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Luciano Manicardi “Parola, corpo, coerenza: l'esempio di Gesù”

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I racconti evangelici della passione mostrano che Gesù, quanto più si avvicina alla fase finale della sua vita, tanto più entra nel silenzio.

 Il predicatore potente, il rabbi efficace e il profeta dalla parola tagliente si rende silenzioso. Il Verbo si fa silenzio. Ma si tratta di un silenzio eloquente, pregno di parola. La logica insita nello shemà Israel (Dt 6,4-9), preghiera che Gesù ha recitato e vissuto, esige che i comandi di Dio stiano non solo fissi nel cuore, ma anche legati alla mano, appesi come pendaglio fra gli occhi, scritti sugli stipiti delle porte, ripetuti ai figli, proclamati in casa e lungo la strada. Questa logica fa sì che l’ascolto inscriva la parola divina nel corpo, cioè nell’uomo intero e in tutte le sue relazioni. La parola tende a divenire carne, persona, vita, storia, raggiungendo l’uomo in tutti gli ambiti del suo vivere: interpersonale, famigliare, sociale, politico. Nel terzo vangelo la folla che contemplava Gesù sulla croce giunge al pentimento e «se ne tornava battendosi il petto» (Lc 23,48).

Il silenzio dell’uomo crocifisso ha parlato: l’eloquenza di Gesù è affidata al suo corpo, alla vita che ha condotto quel corpo fino alla morte di croce. E quel corpo, così come le parole che Gesù ha pronunciato durante la sua esistenza, sono un richiamo alla verità. E il pentimento è la via cristiana di accesso alla verità. Avviene così un trapasso dal corpo di Gesù al corpo delle folle, dalla trafittura del petto di Gesù al petto che le folle, pentite, si battono. Sulla croce la parola che Gesù dice è il suo corpo, la sua vita. Morendo come agnello afono, Gesù lascia risuonare per i secoli futuri la potenza delle parole che ha pronunciato e dei gesti che ha compiuto. Analogamente, le parole che Gesù non ha mai scritto si condensano nella croce, cioè nel suo corpo appeso alla croce, nella sua intera vita crocifissa. Nella sua prima lettera, Pietro afferma che Cristo con la sua passione ha lasciato un esempio da seguire: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21). Tradotto con “esempio” dalla Bibbia CEI, il termine greco ypogrammós indica la copia, il modello che gli scolari ricevevano dal loro maestro e che dovevano trascrivere come esercizio scolastico. Si trattava di un esemplare vincolante come le tracce impresse sul suolo: è dunque la falsariga, il tracciato disegnato da Cristo con la sua passione, cioè con la sua intera vita fino alla morte. Gesù non ha lasciato testi scritti, perché il suo solo scritto è la sua vita, come lo è la croce, sigillo di tale vita. E la croce è uno scritto, una parola che può essere vista e contemplata (Luca parla di theoría: Lc 23,48) e può far nascere in chi la contempla una pratica di veracità, di sincerità, di rigore e responsabilità della parola, di coerenza tra parola e vita, di unità tra interiorità ed esteriorità, tra dire e fare. Può far nascere dei testimoni, dei mártyres.

Il testimone – creato dalla logica pasquale insita nella croce gloriosa di Gesù e all’opera nel pentimento delle folle – è la persona mutata da ciò che visto e dall’incontro che ha fatto. Il testimone osa andare fino alla perdita della vita per la parola che ha il coraggio di pronunciare, per la verità che intende onorare, per i valori di cui si fa servitore. I grandi valori, come onestà, giustizia, libertà, fedeltà, non esistono scissi da uomini e donne che li incarnano nella loro esistenza e se ne fanno servi fino a pagarne le conseguenze estreme. Il testimone non è tanto qualcuno che prende l’iniziativa di rivolgere una parola agli altri, ma è piuttosto una persona la cui vita è tale – ed è tale il modo in cui guarda il mondo e gli esseri e si relaziona a loro – che agli altri accade di interrogare se stessi e di porre loro stessi la domanda sull’origine della sua singolarità.

Un messaggio etico che sgorga dalla morte vivificante di Gesù ricorda dunque, al credente come a ogni uomo, il valore della coerenza. L’uomo coerente rifugge la divisione, la doppiezza e l’ipocrisia e tenta di dare prosecuzione pratica alle sue parole, ai valori che professa, alla fede che lo ispira. Virtù rara, la coerenza non ha nulla a che vedere con un rigido attaccamento a idee decise una volta per tutte e con l’indisponibilità al cambiamento, ma è fondamentale per la credibilità della persona, soprattutto se ha funzioni pubbliche o è rivestita di autorità, nella Chiesa come nella società. L’incoerenza, la schizofrenia tra valori professati e pratica esistenziale, il trovare un paradossale equilibrio fondando la propria attività pubblica, magari anche molto ben condotta, nella Chiesa e nello spazio politico, su comportamenti privati non solo inappropriati, ma perfino criminosi, è un fattore non secondario della crisi morale e di autorità che constatiamo oggi. Al contrario, la coerenza rientra in quell’integrità che si oppone alla corruzione, al cuore rotto e diviso, e che rende partecipi della beatitudine rivolta ai puri di cuore (Mt 5,8). 


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