Clicca


«Il papà, figura da sempre in ombra, servirà a ricostruire i rapporti»

stampa la pagina


6 dicembre 2023

La figura paterna, che si tratti del padre della vittima o del carnefice, rischia di essere un ruolo spesso messo in secondo piano quando si tratta di drammi o fatti di cronaca nera. Con Mauro Magatti, sociologo della Cattolica di Milano, ecco una riflessione sul ruolo del padre coinvolto in tragedie umane e personali

Passa quasi sempre in secondo piano, ma la sua figura merita di essere rivalutata, non foss’altro che anche su di essa si scarica molto del dolore di una famiglia in cui si è consumato un femminicidio. Che si tratti del padre della giovane vittima o di quello dell’altrettanto giovane carnefice, il ruolo della figura paterna rischia di passare spesso in secondo piano, schiacciata dal peso mediatico che, stranamente, preferisce incentrarsi su altre figure, quella della madre su tutte. Insomma, per ogni donna vittima di violenza, però, c’è anche un altro uomo: il padre, chiamato ad affrontarne la perdita e lo strazio, spesso in posizione di retrovia, cercando -con fatica- di trasformarsi nel collante della successiva ricostruzione familiare. Con un archetipo che la fredda cronaca ci aveva già consegnato oltre vent’anni addietro: Francesco De Nardo. E’ il padre di Erika che nel 2001 -insieme con il fidanzatino Mauro Favaro- uccise premeditatamente la madre Susanna Cassini e il fratello Gianluca. Dal delitto di Novi Ligure quell’ingegnere cattolico vide la sua vita e la sua famiglia distrutta per la mano omicida della propria figlia. Ma quel padre non ha mai ripudiato quella figlia omicida, non l’ha mai abbandonata.

Panorama.it ha incontrato Mauro Magatti, sociologo della Cattolica di Milano, per una riflessione sul ruolo della figura paterna coinvolta in drammi umani e personali.


Professor Magatti, dal delitto di Novi Ligure all’uccisione di Giulia Cecchettin, la figura paterna non sembra trovare una giusta dimensione: ora in ombra, ora in prima linea, anche mediaticamente.

«Le figure paterne, come le vicende dai cui dipendono, sono in evidente cambiamento: non esiste, per fortuna, nulla che nella vita sociale ed umana si riproduca con lo “stampino”, anche perché di fronte a situazioni così estreme come quella di cui stiamo parlando, le reazioni emotive non possono essere le stesse: ansi spesso sono letteralmente opposte. Non dobbiamo perciò stupirci di questa varietà comportamentale: questo ci indica che i modelli sociali e psicologici, anche della figura paterna, appaiono meno consolidati, stabilizzati e rigidi, e che -quindi- i ruoli possono essere interpretati secondo differenti scale reattive».


Puntuale come un “effetto rebound”, la figura paterna è rimbalzata in questi giorni: partendo da Francesco De Nardo…

«In quel drammatico episodio, passato alle cronache come “il delitto di Novi Ligure”, avvenuto nel febbraio del 2001, avevamo già cristallizzato una sorta di principio conducente: ovvero, quando capitano tragedie devastanti (un fatto di sangue, una malattia inguaribile, un disastro naturale…) che ci colpiscono nel profondo, si scatenano reazioni immediate che vengono naturalmente “lavorate” dal tempo che spesso porta a cambiare atteggiamenti e punti di vista».


Il padre di Erika è rimasto per anni lontano da microfoni e riflettori. Invisibile, eppure presente per la figlia…

«A distanza si percepiscono, di una tragedia, aspetti prima rimasti sottotraccia, o si agisce in un modo prima del tutto inimmaginabile: il fattore tempo, insomma, assume le sembianze dell’acqua sulla roccia, non cancella il dolore, il male, la sofferenza, però è capace di creare delle “forme espressive” diverse. De Nardo, pur avendo mantenuto un profilo basso (anche mediaticamente…) è rimasto sempre accanto alla figlia Erika. Non appariva per come realmente si stava comportando».


Su un altro versante pare essersi collocato, da subito, Gino Cecchettin, padre della giovane Giulia. Non ha smesso di parlare: forse anche a nome della moglie scomparsa lo scorso anno…

«Come dicevo all’inizio, ecco una diversa lettura sociologica: il padre di Giulia, già duramente provato appena lo scorso anno dalla morte della moglie (Monica Camerotto, scomparsa per un tumore a 51 anni, nda), è come se interpretasse anche il dolore della propria moglie, impossibilitata a parlare perché morta a sua volta. E’ come se parlasse anche a suo nome, Gino Cecchettin, nel terribile tentativo di trovare un punto di equilibrio tra due terribili tragedie che hanno sconvolto per sempre la tenuta psichica e sociale della propria famiglia».


E poi Nicola Turetta, padre di Filippo, reo confesso dell’omicidio di Giulia.

«Ecco l’altra figura paterna: anche qui il genitore è a sua volta impegnato nel tentativo di allineare, da un lato, la morte drammatica dell’ex fidanzatina del proprio figlio per mano stessa di Filippo e, dall’altro, il tentativo di non abbandonare questo figlio, scaraventandolo nell’oblìo. Si tratta, evidentemente, di un esercizio complesso, guidato dall’amore verso il proprio figlio ventiduenne, nonchè dal senso di pietà umana per l’atroce morte della giovane Giulia».


Ha detto che Filippo è pur sempre suo figlio…

«Non mi sembra che il padre di Flippo stia tentando di ergersi a suo difensore d’ufficio, volendo giustificarne o attenuarne le responsabilità. Il tema è umano e sociale, e merita di essere affrontato con misura e delicatezza, senza “voli pindarici” fuori luogo: ovvero quello di non considerare nessuno perduto del tutto, anche chi si fosse macchiato di un delitto efferato come quello di Giulia. Qui non si tratta di assolvere moralmente Filippo, ma neanche di abbandonarlo nell’odio e nell’orrore pubblico».


A proposito di odio: i social media hanno già fatto sentire il peso del tribunale pubblico.

«L’unico modo che abbiamo per fermare il male, per impedirgli di riprodursi, è di assorbirlo, individualmente e socialmente: un percorso lungo e tortuoso che alla fine potrà restituire il colpevole alla vita diciamo “sociale”. Si tratta, ovviamente, di un esercizio fondato molto sulla pietas pubblica, e in questa direzione va il tentativo del padre di Filippo».


Deve emerge la funzione rieducativa della pena…

«Perché occorre lasciare un punto di riferimento al ragazzo che deve pur continuare a vivere, perché negli anni possa comprendere il disvalore sociale della sua azione e possa riprendere tra le mani la sua vita. Che è sempre quella di un 22enne».


Non è possibile immaginare il dolore di questi due padri...

«Un dolore opposto che deve essere guardato in silenzio e rispetto, comprendendo le due diverse sfaccettature che reca: come dire, quello del padre della vittima e quello del padre del carnefice».


Figura meno scontata di quella materna, il padre ritorna prepotentemente al centro della scena…

«L’immagine che emerge plasticamente da questa vicenda è esattamente questa. In più, in queste settimane è stato tirato in ballo il concetto di “patriarcato” cui far risalire ogni sorta di responsabilità nel manifestarsi di tali efferatezze. Sono convinto che episodi di tal genere segnino, al contrario, la sua crisi, il suo tramonto. Il padre di Filippo, infatti, sta provando -al contrario- a trasformarsi in un’ancora di salvezza per il suo giovane figlio che dovrà affrontare il resto della vita in un’altra prospettiva e dimensione. Ma il comportamento di Nicola Turetta non è “patriarcato”…».


Alla lunga proprio i padri dei due giovani protagonisti di questa triste vicenda saranno costretti ad interagire. Una compartecipazione al dolore altrui.

«E’ un auspicio! Anni addietro seguii personalmente come garante quel lungo percorso condiviso tra i familiari delle vittime del terrorismo e alcuni brigatisti. Ovviamente si tratta di percorsi di ricomposizione di questi tagli profondi che avevano inciso nella psiche dei familiari delle vittime: occorre tempo e una grande disponibilità ad un cammino comune, perchè la nostra società ha bisogno di segnali forti che la tranquillizzino sulla certezza che il male non debba vincere. Occorre tempo, ovviamente…».

*

Mauro Magatti, milanese, classe 1960, è ordinario di sociologia all’Università Cattolica di Milano di cui è stato preside di facoltà dal 2006 al 2012 e dove insegna Sociologia e Analisi e Istituzioni del capitalismo contemporaneo. Sociologo ed economista, dirige il Centro di Ricerca ARC (Centre for the Anthropology of Religion and Cultural Change) ed è editorialista del Corriere della Sera e di Avvenire. È membro dell’Editorial Board dell’International Journal of Political Anthropology, del Comitato Scientifico di Sociologica e del Comitato di redazione di Studi di Sociologia e Aggiornamenti Sociali. Supersocietà. Ha ancora senso scommettere sulla libertà? -scritto a due mani con la collega e moglie Chiara Giaccardi (Il Mulino 2022) - è una serrata analisi sul definitivo tramonto della stagione della globalizzazione. L’ultimo saggio è Il cristianesimo, risorsa per la società (con Angelo Bagnasco, Rosy Bindi e Luciano Manicardi) (Tau, 2023).


«Ti è piaciuto questo articolo? Per non perderti i prossimi iscriviti alla newsletter»
stampa la pagina



Gli ultimi 20 articoli