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In ricordo del card. Martini: parola di confratello


Nell’undicesimo anniversario della morte del card. Carlo Maria Martini, (31 agosto), proponiamo questo «piccolo omaggio» alla sua figura, che «corre sul filo della testimonianza di tre suoi fratelli nell’episcopato».

Un comunicatore innato

Carlo Maria Martini è andato negli anni sviluppando le sue doti innate di comunicatore, nutrendo una viva sensibilità per gli avvenimenti, preoccupato di tastare il polso dell’opinione pubblica, curando di trasmettere le verità più profonde in un linguaggio accessibile secondo regole espositive piane ed efficaci: in altre parole, come egli stesso ha confessato, da ragazzo sognava di diventare giornalista. Sotto questo profilo, nell’atto di comunicare egli ha sempre privilegiato il «cuore» del messaggio e l’attenzione al destinatario piuttosto che la qualità della prosa; pur a fronte dello straordinario successo che i suoi libri hanno conosciuto in tutto il mondo, il suo stile era orale, al punto di non rivedere i manoscritti in vista della pubblicazione. Martini non si è curato di raffinare la sua scrittura, proprio in quanto ciò che contava per lui era aprirsi e aprire al senso dell’unica Scrittura.

Uomo di Chiesa e di confine

Se ha potuto sorprendere la diocesi ambrosiana per l’insistenza con cui ha richiamato il primato della dimensione contemplativa, pure ha ricercato con intensità, curiosità e audacia – da taluni ritenuta quasi spericolata – di entrare in dialogo con gli uomini di oggi per incalzarli a riflettere sul senso dell’esistenza e sollecitarli all’incontro con il Padre di tutti, riscuotendo interesse e attenzione nel mondo laico, come nessun’altra personalità del mondo cattolico. Di lui si è detto che è stato ed è «uno straordinario uomo di Chiesa e di confine» – di confine per tutti.

Il criterio che ha regolato la sua spiritualità è il soli Deo gloria. Forgiato dalla familiarità con la Bibbia, filtrata dalla lezione ignaziana dell’assoluta sovranità di Dio, Martini ha inteso procedere nel «cammino che ciascuno di noi deve compiere e che bisogna far compiere a una comunità. Cammino da riprendere continuamente, senza domandarci a che punto siamo». Chiamato ad attendere a un ministero di carattere pastorale verso cui credeva di non essere predisposto, accettò per obbedienza, senza tuttavia soffrire della responsabilità di dover prendere decisioni, assunte con realismo, dopo attenta valutazione, ma senza lacerazione interiore.

Cé, Ballestrero, Kasper

Per evitare il rischio di ripetere cose già risapute, o di cadere in sperticati elogi, un piccolo omaggio alla figura del cardinale corre sul filo della testimonianza di tre suoi fratelli nell’episcopato. Non si tratta di discorsi ufficiali, ma di battute inedite, che ho potuto raccogliere in forma colloquiale.

Forse con un po’ di audacia si potrebbe allargare lo spettro di tali apprezzamenti: quanto inizialmente era riferito all’arcivescovo, può essere attribuito alla Chiesa ambrosiana e alla Chiesa tutta.

«La nomina di padre Martini ad arcivescovo di Milano sarà una primavera per la vostra Chiesa».

Il giudizio autografo, risalente agli inizi del 1980, è di mons. Marco Cé, che a breve sarebbe divenuto patriarca di Venezia. Dalle sue parole traspariva l’affetto del compagno di studi all’Istituto biblico, eppure il compiacimento era rivolto alla Chiesa di Milano, ai benefici che avrebbe tratto dal nuovo pastore. Ebbene, a distanza di più di cinquant’anni, è possibile vedere qualche bocciolo della fioritura primaverile? Anzitutto, in questi anni si è fatta strada l’idea di «progettare la pastorale». Lungi dall’essere una serie di attività pratico-organizzative, la pastorale è il «farsi» della Chiesa, la decisione responsabile e creativa di obbedire alla missione del Vangelo, fissando priorità, obiettivi e forme concrete del suo esercizio. In secondo luogo, siamo stati sollecitati dal card. Martini a «rifuggire la logica del successo ad ogni costo». La comunità cristiana sa che la forza dell’annuncio non proviene dalla sua abilità o dai suoi successi, piuttosto sa di dover confidare unicamente nell’azione dello Spirito, i cui tratti sono la mitezza, la pazienza, la persuasione, l’amore che non prevarica sulla libertà altrui.

 «Il cardinal Martini è alto, forse troppo alto…rischia di fare ombra a qualcuno».

Con un’esplosiva miscela di sincero affetto e di birichina arguzia, il cardinale Anastasio Ballestrero metteva l’accento sull’obiettiva qualità fisica e spirituale del Nostro. Fuori di metafora, la nostra Chiesa è sollecitata a innalzare lo sguardo, per non lasciarsi imprigionare dalle preoccupazioni troppo anguste dell’ordinaria amministrazione. L’invito ad affrontare la complessità dei problemi, a raccogliere la provocazione delle giovani Chiese, a lasciarsi interpellare dai non-credenti, a confidare nei racconti dello Spirito, a recuperare uno stile di comunicazione fraterna e sinodale, fanno parte di uno stile che via via comincia a essere interiorizzato nel nostro agire ecclesiale.

«Il tuo cardinale pone all’interlocutore continue domande, attende con curiosità la risposta, per poi proseguire con nuovi interrogativi alla ricerca di risposte sempre nuove…»

Così l’allora mons. Walter Kasper, quando guidava la diocesi di Stoccarda, tratteggiava in chiave psicologica l’atteggiamento di Martini. Quello che è possibile augurare alla nostra Chiesa è di coltivare una «sana inquietudine del cuore», nella ricerca appassionata delle vie del Signore. «Fuori da ogni piagnucolosità e nostalgia del passato – scriveva – è necessario farsi carico delle urgenze dell’oggi e prepararsi alle sfide del domani, facendo affidamento sull’assistenza dello Spirito di Gesù che non ci lascia soli e ci sollecita a un discernimento culturale e spirituale».

Marco Vergottini


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