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Rosanna Virgili «La donna che fu maestra del re»

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11 settembre 2023


A chi non si accosta alla Bibbia con una certa cura rimane ignota l’attività politica delle donne che in essa si trova. È ben comprensibile, infatti, che senza una lettura paziente delle sue pagine si possa presupporre che in una società patriarcale come quella biblica anche i ruoli di potere fossero riservati agli uomini.

È vero: sin da Mosè e poi con i giudici e quindi con i re, abbiamo quasi esclusivamente figure maschili al governo diretto di Israele. Ed anche nei decenni in cui si colloca la nascita della chiesa cristiana, narrata nel Nuovo Testamento, spiccano figure maschili sull’Impero Romano e sui troni, pur in chiara sudditanza, di Palestina. Ma la politica non si identifica con il solo potere esecutivo, almeno secondo la cultura biblica. Politica è, innanzitutto, l’arte di riflettere e di discutere per costruire la Comunità civile, per fare in modo che a ciò concorra la condivisione dei beni materiali e spirituali e la pari dignità di tutti, nessuno escluso; perché la Comunità si stabilisca sulla giustizia e sul diritto, sulla libertà e sulla pace. Per occuparsi davvero di politica è necessaria, quindi, una lunga formazione alla scuola della Sapienza, la quale, non per nulla, nella lingua greca si dice anche kubèrnesis, cioè “l’arte del governare”. Essa si impara dall’esperienza e l’intelligenza della vita, dall’umiltà, dall’ascolto e la stima dell’altro, dal consiglio e dalla collaborazione, dal dialogo e la forza della com-passione. Dall’amore per la vita di tutti e non solo per la propria. Per questo Salomone per imparare a governare «un grande popolo»  chiese a Dio di dargli un «cuore capace di ascoltare» che Dio non gli negò cf 1Re 3,9). E la prima parola che ascoltò fu quella di una donna:

«Un giorno vennero dal re due prostitute e una delle due disse: “Io e questa donna abitiamo nella stessa casa; io ho partorito mentre lei era in casa. Tre giorni dopo il mio parto, anche questa donna ha partorito; noi stiamo insieme e non c’è nessun estraneo in casa fuori di noi due. Il figlio di questa donna è morto durante la notte, perché lei gli si era coricata sopra. Ella si è alzata nel cuore della notte, ha preso il mio figlio dal mio fianco, mentre la tua schiava dormiva, e se lo è messo in seno e sul mio seno ha messo il suo figlio morto. Al mattino mi sono alzata per allattare mio figlio, ma ecco, era morto. L’ho osservato bene al mattino; ecco, non era il figlio che avevo partorito io”. L’altra donna disse: “Non è così! Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto”. Allora il re ordinò: “Andate a prendermi una spada!”. Quindi il re aggiunse: “Tagliate in due il bambino vivo e datene una metà all’una e una metà all’altra”. La donna il cui figlio era vivo si rivolse al re, poiché le sue viscere si erano commosse per il suo figlio, e disse: “Perdona, mio signore! Date a lei il bimbo vivo; non dovete farlo morire!”» (1Re 3,16-26). Salomone capì che quella era sua madre e agì di conseguenza.

Quella donna aveva insegnato al giovane re la vera politica che non sta nel decretare forme di repressione e di violenza ma nel salvare la vita dei figli con decisioni sagge che sappiano davvero far giustizia; non sta nel dare prove di forza a vantaggio della propria immagine e del proprio successo ma nel fare scelte di prudenza e di pace a vantaggio della Comunità. Così fece Salomone e:  «Tutti gli Israeliti provarono un profondo rispetto per il re, perché avevano constatato che la sapienza di Dio era in lui per rendere giustizia» (1Re 3,28).


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