi del passato, ma anche del futuro – ha spiegato Adriana Faranda -, nella consapevolezza che qualunque scelta compiamo ha delle conseguenze che abbracciano molte più persone di quante immaginiamo».

Ecco allora «la necessità di dire “mi dispiace” a chi si è ferito irrimediabilmente», ha continuato, facendo dell’esperienza del carcere, «dove molti vivono solo nell’attesa di qualcosa che deve venire da fuori senza mai sperimentare una evoluzione interiore», una presa di coscienza e di responsabilità. Da questo è derivato per Faranda «il bisogno di confrontarsi interamente con il mio passato», attraverso «il confronto con il volto delle persone che hanno subito le conseguenze delle mie azioni, e ben venga il rimprovero: serve a capire quanto ancora di quella Adriana c’è e quanto invece di me si è trasformato».

Per l’ex brigatista, che ha scontato 15 anni di carcere ed è libera dal 1994, «l’irrimediabile non può essere ricucito ma può essere solo portato insieme il peso del dolore» perché «paradossalmente solo chi ha provato un dolore come quello di Agnese può capire il dolore che vivo», ha detto ancora, sottolineando che «sono dolori incommensurabili, eppure ci accomunano e questo è un mistero». In questa condivisione tra chi il dolore lo ha prodotto e chi lo ha subito consiste la giustizia riparativa, «intesa come percorso, ricerca e ricostruzione delle relazioni», ha concluso Faranda. Si basa sulla relazione autentica anche il modello auspicato da Moro e «chi se non la Chiesa può farsene carico?», si è interrogata. La sollecitazione a guardare «a chi è condannato al carcere pur essendo diventato una brava persona e avendo ricostruito la propria vita» è giunta da Moro in risposta a quanto domandato dal vescovo Benoni Ambarus, delegato per la pastorale carceraria, rispetto a come «poter ascoltare il mondo delle carceri affinché il male compiuto non corroda».

Grande l’interesse per il racconto delle due esperienze. Non c’è spazio, al loro interno, per discorsi sugli anni ’70, non è questo l’intento, ma una delle tante domande riporta l’attenzione su quei 55 giorni terribili, sulla lettera di Paolo VI “agli uomini delle Brigate rosse” e su cosa si sarebbe potuto fare per salvare Moro. La figlia Agnese è netta: «Non hanno voluto fare niente per salvare mio padre», venendo meno alla «cultura politica dei cattolici per la quale al centro ci sono le persone, per la quale ogni persona è preziosa. In quei 55 giorni la stessa Dc difese l’idea che la dignità dello Stato fosse più importante della vita delle persone. Non è un giudizio polemico, è un fatto».

Fonte: RomaSette


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