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Giovanni Cesare Pagazzi "L’attesa"

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Forse l’emblema d’ogni attesa — anche quella dell’Avvento — è la gravidanza. In italiano, una donna incinta è “in attesa”, “in dolce attesa”. Così pure in inglese: “the lady is expecting”. L’attesa sarà dolce, ma certamente non facile, poiché inizia con fitte dolorose. Comincia con l’interruzione del calendario normale del corpo di una donna. Si arresta il suo tempo ordinario, scandito dal ciclo mensile, e si apre il tempo forte della gestazione. Appropriato è il nome di questa stagione — “gravidanza”, appunto — poiché la donna diventa greve, sotto il carico del figlio. È un periodo felice, sì, ma pesante. I movimenti si fanno lenti, impacciati; certo, dotati di una grazia tutta particolare, ma goffi, se paragonati a quelli precedenti la gravidanza.

La gioia per l’arrivo del bambino (o della bambina) è accompagnata quasi subito da nausee. In genere sono sintomo di repulsione e disgusto, l’estrema difesa del corpo, prima di arrendersi all’irruzione di un altro, certamente desiderato, eppure pesante; uno con cui la donna dovrà fare i conti. C’è un prima e un dopo questa invasione di campo; e quasi nulla sarà come prima. Cresce il volume del torrente sanguigno della donna, si rafforzano le difese verso l’esterno, ma diminuiscono quelle rivolte all’interno, altrimenti il feto potrebbe essere confuso con un nemico e attaccato. Aumenta il ritmo cardiaco della donna, e già dalla sesta settimana è udibile il battito del cuore del piccolo, un diamante nella miniera di carne e sangue del corpo della madre, un lampo dentro una nuvola. Da quel momento la donna ha due cuori; ciascuno dà forma all’altro. Prima ancora della generosità della donna, il suo corpo ha già deciso: in caso di necessità (scarsità di cibo, acqua…), favorirà il feto, a scapito della madre.

Intanto il bambino cresce. Come? Nemmeno la donna lo sa; esattamente come il più esperto contadino: ha arato, seminato, irrigato, ma non sa spiegare il germoglio e la sua crescita fino al raccolto. Ne è convinta la mamma dei sette fratelli martiri (2 Maccabei, 7), come pure l’agricoltore del Regno, di cui parla Gesù (Marco 4, 26-29). Bisogna soltanto aspettare: la nuova vita si fa strada da sé; sa dove andare e quando arrivare. In gravidanza, come in campagna, la fretta è mortale; precipitare i tempi significa abortire o perdere il raccolto.

Il bambino non si vede ancora, ma già dal quinto mese si fa sentire; non con carezze e baci, ma con calci, urti e spintoni contro le pareti del grembo. A volte sono le sue risposte alla voce della madre, che sembra raggiungerlo per vie sconosciute e inimmaginabili. Fa percepire la sua presenza come gli è possibile in questo momento. Dopo la nascita sorriderà pieno di gioia; per ora scalcia e sgomita. Occupando sempre più spazio, il piccolo schiaccia e sposta gli organi interni e vitali della donna. Quanto è indispensabile alla vita della madre viene compresso, dislocato; quanto è centrale viene spinto alla periferia del corpo. Solo la carne sopporta una gravidanza, poiché è plastica, si modifica e adatta.

La più bella statua di Fidia, Bernini e Canova non sarà mai “in dolce attesa”; il purissimo marmo non concede spazio a nessuno, se non a se stesso.

Molte sono le immagini della Madonna subito dopo il parto. Parecchie la dipingono mentre allatta il Bambino. Altre la raffigurano con Cristo in braccio, ormai svezzato. Non così frequenti quelle che la ritraggono incinta. È la Madonna dell’Avvento. Toccante è l’affresco di Piero della Francesca che immagina Maria come una bellissima ragazza, dal volto pensoso e stanco, quasi al termine della gravidanza. In primo piano stanno due angeli che tirano un tendaggio, un sipario che apre la scena, tutta occupata da Maria incinta; come a dire: «Ecco a voi lo spettacolo!». Il centro del quadro è il grembo gonfio della Madre di Dio. La “gravidanza”, la “pesantezza” è resa anche dalla schiena arcuata all’indietro, come a bilanciare il carico del ventre. Il peso è così importante da richiedere l’intervento del braccio sinistro, in soccorso ai muscoli lombari affaticati. La mano destra è invece appoggiata dolcemente sul grembo, esposto a tal punto da offrirle appoggio. Il corpo della ragazza è così dilatato che il bel vestito azzurro si apre davanti e sul fianco, lasciando intravvedere la sottoveste candida.

A volte sentiamo la Chiesa appesantita, lenta e goffa nei movimenti; sottoposta a urti e spintoni interni, provenienti da ogni parte; la vediamo inspiegabilmente attratta da certi cibi e altrettanto inspiegabilmente infastidita da altri, quasi nauseata. Udiamo il suo dolore e il suo fastidio, perché alcuni suoi organi vitali sono spinti e schiacciati. Non si tratta di malattia. Più semplicemente, la Chiesa anche oggi è incinta. 

di GIOVANNI CESARE PAGAZZI

Fonte: L'Osservatore Romano

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