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Enzo Bianchi, Fabio Rosini, Rosanna Virgili "Commenti Vangelo 5 marzo 2023"

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"Commenti Vangelo 5 marzo 2023"

Seconda Domenica di Quaresima 

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 Chi cammina con Gesù conosce la trasfigurazione 
  Mt 17,1-9

¹Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. ²E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. ³Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

 

Il cammino quaresimale è essenzialmente un cammino pasquale, segnato dall’abbassamento e dall’innalzamento di Gesù, il Figlio di Dio. Per questo, se nella prima domenica di questo tempo abbiamo contemplato Gesù messo alla prova nel deserto in molti modi, fino alla tentazione di approfittare della sua qualità divina per compiere la sua missione, oggi contempliamo Gesù trasfigurato, rivestito di quella gloria che possedeva quale Figlio di Dio, ma che nascose, facendo epoché, mettendola “tra parentesi” nella sua condizione di uomo come noi.

 

I tre vangeli sinottici narrano questo evento che segna una svolta nella missione di Gesù, dopo la professione di fede di Pietro e la rivelazione da parte di Gesù di ciò che lo attendeva a Gerusalemme, come necessitas umana e divina (cf. Mt 16,13-28). Riportano un racconto ormai “tradizionale” nella comunità dei discepoli, con il quale si tenta di esprimere l’indicibile: Gesù si è mostrato realmente e totalmente uomo in altra forma (metemorphóthe), una forma gloriosa che trascende la forma della carne del Figlio di Maria. La domanda su cosa sia veramente accaduto non ha molto senso, se non per mettere in risalto che è avvenuta un’apocalisse, un alzare il velo che ha permesso di scorgere l’invisibile. Cercheremo dunque di ascoltare soprattutto il racconto di Matteo; se infatti è vero che letterariamente non differisce di molto dagli altri due, tuttavia contiene alcuni tratti specifici: se Marco cerca di testimoniarci un’epifania di Dio in Gesù (cf. Mc 9,2-9), se Luca fornisce un’anticipazione della gloria della resurrezione (cf. Lc 9,28-36), Matteo vuole rivelarci come Dio stesso confermi la fede proclamata da Pietro (“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”: Mt 16,16).

 

Matteo lega la trasfigurazione alle solenni parole di Gesù ai discepoli: “Amen, io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno” (Mt 16,28). Parole certamente oscure, ma che risuonavano come una promessa: alcuni tra i discepoli che lo ascoltano, ancora durante la loro vita avrebbero visto il Figlio dell’uomo venire nella gloria del suo regno! Queste parole introducono il racconto della trasfigurazione, che appare come il loro compimento. Molte sono le allusioni all’Antico Testamento nel nostro racconto: Gesù porta con sé sulla montagna tre compagni (cf. Es 24,1.9); riceve la rivelazione di Dio dopo sei giorni (cf. Es 24,16); è trasfigurato in volto, raggiante di luce (cf. Es 34,29). La montagna della trasfigurazione non è localizzata dai tre evangelisti, ma viene definita “un alto monte, in disparte”. Dunque nel luogo delle rivelazioni di Dio, là dove secondo i profeti avviene la definitiva manifestazione di Dio nel suo giorno, l’ultimo (cf. Is 2,2; 11,9; Dn 9,16), dove Mosè (cf. Es 24,12-18; 34,4) ed Elia (1Re 19,8) sono saliti per incontrare il Signore, anche Gesù sale, portando con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, tre discepoli spesso vicini a lui, coinvolti in modo particolare nella sua vita.

 

Davanti a loro Gesù “viene trasfigurato” (sottinteso, da Dio; passivo divino) ed ecco che “il suo volto diventa splendente come il sole”. Matteo richiama il sole, la luce, perché quella novità di forma assunta da Gesù è qualcosa che non procede dalla sua condizione umana. Se la pelle del volto di Mosè era diventata raggiante davanti alla gloria di Dio, il volto di Gesù è splendente come il sole che illumina, ma nello stesso tempo non si fa vedere, abbaglia. Ricorrendo al linguaggio paolino, potremmo dire che “colui che era in forma di Dio … e aveva preso la forma dell’uomo schiavo” (Fil 2,6-7), qui rivela – per quanto è umanamente possibile percepirla e vederla – la sua forma, la sua condizione di Figlio di Dio.

 

In quella percezione di Gesù sotto “altro” aspetto, si manifestano accanto a lui Mosè ed Elia, che rappresentano rispettivamente la Torah e i Profeti, ma che soprattutto sono testimoni della venuta del Messia. Tutto ciò che ha preceduto Cristo nella storia di salvezza, da Abramo in poi, è accanto a Gesù per testimoniare che egli è il profeta atteso, il veniente promesso. Con la loro presenza, Mosè ed Elia attestano: “Ecco il Messia, il Cristo come l’aveva confessato Pietro. Ecco il Servo, il Profeta amato da Dio che, come egli stesso ha annunciato, va verso la passione”. Ciò che è narrato come una visione, è soprattutto un’esperienza possibile ai profeti nell’ordine della fede e del dono del Signore, un’esperienza non derivante da “carne e sangue” (cf. Gv 1,13), ma una pura rivelazione del Padre (come la confessione di Pietro; cf. Mt 16,17). Per questo tre volte si fa ricorso all’“ecco” (idoú; nel testo originale compare, non tradotto in italiano, anche al v. 5a), parola tipica della rivelazione apocalittica: per l’apparizione di Mosè ed Elia, per il manifestarsi della nube luminosa, per il risuonare di una voce.

 

Pietro vorrebbe restare in questa esperienza di fede, vorrebbe farla diventare definitiva, come se la fine dei tempi e la venuta nella gloria di Gesù fossero ormai realtà. A differenza di Marco e di Luca, Matteo annota che Pietro sa bene quello che dice: chiama Gesù “Kýrios, Signore”, mostra nuovamente la sua fede e afferma che è una cosa bellissima quella che stanno vivendo. Per questo vorrebbe fare tre capanne, per Gesù, per Mosè e per Elia, in modo che la storia si arresti nell’ora della manifestazione della gloria. Ma ecco apparire una nube luminosa, che adombra quell’esperienza: una nube che illumina e, nel contempo, fa ombra (verbo episkiázo). Siamo di fronte all’indicibile, perché la Presenza di Dio, del Dio che nessuno ha mai visto (cf. Gv 1,18), rivela e nello stesso tempo nasconde: è la Shekinah, la Dimora di Dio, che mentre illumina fa ombra, Presenza che si sperimenta ma che resta sempre elusiva…

 

Infine, ecco uscire dalla Shekinah una voce, che parla e rivela: “Questi è il mio Figlio, l’amato (agapetós): in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!”. La voce di Dio è già risuonata nell’ora del battesimo di Gesù al Giordano (cf. Mt 3,17): là Gesù era disceso nelle acque come un peccatore, per esservi immerso da Giovanni, il Padre lo aveva rivelato come suo Figlio unico e amato, ed egli solo aveva ascoltato questa proclamazione. Qui invece ascoltano anche i discepoli, che non possono non leggervi un “amen”, un sigillo posto da Dio sulla confessione di Pietro. Inoltre, rispetto al battesimo vi è qui un’aggiunta decisiva: “Ascoltatelo!”. La voce del Padre dice che Gesù è suo Figlio (cf. Sal 2,7), è l’Amato (cf. Gen 22,2), è il Servo che Dio sostiene in quanto Eletto, nel quale si compiace (cf. Is 42,1), ma è anche il Profeta promesso da Dio a Mosè, a cui deve andare l’ascolto (cf. Dt 18,15).

 

Di fronte a tale apocalisse, “i discepoli cadono con la faccia a terra” in adorazione, confessione silenziosa di Gesù quale Figlio di Dio, quale Kýrios, riconoscimento nel timore di Dio della Shekinah davanti a loro. Ma Gesù si avvicina, li tocca e dice loro: “Alzatevi e non abbiate paura!”. Li tocca con un gesto di confidenza e di amore, quasi a risuscitarli, e li invita alla postura escatologica dello stare in piedi senza temere (cf. Lc 21,28): “Alzatevi, fate un gesto di resurrezione (eghérthete) e mettete da parte ogni timore e paura!”. I tre discepoli “hanno visto, udito e contemplato” (cf. 1Gv 1,1), ma sono stati anche toccati da Gesù, da lui come risvegliati a una nuova conoscenza nella fede di Gesù Cristo stesso. Sapranno seguire Gesù a Gerusalemme, nella passione scandalosa, nell’angoscia da lui vissuta nel giardino del monte degli Ulivi? Ricorderanno questa esperienza o la dimenticheranno (cf. Mt 26,36-46)?


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La liturgia della Parola di questa seconda domenica di Quaresima ci fa fare un volo nel racconto matteano per metterci a terra – nel capitolo 17 – a metà del cammino missionario che Gesù sta compiendo insieme ai suoi discepoli. Nel capitolo precedente essi si trovavano nella regione di Cesarea di Filippo quando Gesù li aveva interrogati per sapere cosa avessero compreso di Lui, della sua identità e del suo modo così particolare di essere quel Messia da tutti atteso. Pietro aveva dato la risposta giusta e tanto gradita a Gesù che Egli lo definì: “beato” per il dono ricevuto di quella rivelazione (cf. Mt 16,21). Ma neppure lui aveva penetrato la verità del suo Signore, faceva, infatti, grande resistenza a un Messia che sarebbe stato incoronato di spine e non di gemme (cf Mt 16,22). Gesù è deciso: “Da allora cominciò a dire chiaramente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno” (16,21). Ed ecco che sono passati sei giorni da quando il cammino verso Gerusalemme è iniziato. Nonostante ne fosse contrariato anche Pietro segue il Signore e con lui tutti gli altri. Nonostante la durezza con cui lo aveva rimproverato sei giorni prima, Gesù ama Pietro e crede ancora in lui e adesso, all’inizio della “salita” a Gerusalemme, vuole fare a lui e ai figli di Zebedeo – i primi ad essere stati coinvolti alla sua sequela – un regalo speciale, perché acquistino una luce che li renda capaci di continuare il viaggio la cui mèta è colma di tenebre. “Dopo sei giorni Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui” (17,1-3). Da questa posizione Gesù rivela la sua identità divina, un punto di vista prezioso di cui fa dono ai tre discepoli che, così, acquistano una consapevolezza particolare, luminosa, intima del loro Maestro. Simile a quella privilegiata che acquisirono Aronne Nadab e Abiu, quando salirono sul monte insieme a Mosè e videro la Gloria di Dio (cf. Es 24;***). Si tratta di una visione interiore, di un disvelamento operato dalla luce di quanto si cela dentro la persona di Gesù: la sua comunione con personaggi uniti a Dio come Mosè ed Elia. La sua trasfigurazione è una metamorfosi (il verbo è: come indica il verbo metamorfóo, cf. v.2), Gesù appare come pura luce, la prima incarnazione della Parola (cf. Gen 1,2*), il suo volto come sole, le sue vesti candide come quelle dell’angelo che annuncia la resurrezione (cf. Mt 28,3). Così come Matteo aveva annunciato all’inizio della missione di Gesù, nella tappa di Cafarnao, Gesù sarà “luce che rifulge nelle tenebre” (Mt 4,16). “Pietro disse a Gesù: ‘Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia’. Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo» (17,4-5). Pietro vorrebbe fermare il cammino iniziato da Gesù, vorrebbe che Egli fosse solo un glorioso Figlio di Dio e non anche un arrischiato figlio dell’umano. È quel peso della strada che Gesù deve fare nel mondo, quella ruvidità oscura del suo destino terreno che il cuore di Pietro rifiuta. Non solo vorrebbe restare lui con Giacomo e Giovanni sul monte ma vorrebbe che la nube – che ricorda la Presenza compagna di Dio al suo popolo eletto – rimanesse ad avvolgere Gesù “parlando con Dio faccia a faccia” come accadeva con Mosè (cf Es 33,11). Vorrebbe passar oltre quel tempo in cui tutte le Scritture si compiono nel volto di un re (cf Sal 2) rovesciato nella postura di un Servo che porterà il diritto alle nazioni (cf Is 42). Ed è questa la ragione della visione riservata ai tre apostoli, proprio ora che devono prendere slancio per accompagnare Gesù a ché tutto si compia. La luce del Volto trasfigurato dovranno conservarla nella memoria del cuore per la notte del Volto sfigurato, sul Monte degli Ulivi, poche ore prima che Gesù sarà crocifisso, come ha annunciato, quando Pietro e gli altri preferiranno dormire pur di non guardare. Un anticipo di Resurrezione nel corpo arreso del figlio dell’uomo. (Agensir)

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