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Ludwig Monti "Roger Federer, bellezza senza fine"

Rubrica: (s)PUNTI DI VISTA 

Roger Federer, bellezza senza fine 
(29 maggio 2023)

per gentile concessione dell'autore

Arduo accostare tennis e Bibbia. Apparentemente incongruo, se non sospetto o blasfemo, paragonare le movenze di un tennista ai movimenti della vita spirituale. Eppure, trattandosi di Federer, ho illustri predecessori. Uno su tutti, David Foster Wallace, che nel 2006 scrisse un fortunato testo, apripista di non pochi tentativi retorici sul tema: Roger Federer come esperienza religiosa. Vi annotava, tra l’altro: “Niente spiega né evoca l’esperienza di guardare questo giocatore in azione. Di assistere, con i propri occhi, alla bellezza e al genio del suo tennis. Meglio arrivare alla questione estetica per vie traverse, girarci intorno, o – come faceva Tommaso d’Aquino con il suo soggetto ineffabile – cercare di definirla in termini di ciò che non è”. 

Non serve precisare chi sia Federer, per tutti semplicemente Roger, per moltissimi il Re, per me Sua Immensità, Sua Semplicità, Sua Fluidità… “Opera d’arte in movimento”, lo ha definito qualcuno. Ma perché tornare a parlarne a otto mesi di distanza dal suo ritiro dallo sport agonistico? Perché ho avuto il privilegio di vederlo diverse volte dal vivo; perché ho visto ore e ore di sue partite in TV; perché ho letto tante pagine su di lui, tra cui quelle poeticamente insuperabili di Stefano Semeraro. Ma non basta: perché la bellezza (anche nostalgica, ora in assenza) del suo gesto atletico merita di essere tramandata. Da più di tre anni, purtroppo quelli crepuscolari di Roger, ne scrivo sulla rivista Il Tennis Italiano (online). Ma da molto di più ci penso e ne scrivo per me e gli amici. Mi pare dunque non inutile “consegnarne” qualcosa in questa audace rubrica. 

Roger Federer, bellezza senza fine. Siamo all’altezza di quella che la grande tradizione spirituale cristiana definiva “filocalia”, amore per la bellezza. Per intenderci, torno alla finale del torneo di Indian Wells (marzo 2017), tra Federer e il suo connazionale Stan Wawrinka, altro artista della racchetta. Questo match può essere rubricato sotto il titolo di “bellezza come bellezza”, pura, semplice, nitida, gioiosa, luminosa, ardita e umile: bellezza delle bellezze, per analogia al capolavoro biblico denominato Cantico dei cantici, cioè il canto per eccellenza. Affinché vi sia la bellezza per eccellenza, occorre che sul rettangolo di gioco si stimolino due bellezze. Un esempio perfetto di kalokagathía, l’ideale greco del “bello e buono”: questi due sanno rendersi più belli e buoni a vicenda, come nella vita dovrebbe avvenire per qualsiasi relazione significativa. 

Meravigliosi, soprattutto, gli scambi di rovescio in diagonale: a una mano, ovviamente, rarità nel tennis contemporaneo. Sembra di vedere, trasposti sul rettangolo di gioco, i dialoghi dei personaggi di E le altre sere verrai?, di Philippe Besson. Oppure, per contrasto, vengono in mente alcuni dialoghi allucinati nei film di Tarantino, che apparentemente non c’entrano nulla con la trama. Siamo su un campo di tennis, ai massimi livelli, ma per alcuni istanti siamo nel surreale: il suono che sibila dalle racchette somiglia a una melodia, la rete che la palla supera di millimetri sembra sparire, volée di diritto o di rovescio come carezze divine… Aveva ragione Dante: “Trasumanar significar per verba / non si poria”! 

Andate a rivedere per intero questa partita, da qualche parte in rete. Non accontentatevi di una sintesi, né tanto meno di stralci delle varie sfide tra Roger e Stan. Non rendono giustizia, perché si pensa siano perle scelte in mezzo a tanta sabbia. E invece no, in questo match siamo in presenza di 80 minuti di (quasi) ininterrotta meraviglia. I due amici svizzeri fanno sì che l’inedito diventi una costante, che gli spettatori possano dimenticare le brutture della vita, per “indiarsi” (ancora l’Alighieri), avvicinandosi a Dio. E ogni “oh!”, ogni applauso, ogni sbigottimento è un grido contro la morte: “No, non finire, non finite, vi preghiamo!”. Preghiera alla bellezza sperimentata per se, nella speranza che possa avvenire una sua immediata trasfusione nella quotidianità di chi osserva. Ne usciamo resi più belli, forse più buoni. 

Scriveva Edgar Lee Masters: “Quando ero giovane /avevo ali forti e instancabili /ma non conoscevo le montagne. / Quando fui vecchio / conobbi le montagne / ma le ali stanche / non tennero più dietro alla visione. / Il genio è saggezza e gioventù”. Qui siamo sulle vette, in compagnia di una sapienza forgiatasi mediante una vita di allenamento, di esercizi compiuti ancora e ancora, di sudore e ripetitività: il tutto trasformato, per magia, in attualissima e rinnovata novità, qui e ora. “Silenzio, genio all’opera”, come recitava uno striscione ai tempi esposto su tutti i campi del mondo dagli innamorati di Roger… 

E la gioventù? Certo, alcuni colpi del Roger ventenne tra il 2003 e il 2007, gli anni del suo dominio incontrastato, avevano una bellezza e una strafottenza giovanile irripetibili, paragonabili forse al piacere che si prova quando nel fulgore estivo si morde una pesca turgida e succosa. Ma nel crepuscolo della sua carriera la bellezza è distillata: la forza della gioventù è come abbracciata dalla sapienza che nasce da vent’anni di esperienza. La memoria del corpo che da due terzi della vita si muove in quei 23,77 × 10,97 metri, come un pesce nell’acqua, si fonde con l’innato talento e l’acutezza mentale che sanno discernere cosa fare, come farlo, quando farlo. Risposta in atto, su un campo da tennis, alla domanda di Gesù: “Perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12,57). 

Lasciamo l’ultima parola al sapiente biblico: 

Se gli umani, affascinati dalla bellezza delle creature, le hanno prese per dèi; 
se, colpiti da stupore, 
non sono stati capaci di contemplare, 
attraverso la loro grandezza e la loro bellezza, il loro autore, 
per costoro leggero è il rimprovero, 
perché si sono ingannati cercando Dio e volendolo trovare. 
Si lasciano prendere dall’apparenza 
perché le cose viste sono belle (Sap 13,3-4.6-7). 

L’idolatria della bellezza, anzi della bellezza della bellezza, è quasi scusabile. Più forte il rimprovero per chi non la sapesse cogliere. 

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