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Lilia Sebastiani "Bisogno di presepio?"

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Ricordo di aver letto molti anni fa, in un piccolo libro pieno di intuizioni profonde, che l’amore è carnale fin nello spirito e spirituale fin nella carne. In quel caso il riferimento era all’amore coniugale, il più intero ed espressivo di tutti gli amori – e, almeno tendenzialmente, unico, non paragonabile a nessun altro e non divisibile -; ma forse, con i dovuti ‘distinguo’, può valere per ogni amore. E vale anche per quella che chiamiamo spiritualità, pneumatizzazione di tutto l’essere personale nella logica della Pasqua.


Francesco d’Assisi, uomo veramente spirituale e trasfigurato in Cristo tanto che a chi lo vedeva sembrava logico chiamarlo alter Christus, proprio per questo è un uomo concreto e assetato di concretezza. L’incarnazione è la cifra della sua spiritualità, il mistero dell’incarnazione lo commuove fino a sconvolgerlo di tenerezza e di gratitudine per l’‘umiltà di Dio’, modello e nutrimento di ogni nostra umiltà. Non umiltà come autosvalutazione, ma come vicinanza reale alla terra e alle sue creature.


Il presepe rientra in quelle abitudini che risalgono all’infanzia e vengono rispettate e in qualche modo amate (con il rincrescimento di sentirle a rischio di sparizione) anche da chi non ha una vita di fede personale; ma senza veramente conoscerle, senza poter lasciarsene interpellare, senza riconoscere la ricchezza del messaggio.  Avviene ancora di sentir dire, anche da persone di media o buona cultura, che «è stato Francesco a inventarlo». L’abbiamo detto anche noi, ammettiamolo. E non è esatto, per niente; e tuttavia è anche vero in un certo senso.


Questo anno che volge al termine offre alla nostra riflessione anche l’ottocentenario del Presepe di Greccio. Un momento straordinariamente forte della vita terrena di Francesco d’Assisi; ma, come tanti altri momenti chiave della sua vita e santità, alterato fin dagli inizi, non dai suoi ‘nemici’ (Francesco è forse una delle poche persone importanti della storia che non ha veramente avuto nemici, o quasi), ma dai suoi stessi ammiratori e seguaci, convinti che per questa via si potesse aiutare la sua santità, dare maggiore forza al suo annuncio, tenerlo al riparo dalle devianze…


Le prime raffigurazioni della Nascita di Gesù in realtà sono antichissime: alcune risalgono all’epoca delle catacombe e la più antica a nostra conoscenza è un affresco proveniente dalle catacombe di Priscilla, del II secolo: senza elementi realistici e paesaggistici, senza pastori né animali né mangiatoia, mostra solo la figura piuttosto stilizzata di Maria con il Bambino, la stella (a otto punte) e lì accanto un personaggio maschile, che potrebbe essere Giuseppe, ma anche il profeta Isaia che aveva profetizzato la nascita dell’Emmanuel, il Dio-con-no). Con il passare dei secoli le rappresentazioni della Natività si diffondono, anche se non riguardano ancora gli spazi privati, per lungo tempo.


Fra Tommaso e Bonaventura


Tra gli ultimi lavori della grande medievista e francescanista e iconologa francescana Chiara Frugoni, scomparsa nell’aprile 2022, c’è un libro uscito nell’ottobre 2020 (dunque in pieno lockdown del Covid), e dedicato in particolare al presepio di Greccio, ma non solo: Un presepio con molte sorprese, pubblicato da una giovane casa editrice online: Mauvais Livres. Dopo la morte dell’autrice, il libro è stato ripubblicato da Il Mulino con il titolo Il presepe di san Francesco: storia del Natale di Greccio. La nuova pubblicazione conserva integralmente il testo della prima, ma dedica un’intera sezione alle fonti e soprattutto arricchisce moltissimo l’apparato iconografico.


La Legenda maior (1263) doveva imperativamente servire di modello per tutte le biografie di Francesco che sarebbero state scritte in seguito. Il proponimento sarà attuato piuttosto drasticamente, cioè con la distruzione di tutte le altre biografie di Francesco esistenti fino a quel momento: più o meno ispirate, più o meno autorizzate, più o meno pregevoli.


Per fortuna questo lavoro (la distruzione cioè) dovette risultare alquanto precipitoso e poco accurato, e così parecchi scritti sopravvissero, anche se a prezzo di molte confusioni, smarrimenti, attribuzioni dubbie. Sarà soprattutto merito dello studioso e pastore protestante Paul Sabatier, dalla fine del sec. XIX in poi, aver cominciato a mettere ordine nella congerie dei documenti e aver dato inizio agli studi francescani in senso moderno.


Torniamo a Greccio e al Presepio, nell’anno 1223.

Francesco è rientrato da poco dall’Egitto, dove si è trattenuto per un paio di settimane presso il cortese e illuminato sultano Al-Kamil, che l’ha accolto con deferenza e interesse (e in quel tempo è in corso la quinta crociata, e i cristiani assediano Damietta!); vorrebbe anche trattenerlo più a lungo presso di sé, ma Francesco ha fretta di rientrare in Italia, perché gli sono giunte notizie poco rassicuranti sulla vita del suo Ordine. Ma fa un’importante deviazione prima di rientrare.
Sulla via del ritorno vuole vedere con i suoi occhi i Luoghi Santi (forse, già malato, comprende che per lui un’altra occasione non ci sarà) anche per concretizzare l’esperienza di fede più viva e aperta che l’incontro con il sultano ha lasciato in lui. Questo bisogno di concretezza, l’abbiamo detto, è una delle caratteristiche più vive della sua spiritualità.

La Regola non bollata del 1221 insisteva molto sul modo in cui i frati devono stare “tra i musulmani e altri infedeli”. La prescrizione è semplice: non fare né liti né dispute (Francesco sa che si può fare molto male all’avversario anche solo con la parola, non solo con le armi), non nascondere il proprio essere cristiani, ma stare in pace e ‘dare il buon esempio’.   Tutto questo scompare nella Regola Bollata del 1223.


Greccio come Betlemme


Trovandosi a Greccio, Francesco chiede a un suo amico laico di nome Giovanni di aiutarlo a realizzare l’idea che sta fermentando in lui, l’idea, potremmo dire, di incarnare l’Incarnazione: «… Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello…». Ma non c’è nessun bambino nel presepe di Greccio, se non in visione; non ci sono Maria e Giuseppe, solo il bue l’asino, il fieno, una mangiatoia.
I protagonisti vivi sono il bue e l’asino; ma in funzione quasi ausiliare rispetto alla vera protagonista, che è la mangiatoia.
Ancora oggi, in alcune lingue europee, il Presepe ‘è’ la mangiatoia: la parola che lo indica è la crèche in francese, die Krippe in tedesco. Ma anche il praesepium latino ha un significato analogo: infatti non è uno spazio sacro, ma il recinto riservato agli animali.
Non nominati nei Vangeli canonici della nascita di Gesù, il bue e l’asino vengono assunti nella scena e nella teologia della Natività a opera di Agostino (Discorso 375 sull’Epifania del Signore): per lui il Natale celebra la manifestazione di Gesù ai Giudei, l’Epifania la manifestazione ai Gentili attraverso la stella. «… Ambedue vennero alla mangiatoia e trovarono il cibo del Verbo».

La tradizione del bue e dell’asino presenti alla nascita di Gesù, sconosciuta agli evangelisti e proveniente dalle antiche profezie di Isaia e di Abacuc nell’AT, viene diffusa da Origene, che la racconta nella sua omelia XIII sul vangelo di Luca. Il bue, animale sacro (e sacrificale) in Asia e in Grecia, è simbolo della forza sottomessa alla divinità. Anche l’asino è importante nella Bibbia: l’asina di Balaam capisce il volere di Dio più di quanto lo capiscano gli esseri umani (Nm 22,22); Gesù, secondo i Sinottici, entra in Gerusalemme come umile Re Messia, cavalcando un’asina.
Ma il bue e l’asino perché sono così importanti nella scena di Greccio? L’idea di Francesco è che i frati, annunciatori della pace del Signore, saranno accolti non solo dai cristiani, ma anche dagli “infedeli”, il che nel Medioevo significava gli ebrei (il bue) e i musulmani (l’asino).

Greccio è la sconfessione aperta della crociata. Ed è l’inizio dell’ecumenismo; anche se, prima che si cominci a parlare di ecumenismo nella Chiesa, occorreranno molti secoli ancora.


Quella che Francesco vuole realizzare non è tanto una ‘rappresentazione’, parola che ci fa pensare subito alle sacre rappresentazioni (che in effetti ai suoi tempi non esistono ancora, si diffonderanno nel secolo successivo) ma piuttosto una ri-presentazione: vuole far vedere alla gente poverissima di Greccio i disagi in cui si è trovato il Bambino appena nato, la notte di Natale. All’inizio la sua è un’intenzione, se vogliamo, umile-penitenziale; che però va oltre e quasi all’opposto dell’intenzione di Francesco, diventa di festa e di trionfo.


E una grande festa di luce e un trasporto di gioia contagiosa: in quel luogo isolato e povero, arrivano uomini e donne festanti da ogni parte «portando (…) ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia».


In quella scena, citiamo sempre dallo straordinario racconto di Tommaso da Celano, «risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme (…). I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali – perché era diacono -, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. […]Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo».


Il Bambino non è fisicamente presente sulla scena della Natività di Greccio, né reale né rappresentato, ma in visione, una visione rapida si direbbe, su cui Tommaso da Celano non si sofferma più di tanto, come se volesse far capire ai suoi futuri lettori che comunque non è il miracolo la cosa più importante.


La ‘normalizzazione’ bonaventuriana


A quanto ne sappiamo, Francesco non replicò più il Presepe di Greccio finché visse. In ogni caso non era replicabile la povertà sconcertante e luminosa di Greccio.


I presepi si moltiplicano nei secoli successivi, e in certi casi danno luogo anche ad autentici capolavori di arte; ma l’incanto di quella notte, così povera di tutto (anche della presenza della Sacra Famiglia) ma così ricca di luci, di canti e di commozione e di estasi, è strettamente legato alla presenza di Francesco. L’idea è stata sua, l’estasi è la sua e da lui si comunica ai presenti.


Secondo Bonaventura, che prende molto sul serio le proprie responsabilità di Ministro generale e accentua con speciale cura gli aspetti gerarchico-disciplinari, Francesco era stato “autorizzato dal papa” – ma quando e come? – a realizzare quella particolare celebrazione: che però nel racconto della Legenda Maior viene spogliata accuratamente di tutti gli elementi più significativi e suggestivi e di ogni ‘anomalia’ di celebrazione. Dal primo racconto nella Vita Francisci di Tommaso da Celano sono passati più o meno trentacinque anni, ma i cambiamenti sono decisivi ed evidenziati dall’iconografia.


Fondamentale per documentare lo sforzo di normalizzazione del francescanesimo risulta l’affresco di Benozzo Gozzoli (1452 circa) che si trova nell’abside della chiesa di San Francesco a Montefalco.


La celebrazione notturna non si svolge più all’aperto come quella descritta dal Celano, ma in una chiesa dalle linee rinascimentali, elegante e frequentata da gente di condizione sociale evidentemente alta; Francesco non predica (i laici in chiesa non possono farlo, e l’affermazione di Tommaso da Celano che fosse diacono, non attestata da altre fonti, sembra di dubbia autenticità); i religiosi presenti nemmeno lo guardano; il Bambino, secondo la Legenda Maior, è solo una statuetta di terracotta che il santo ha avuto cura di portare con sé in anticipo, e uno dei presenti “ha l’impressione” – sembra proprio modesto questo miracolo, e nemmeno troppo sicuro! -, di vedere i suoi occhi, gli occhi della statuetta, che si muovono.

Molto amara la conclusione dell’Autrice sul Presepe bonaventuriano e sull’affresco di Montefalco che lo raffigura: «Che cosa resta della notte di Natale voluta da Francesco, vibrante di canti e delle sue intense parole? Un silenzio ben dipinto» (Un presepio con molte sorprese, p.103).










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