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Adalberto Mainardi "La profezia di Tolstoj"

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Il visitatore, che nell’estate del 2022 avesse passeggiato lungo la prospettiva Nevskij a San Pietroburgo, sarebbe rimasto forse sorpreso dall’insolito revival della figura di Lev Tolstoj: le sue opere esposte nelle vetrine delle librerie, le T-shirt in vendita con l’immagine del grande scrittore, quasi fosse una celebrità sportiva o social. Come tutti sanno, Tolstoj è l’autore della grande epopea di Guerra e pace, che sta al fondo di ogni ricorrente mito dell’unità nazionale russa, dalla Guerra patriottica antinapoleonica del 1812 alla Grande Guerra patriottica contro Hitler. E tuttavia l’improvvisa popolarità del grande scrittore non si allinea a nessuna celebrazione ufficiale. Nella coscienza russa, Tolstoj non è solo l’autore di Guerra e pace, ma anche il pensatore e predicatore pacifista, l’intransigente critico della compromissione della religione con il potere, il creatore di un’utopica comune contadina. 


In occasione della guerra russo-nipponica, l’ormai celebre scrittore rivolgeva ai connazionali un accorato appello (Ricredetevi, 8 maggio 1904): «Amate i vostri nemici, e non avrete nemici, è detto nell’Insegnamento dei dodici Apostoli … Amare i nemici, i giapponesi, i cinesi, quelle genti gialle che uomini smarriti si sforzano adesso di farci odiare, significa non andare a ucciderli per garantirsi il diritto di avvelenarli poi con l’oppio, come han fatto gli inglesi, né allo scopo di togliere loro dei territori, come han fatto i francesi, i russi, i tedeschi; significa non sotterrarli vivi per punirli d’aver danneggiato una strada, non legarli per le trecce per poi affogarli nell’Amur, come han fatto i russi». 

Tolstoj intuisce che la pace non è garantita dall’equilibrio militare tra le potenze in competizione, ma la si costruisce attraverso una cultura della pace, intesa in senso quasi materiale: la coltivazione di un sentire disarmato, della giustizia sociale, l’istruzione e l’opera di liberazione degli oppressi. Lo scrittore stesso fondò una scuola gratuita per i figli dei contadini (ex servi della gleba), dove applicò i suoi metodi pedagogici. La pace, per Tolstoj, non era un progetto politico, ma religioso. 


La religione cui pensava Tolstoj era un cristianesimo depurato di tutti gli elementi dogmatici. Tolstoj non era un occidentalista. L’investigazione razionale del testo biblico, la lettura di esegeti protestanti, lo condusse a una rilettura demitizzante dei vangeli, ma la sua religiosità restava legata alla terra russa, alla tradizione contadina, ai pellegrinaggi, ai monasteri russi con i loro starcy, i padri spirituali chiaroveggenti. Il cristianesimo di Tolstoj era profondamente russo, ma non aveva nulla del bizantinismo imperiale che impregnava la propaganda zarista, all’insegna del trinomio “Ortodossia, autocrazia, nazionalità” coniato dal ministro dell’Istruzione di Nicola I, Sergej Uvarov. 

Quello di Tolstoj non era un cristianesimo all’acqua di rose; al contrario, predominava l’esigenza etica radicale, fin quasi ad esiliare l’azione della grazia. La sua critica all’ipocrisia del servizio liturgico, nel grande romanzo Risurrezione (che è anche un inno al Discorso della montagna di Matteo), gli attirò nel 1901 la scomunica del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa. Tolstoj non si pentì. Nella sua risposta confessava: «Ecco ciò in cui credo: credo in Dio … come spirito, come amore, come principio di tutto. Credo che egli è in me e io in lui. Credo che la volontà di Dio sia espressa con la maggior chiarezza e comprensibilità nell’insegnamento dell’uomo Cristo: considerare questi un dio e rivolgersi a lui nella preghiera è per me il massimo sacrilegio. Credo che il vero bene dell’uomo è nel fare la volontà di Dio e la sua volontà sta in ciò, che gli uomini si amino a vicenda e di conseguenza si comportino con gli altri come vorrebbero che gli altri si comportassero verso di loro, come è detto nell’Evangelo: “In questo c’è tutta la legge e i profeti”». Lo scrittore fu accusato di ateismo, padre Ioann di Kronstadt lo attaccò con virulenza. Fino alla fine, Tolstoj non cessò d’interrogarsi su Dio e sul destino ultimo dell’uomo, ma gli pareva assurda una teologia che sostituisse il divino all’umano, annientando la ragione e il sentimento: «Credo che il senso della vita di ogni singolo uomo è nell’accrescere in sé stesso l’amore; che questo crescere dell’amore porta a ciascun uomo in questa vita una felicità sempre maggiore, e dopo la morte una felicità tanto più grande, quanto maggiore è stato l’amore in quell’uomo». 


L’amore è la chiave per comprendere la preoccupazione morale anche dello scrittore Tolstoj, che tanto infastidiva Nabokov. In un appunto del Diario (17 febbraio 1858, lo scrittore trentenne era reduce dalla guerra di Crimea), leggiamo: «C’è una verità personale e una comune. Quella comune è semplicemente 2 x 2 = 4. Quella personale è arte. Il cristianesimo. Tutto arte!». Il filosofo georgiano sovietico Merab Mamardašvili, nelle sue Lezioni su Proust,osservava che inutilmente ricercheremmo in Tolstoj la stessa profondità e ricchezza della speculazione filosofica dello scrittore francese. E tuttavia proprio una delle idee centrali di Proust la troviamo già in Tolstoj: il fenomeno dell’illuminazione dell’io. Si tratta dell’improvvisa comparsa all’interno di sé stessi, come stupita scoperta da parte dei personaggi, di un altro io. Un io non individuale nel senso consueto, ma immortale, che vuole bene a tutto e a tutti e che è indicibilmente felice. È questo io, secondo Proust, che avrebbe dovuto scrivere tutti i suoi libri. È un «ritorno al sé sconosciuto», come Vladimir Bibichin definisce il processo analogo che avviene nei personaggi tolstojani. Questo io sconosciuto, l’unico reale, si dilata ai confini del mondo. In un’altra pagina del Diario (27 luglio 1870), Tolstoj annota: «Tutte le teorie filosofiche da Cartesio in poi commettono lo stesso errore di riconoscere soltanto la coscienza di sé come individuo (cioè del soggetto) mentre la coscienza è precisamente la coscienza del mondo intero». Dove appare per Tolstoj questa realtà più forte della coscienza individuale? Nell’ispirazione, nell’amore, nella poesia. Nel momento della morte. La esperiscono i suoi personaggi: Petr Bezuchov prigioniero dei francesi; Anna Karenina quando si getta sotto il vagone del treno. L’apparizione di questo “sé divino” (Bibichin) brucia tutte le menzogne della convenzione sociale e della propaganda politica. Ne La morte di Ivan Il’ič (1886), ciò che più tormentava il protagonista «era la menzogna – quella menzogna accettata da tutti che era solo malato, che non stava morendo». Soltanto appena prima di morire Ivan Il’ič si rende conto che anche tutto quello che aveva inseguito nella vita, la carriera, la posizione sociale, la rispettabilità, era «una menzogna, un inganno» che gli nascondeva la verità della vita e della morte. Avrebbe voluto chiedere perdono di tutto, alla moglie, ai figli. «Voleva dire di nuovo “scusami”, ma disse “scostati” e, ormai senza forze per correggersi, fece un gesto con la mano, sapendo che chi doveva avrebbe capito». In questa illuminazione che trasforma la miseria quotidiana dei rapporti famigliari, Ivan Il’ič fa l’incredibile esperienza della trasfigurazione della morte. L’ultimo soliloquio del protagonista echeggia Paolo («Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?», 1Cor 15,55, cf. Is 25,8 e Os 13,14): 

«“E la morte? Dov’è?”. Cercò la sua vecchia e familiare paura della morte e non la trovò. Dov’è? Che morte? Non c’era paura perché non c’era la morte. Al posto della morte c’era la luce. – Ecco com’è! – esclamò improvvisamente ad alta voce. 

– Che gioia! Era accaduto tutto in un istante, e il significato di quell’istante ormai non cambiava… 

– È finita! – disse qualcuno su di lui. Sentì le parole e le ripeté dentro nell’anima. “È finita la morte”, disse a sé stesso. – Non c’è più la morte». 

La profezia di Tolstoj, il suo sforzo di penetrare il senso dell’esistenza umana, continua a mettere in questione le false sicurezze del nostro presente, apre varchi nei muri ideologici in cui vogliamo difenderci.



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