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Panchine rosse nella Bibbia

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Sentiamo ancora l’eco delle parole del padre di Giulia Cecchettin durante il funerale nella basilica di santa Giustina, quelle più significative in tutta la vicenda.

 Anche noi speriamo e preghiamo che l’ennesima tragedia, con il dolore tempestoso che l’ha accompagnata, possa essere trasformata in elemento capace di fecondare le vite. Chi si interroga sui dati culturali che consentono il perpetuarsi di comportamenti aberranti non può non intersecare morali religiose e interpretazioni bibliche che anche lontanamente possano sostenere una visione di donne a disposizione dell’arbitrio o della fragilità maschile. Molti sono i testi biblici che riflettono il contesto patriarcale in cui sono stati generati, ma ci chiediamo se ci siano varchi che la parola di Dio abbia scavato per mostrare visioni alternative. Ci chiediamo anche se esistano situazioni meno efferate rispetto ad una uccisione e che però possano continuare ad avvelenare pozzi.


Il pozzo di Lacai-Roì


Fra i possibili esempi guardiamo al tempo delle matriarche e incontriamo Agar l’egiziana (cf. Gen 16,1-13; 21,14-21). Nella sua vicenda notiamo come il mancato rispetto associato alla sua condizione di schiavitù è agito da una donna, Sara, che decide del suo corpo, della sua vita. Il primo testo che la riguarda sembra suggerire che la sua gravidanza inizi a risvegliare la sua dignità di persona: non è più una cosa e non riesce più a guardare Sara come una “padrona”. Maltrattata, cerca scampo nel deserto. L’angelo, figura letteraria che rende presente il Signore stesso, si rivolge a lei chiamandola per nome e ponendole una domanda chiave per la vita di ognuno: «Da dove vieni e dove vai?». Si tratta del terzo interrogativo in Genesi dopo il «Dove sei?» rivolto ad Adamo e il «Dov’è tuo fratello?» rivolto a Caino, e ci dice come l’identità spesso è interpretata non in termini di ontologia, ma di relazione, di posizione rispetto agli altri, alla propria storia, al proprio futuro.

Il messaggero mostra come Dio risponda al grido di Agar: «Il Signore ha ascoltato il tuo lamento» (16,11), le ha appena fatto una promessa simile a quella proposta ad Abramo: «Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla, tanto sarà numerosa» (16,10), ma le ha anche chiesto di tornare in una condizione di sottomissione, di piccolezza (il verbo usato anah è lo stesso da cui deriva il termine anawim che si riferisce ai piccoli, gli umili del Signore). Per quanto questa espressione ci sia cara, non possiamo negare che ovunque si associ la sottomissione ad un ordine divino dobbiamo scorgere un problema interpretativo; non possiamo assumere l’indicazione senza una seria discussione che eviti strumentalizzazioni improprie e mortificanti del valore della persona. L’obiettivo non è applicare a testi antichi di millenni la sensibilità moderna frutto di lunghi cammini e di tante fatiche, ma evitare che, interiorizzata senza un’analisi critica, porti ancora una volta acqua al mulino della legittimazione della donna silente e docile, incipiente vittima sacrificale.

Partorire Ismaele diviene per Agar sua fortuna e sua condanna. Viene nuovamente narrato di un suo allontanamento (Gen 21): viene cacciata insieme al figlio in una situazione senza sbocchi e ormai disperata. Dio interviene ancora una volta e il segno della presenza salvifica è associata di nuovo ad una fonte d’acqua. Usata, abusata ed eliminata da un’autorità maschile avallata da una visione femminile che la considera un essere di seconda categoria, immaginiamo una panchina rossa presso il pozzo in cui il Dio Vivente si è mostrato a lei e a ogni lettore come “colui che vede”. Mentre facciamo memoria di lei e di donne che vivono esperienze analoghe, nell’impegno a superarle, scopriamo che nella tradizione islamica la fecondità della storia di Agar è senza pari: ogni pellegrino che va alla Mecca deve imitare Agar correndo per sette volte fra due colline alla ricerca dell’acqua avendo in mente il suo cammino, il suo coraggio, la sua speranza.


La sala della reggia nella città di Susa


Altra situazione interessante è il pretesto narrato nel primo capitolo del libro di Ester per la ricerca della nuova regina. La sede si era resa vacante perché la regina era stata rimossa. Durante un banchetto, il grande re di Persia aveva deciso di mostrare ai convitati provenienti da tutte le province dell’impero, altri esempi della sua ricchezza e della sua potenza, come aveva fatto nei giorni precedenti. Anche la regina Vasti stava tenendo nel frattempo un banchetto nella reggia di Susa per le donne e improvvisamente venne fatta chiamare per comparire davanti agli invitati del re così da mostrare la sua bellezza. Richiesta a cui la regina oppose un netto rifiuto.

Il testo è stato variamente interpretato anche in ambito rabbinico. Cosa è stato chiesto realmente alla regina? C’è chi ipotizza che, nell’ebbrezza data dal vino, le sia chiesto di comparire nuda, solo con la corona sul capo. Oppure di giungere nella fase del banchetto che prendeva le sembianze di un’orgia. Nel Midrash ebraico viene descritta come vanitosa e malvagia per aver oppresso delle donne ebree o, ancora, sfigurata dalla lebbra. Le interpretazioni antiche si accaniscono contro di lei, mentre la lettura femminista la esalta a partire da Elizabeth C. Stanton che scrisse in The Women’s Bible che Vasti «aggiunse nuova gloria al [suo] giorno e alla sua generazione… con la sua disobbedienza perché “Resistere ai tiranni è obbedienza a Dio”».

Alcune interpretazioni sono fantasiose, ma lo stesso testo biblico fa emergere la reazione degli uomini, considerata condivisibile o giustificabile da parte di tanti e tante perché considerata conseguenza di una “provocazione femminile”.

«Perché quello che la regina ha fatto sarà noto a tutte le donne e le indurrà a disprezzare i propri mariti. Esse diranno: “Il re Assuero aveva ordinato che si conducesse alla sua presenza la regina Vasti e lei non vi è andata”. D’ora innanzi le principesse di Persia e di Media che verranno a conoscere la condotta della regina, ne parleranno a tutti i prìncipi del re e ne nascerà gran disprezzo e collera» (Est 1,17-18).

Vasti viene di fatto punita per aver difeso la sua dignità. Ciò che anima gli uomini è il timore di una sovversione di un sistema a loro vantaggioso e la scelta di spezzare in origine ogni possibile solidarietà indiretta con la vittima da parte di altre donne. Un indizio interessante del fatto che qui si trova un nervo scoperto sta anche nella modifica della versione del ‘74 che spiegava come la notizia della rimozione di Vasti avrebbe consentito ad ogni marito di essere «padrone in casa sua», mentre nella versione attuale si dice che l’intenzione era che i mariti «fossero rispettati» (Est 1,22).

L’insegnamento che possiamo trarne riguarda il custodire e far conoscere storie di ribellione, anche se pagate a caro prezzo; si diviene più forti come società se ci si riconosce e si condivide la stessa realtà.










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