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Eugenio Borgna, elogio della «mitezza»: è questa la forza da insegnare

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Tutti i libri di Eugenio Borgna, psichiatra e scrittore novantaduenne, sono pervasi da un raffinato senso dell’impossibile: dalla fragilità come forza fino alla mitezza come leva per cambiare il mondo. E proprio l’ultimo, pubblicato da Einaudi, è dedicato alla Mitezza, atteggiamento che oggi sembra un territorio eccentrico, invasi come siamo dall’irascibilità (o suscettibilità, come argomentava già anni fa Umberto Eco). Eppure Borgna non esita a dichiarare, parafrasando i Vangeli: «Beati i miti, perché la mitezza è la stella del mattino». (intervista di Roberta Scorranese) 

Professore, proviamo a convincere i milioni di italiani che si lasciano sedurre dall’arroganza verbale dei talk show televisivi?

«Certo, il mondo in cui viviamo tende ad essere contrassegnato dalla violenza e dall’arroganza, dall’indifferenza e dalla mancanza di gentilezza e di tenerezza, che non consentono di ascoltare e di partecipare al dolore e alla sofferenza delle persone che la vita ci fa incontrare. Ma non solo: anche quando la violenza e l’arroganza ci sono estranee, grande è la tentazione di isolarci, di allontanarci dagli altri, di non essere aperti alle relazioni umane».

Una diffidenza che sconfina nell’indifferenza. Ma ci si può «allenare» alla mitezza, secondo lei?

«La mitezza è una dote che ho conosciuto nella sua luce interiore, quando mi sono incontrato con la sofferenza psichica, con la follia come sorella infelice della poesia, ma la mitezza è contagiosa, se incontriamo persone miti, qualcosa cambia nel nostro cuore, e lo diveniamo, almeno in parte, anche noi. L’immagine dell’allenarsi a vivere con mitezza è molto bella, e, direi, si confonde con l’immagine del contagio: l’una e l’altra testimoniano del valore e del significato della mitezza».

Norberto Bobbio – come lei riporta – diceva che la mitezza è «attiva», la mansuetudine è «passiva». Da psichiatra, lei crede che praticare la mitezza aiuti a risolvere alcuni conflitti?

«La distinzione che Norberto Bobbio propone mi sembra molto felice, perché la mitezza è una virtù, così egli la chiama, sociale, e cioè immersa nella vita di ogni giorno. La mitezza cambia il modo di essere in relazione con gli altri, ma cambia (anche) il modo di esserlo con la nostra vita interiore. La mitezza ci dà il tempo di ripensare ai nostri conflitti, di riconoscerne le sorgenti, di accettarli, o almeno di attenuarne le fiammate emozionali. La mitezza è come una torcia sempre accesa, che ci aiuta a ritrovare il nostro cammino interiore, anche nelle notti oscure dell’anima. Conoscere meglio i nostri stati d’animo è un modo per portare alla luce e mitigare le aggressività che sono in noi e delle quali non sempre siamo consapevoli».

Nel suo libro, uno dei passaggi più suggestivi è quello in cui la mitezza si lega alla nostalgia. In che modo?

«L’una e l’altra fanno pensare ad un passato che non muore, e continua a vivere nel presente. Come ha scritto sant’Agostino, la speranza è la memoria del futuro, non dimentica le cose passate, ma le apre al futuro. La persona mite non conosce la disperazione, perché è sempre accompagnata dalla speranza, che le consente di guardare alla vita nei suoi momenti felici, ma anche in quelli infelici. La mitezza consente a chi cura e a chi è curato di entrare in una relazione la più terapeutica possibile. La mitezza allarga e umanizza il nostro sguardo sulle cose che sono in noi, e sulle cose che ci circondano. La poesia, quella leopardiana in particolare, ci aiuta a trovare le parole che ci consentono di riconoscere la mitezza nella sua forma di vita dotata di senso».

Lei fa anche degli esempi letterari, come Alëša Karamazov, straordinario personaggio dostoevskiano.

«Leggendo il grande romanzo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov, si conosce quella che è la mitezza nella sua umanità e nella sua leggerezza, nella sua delicatezza, vorrei ripeterlo e nella sua freschezza, nella sua indicibile capacità di perdonare. Una persona mite sa tollerare le aggressioni, e le dimentica, sa conciliare le dissonanze, che tengono lontane le persone, le une dalle altre. La mitezza di una persona, giovane, o anziana, si riconosce immediatamente, basta un sorriso, e basta uno sguardo, il modo di salutare, e il modo di stringere la mano. Una atmosfera, anche familiare, di tensione, si allenta, e si illumina, nel momento in cui entra una persona mite. Sì, la mitezza, diceva Norberto Bobbio, è una virtù molto più femminile che non maschile, e non potrei non essere d’accordo, anche se ovviamente non sempre è così».

La mitezza si può insegnare?

«La scuola ha una grande importanza nell’insegnare cosa sia la mitezza, e come la si possa riconoscere nella sua fragilità. La poesia ci aiuta a coglierne la presenza nella sua dimensione psicologica e umana, e anche qualche film, nel mio libro si parla di un bellissimo film di un grande regista francese, Robert Bresson, che si ispira ad uno splendido racconto di Dostoevskij (ancora!): La mite».

Fonte: Corriere


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