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Massimo Recalcati: “Cominciamo a imparare da quello che abbiamo perso”

Oggi, 27 novembre 2022  
di Marianna Aprile

Lo psicoanalista Massimo Recalcati va in tv non più di due o tre volte l’anno. Non rilascia quasi più interviste, evita talk show e palchi facili. Fa lo slalom tra i pazienti solo per tenere lezioni all’università, scrivere articoli e libri. Nonostante questo, tutti lo conoscono. Per via delle sue lezioni su Rai3 (Lessico famigliare, Lessico civile e Lessico amoroso, tra il 2018 e il 2020) ma, suo malgrado, anche per l’imitazione di Maurizio Crozza, su cui, in coda a questa conversazione, torneremo. Prima, c’è altro di cui parlare, il suo ultimo libro La luce delle stelle morte, una chiave per leggere i nostri traumi di questi anni.

Perché proprio ora un saggio su lutto e nostalgia? «Viviamo un tempo di malattia e morte, pandemia e guerra. In pandemia sono rimasto colpito dai lutti sospesi: le cerimonie dell’addio erano rese impossibili dall’emergenza sanitaria, e quando la morte non può beneficiare della cerimonia del congedo diventa ancora più atroce. La nostalgia era invece un tema su cui mi ero ripromesso da tempo di lavorare. Non è parola che appartiene al lessico della psicoanalisi, questo libro ha la pretesa di introdurla nella lingua della psicoanalisi».

Il lutto, scrive, richiede dolore, recupero della memoria, tempo. Quello della pandemia abbiamo iniziato a elaborarlo? «Negli ultimi decenni è come se avessimo condiviso tutti, specie in Occidente, una negazione della nostra finitezza, un rigetto dellamorte. La pandemia ci ha ricordato che l’umano nasce e muore e che la morte, anche quella di un anziano, è sempre innaturale, prematura. Se fossimo in grado di leggerla bene, la pandemia sarebbe un magistero. Per esempio sulla libertà. Ci ha insegnato che non è una proprietà individuale ma è sempre collegata alla solidarietà. Ci ha insegnato inoltre l’importanza di scienza, sapere, ricerca, rispetto dell’ambiente. In fondo all’origine della pandemia c’è la violenza ecocida dell’uomo, che ha divinizzato se stesso come padrone assoluto del Pianeta».

È venuta meno anche l’Europa come terra di pace, con l’invasione russa dell’Ucraina. Un altro lutto? «Il lutto è una reazione emotiva nei confronti della perdita traumatica di un oggetto che dava senso al mondo. Noi stiamo facendo, o dovremmo fare obbligatoriamente, il lutto della pace, che per quasi 80 anni è stata un oggetto invisibile ma condiviso che dava senso all’Europa. Il dolore del lutto non accompagna solo il defunto, può accompagnare anche un ideale. Nel nostro caso, l’ideale di una certa identità dell’Europa. E la perdita disorienta. Anche per questo abbiamo assistito a reazioni come quella dell’invocazione della pace nella forma della resa. Una forma di pensiero infantile o adolescenziale che risolve il trauma della realtà immaginando soluzioni magiche. Si pensa che ripetere la parola “pace” possa provocare una mutazione della realtà, come se fosse possibile far la pace con uno come Putin».

Si può reagire al lutto, scrive, con due tipi di nostalgia: una inchioda al ricordo; un’altra permette al ricordo di illuminare il futuro, come fa la luce delle stelle morte. Noi in quale nostalgia siamo? «La nostalgia-rimpianto cronicizza il lutto idealizzando la perdita. Un esempio politico è proprio la Russia di Putin. Quando non è stata più impero né Unione Sovietica, aveva davanti due vie: la prima, che Gorbaciov aveva iniziato a praticare, la via difficile del lutto, della rinuncia a un regime totalitario e della scelta della democrazia. La democrazia è, infatti, un’esperienza collettiva del lutto perché mostra che non può esistere un solo pensiero: la sua incompiutezza e il suo pluralismo comportano un lutto permanente, rappresentano la morte di una concezione del mondo unica. La Russia di Putin ha invece rigettato il lutto della democrazia per perseguire una tentazione di restaurazione imperiale e, in uno strano parallelismo antropologico, di recupero dei simboli dell’eroica Unione Sovietica. Quando non si elabora la perdita, ci si identifica idealizzandola, proprio come accade per la Russia di Putin. Oppure la si nega. Ne sono esempi drammatici il negazionismo visto col Covid o, addirittura, quello della Shoah. Invece di assumere il carattere tragico e traumatico dell’orrore lo si nega. Il risultato del lavoro del lutto è invece la nostalgia-gratitudine. Richiede tempo, dolore, memoria, che generano una lenta separazione dall’oggetto perduto che però non può mai essere completa. Portiamo sempre con noi i nostri innumerevoli morti: quello che ci hanno dato, le ferite e gli insegnamenti, le parole e i gesti che ci hanno lasciato sono i loro resti indelebili».

Nel libro, indugia sui maestri. I ragazzi negli anni di pandemia non hanno potuto incontrarne. «Quello dei maestri è un grande problema del nostro tempo, indipendente dalla pandemia. Tendiamo a sponsorizzare la logica perversa dell’autogenerazione, del “farsi da sé”, dell’essere padri di se stessi. Il nostro tempo guarda con sospetto ai maestri. Tende ad abolirli perché vorrebbe rendere omogenee le differenze. La parola del maestro è carismatica, ma noi preferiamo i numeri al carisma. Pensiamo, sbagliando, che la trasmissione del sapere possa prescindere dalla parola di un maestro ed esaurirsi in una tecnica arida».

La infastidisce l’imitazione di Crozza? «Fa morire dal ridere la mia famiglia. Io non mi ci riconosco molto ma non mi dà fastidio. Crea però problemi nei miei pazienti, che vedono in quella raffigurazione caricaturale un danneggiamento della mia immagine professionale e, in certi casi, persino un dubbio sulle mie capacità. Ma il mio giudizio sulla sua satira è più generale: è schierata, violenta a senso unico, colpisce chi ha posizioni alternative alle sue. La satira dovrebbe colpire i potenti e Crozza non mi pare coerente con questa tradizione».


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