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Massimo Recalcati "Il plagio di Putin sui bambini"

La Repubblica, 19 marzo 2023 

L'esercizio sistematico del plagio come prassi educativa ha storicamente caratterizzato tutti i regimi totalitari. La riprogrammazione della mente degli esseri umani non è solo un copione di un film di fantascienza o di avventura, ma in questi regimi è stata effettivamente perseguita con scrupolo pragmatico e tecniche psicologicamente sempre più raffinate. In particolare, manipolare, plasmare, condizionare la mente dei bambini e dei ragazzini significa preparare sudditi e non cittadini, significa coltivare perversamente il consenso riducendo la possibilità di deviare dall'ordine stabilito. Si tratta di una forma odiosa di abuso finalizzato ad estirpare ogni possibilità critica del pensiero in cambio dell'offerta di una nuova identificazione che dovrebbe sostituirsi a tutte quelle precedenti. 

Bambini trattati come cera, creta, materiale malleabile sul quale deve imprimersi in modo indelebile la nuova appartenenza al gruppo dominante, dunque la condivisione acritica dei suoi valori. È quello che in piccolo accade in tutti i gruppi umani che evolvono verso un funzionamento di tipo settario: ogni setta agisce sistematicamente sulla mente dei suoi membri, soprattutto di quelli più giovani, per conformarli al modello di vita che essa propaganda. Si tratta di un sistema di fabbricazione del consenso che sfrutta la violenza della manipolazione per ripulire il cervello da ogni forma di incrostazione tossica che ostacolerebbe il processo di costituzione della nuova identità. Per questa ragione, nel caso dei crimini che la Corte internazionale dell'Aia ha recentemente attributo a Putin la deportazione non può essere disgiunta dalla manipolazione. I bambini ucraini sono stati strappati dalle loro famiglie e separati dai loro affetti più cari per essere inseriti in un programma di rieducazione che dovrebbe recidere ogni legame con la loro storia passata al fine di integrarli in un nuovo gruppo di appartenenza. Si tratta di una operazione brutale perché non considera in nessun modo l'esistenza del mondo psichico del bambino, i suoi legami affettivi, la sua memoria, le sue radici. Una separazione traumatica li ha estirpati con la forza dal loro mondo per gettarli in un altro nel quale per sopravvivere saranno obbligati ad uniformarsi al modello di vita imposto dalla nuova cultura di gruppo. In gioco è un doppio allontanamento: all'allontanamento fisico e brutale dai lori affetti primari si deve aggiungere anche quello psichico dal proprio mondo interno. È questa doppia violenza che risulta micidiale: deportazione e manipolazione sono, infatti, due facce di una sola brutalità. Ed è proprio questa doppia violenza che il tribunale dell'Aia ha giudicato criminale. 

È un ennesimo esempio di come ogni regime totalitario subordini completamente la singolarità della vita umana - la sua esistenza e la sua storia - all'universalità astratta dell'Idea. Il Novecento aveva già esibito le forme più aberranti di questa subordinazione: bambini e ragazzini intruppati militarmente, vestiti in divisa, sacrificati al Dio oscuro dell'ideologia e del potere. Anche i bambini killer del terrorismo islamico che davano spietatamente la morte a vittime sconosciute, accusate di essere degli infedeli, sono figli del fanatismo ideologico. La mente infantile, accanto ad una straordinaria capacità di assorbimento di informazioni, è anche suscettibile, come nessun'altra, alla suggestione che può essere esercitata dal mondo degli adulti. Accade in modo altrettanto odioso e drammatico nella pedofilia. Non a caso un fantasma pseudo-pedagogico alberga molto frequentemente in ogni pedofilo: non si tratta solo di godere sessualmente del corpo innocente del bambino, ma di liberarlo dalla gabbia moralistica e repressiva degli adulti nella quale si troverebbe imprigionato. 

Allo stesso modo gli ordini di Putin non sono solo quelli, già gravissimi, di deportare i bambini ucraini, ma anche quelli di violare la loro identità per trasformali in sudditi russi emancipandoli così dalla prigione malefica della loro cultura d'origine. Diventare russi significa, infatti, liberarsi dalla macchia di essere figli di neo-nazisti o di famiglie considerate degenerate al pari di quelle dell'Occidente libertino. Sappiamo bene come ogni guerra scateni la sua violenza soprattutto contro i più inermi. In questo caso però i bambini non sono soltanto dei comuni civili colpiti nonostante essi siano estranei al conflitto militare, ma, agli occhi di Putin, una vera e propria terra di conquista. La deportazione implica infatti la manipolazione della mente dei bambini, la sua violazione sadica. È questo il dato più raccapricciante: l'occupazione militare del suolo ucraino corrisponde all'occupazione ideologica della mente dei bambini. Sono due occupazioni che Putin ritiene debbano orchestrarsi all'unisono: una Ucraina assoggettata alla Russia comporta la purificazione del suo popolo, la sua de-ucrainizzazione.


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