Gianfranco Ravasi «Nell’epoca della superficialità essere coscienza critica»

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intervista di Annamaria Braccini.

Milano che rimane un’Itaca lontana e amata, i ricordi di un bambino che oggi è uno dei cardinali più famosi del mondo, alla guida da 15 anni del dicastero della cultura vaticano; e poi le sfide del presente e del futuro, specie nella comunicazione religiosa e sui social, infine il sogno nel cassetto che un porporato alla soglia degli 80 anni – li compirà il 18 ottobre – continua a coltivare.

È una chiacchierata a 360°, quella nella quale a parlare di sé, della sua storia di uomo, sacerdote, protagonista del mondo intellettuale, è il cardinale Gianfranco Ravasi che, anzitutto, risponde alla personalissima domanda se sia nata in lui prima la vocazione o l’amore per la cultura. «Si tratta di due esperienze intrecciate tra loro, perché il mio primo ricordo – quello di un bimbo di 4-5 anni – è legato a una sorta di sensazione interiore che ho vissuto nella Brianza dove sono nato in un paesino molto piccolo, Santa Maria Hoè, con una collina, una valle e il suono del fischio del treno. Avrei intuito poi che la malinconia di quel fischio lontano, aveva bisogno di qualcosa di solido, di permanente, da qui lo scattare in me della dimensione religiosa. Per questo penso, idealmente, di essere nato con un libro in mano».

Appunto, la cultura: è ottimista sul suo futuro in un Paese dove tanti la danno per morta e i giovani si esprimono per lo più con spezzoni di parole ed emoticon?

Una delle istituzioni che ho voluto fortemente come presidente del Pontificio Consiglio della cultura è stata proprio la Consulta giovanile, per ragazzi dai 18 ai 24 anni. Ho realizzato questa operazione non per una questione semplicemente pastorale, ma perché sento di essere estraneo a una cultura che si esprime attraverso i linguaggi social e una grammatica profondamente diversa dalla mia e che, comunque, voglio comprendere. Umberto Eco, un amico, aveva dimostrato, già tempo fa, che i giovani usavano 800-1.000 vocaboli sui 150 mila o più dell’italiano, che vuol dire che il loro linguaggio è estremamente prosciugato e ridotto. Ma ciò non esclude che mostri comunque le domande fondamentali dell’esistere. Sono convinto che avesse ragione Pascal quando sosteneva che «l’uomo supera infinitamente l’uomo» e che occorra seminare ininterrottamente l’inquietudine, essere una spina nel fianco. Julien Green diceva che «finché si è inquieti si può stare tranquilli», anche se sono convinto che la cultura contemporanea sia in una situazione di forte crisi, come la politica peraltro, non sapendo dire nulla sulle grandi questioni.

Si può comunicare la Parola di Dio, senza banalizzarla, attraverso i social dove lei stesso è molto attivo?

È un discorso – questo – che non può essere affrontato solo con la battuta sulla cosiddetta infosfera delle infinite reti di comunicazione. Reti sulle quali passa di tutto: la violenza più sfrenata, l’aggressività, il dark web, l’oscenità, la prevaricazione e, soprattutto, le degenerazioni della verità, le fake news, ma dove si dà anche una possibilità comunicativa inimmaginabile. Ritengo quindi che si tratti di essere estremamente cauti, sobri, attenti e critici, ma non apocalittici maledicendo tutto. Dico spesso che Cristo ha già usato il tweet e la televisione, naturalmente del suo tempo. I tweet sono quelli che noi esegeti chiamiamo i “detti” di Gesù, frasi minime, essenziali, tipiche dello stile semitico, che possono essere tranquillamente trascritte in tweet perché si sintetizzano, anche nell’originale greco, sempre in meno di 140 caratteri. Per esempio: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e rendete a Dio quel che è di Dio». E poi ci sono le parabole che rappresentano visivamente un racconto o un messaggio, tant’è vero che quando il sacerdote legge una parabola, anche se i fedeli sanno come va a finire, c’è subito attenzione.

Eminenza, essendo stato un antesignano della comunicazione religiosa in televisione, proseguita per 30 anni, ritiene che il mezzo televisivo verrà spazzato via dai new media?

Noi viviamo in una civiltà dell’immagine, per cui tutto ciò che ha uno schermo sarà sempre più dominante. Questo purtroppo è il principio di una delle grandi malattie della cultura, della società e anche della religione del nostro tempo: la superficialità, la banalità, la semplificazione. In questa luce bisogna essere una coscienza critica anche se non è facile, perché il linguaggio televisivo è radicalmente diverso da quello che ormai vediamo ovunque nella comunicazione informatica. Proprio perché sta realizzandosi questo mutamento dobbiamo sforzarci di essere persone che celebrano ancora la grandezza del libro e della carta stampata, anche se sono in posizioni minoritarie. L’essere minoranza non è un elemento negativo: non dimentichiamo che i cristiani sono partiti da un pugno di uomini non particolarmente qualificati e hanno trasformato il mondo.

Quindi è solo una questione di linguaggio? È ancora possibile diffondere l’inculturazione della fede?

La sociologa francese Danièle Hervieu-Léger, ha coniato un termine che riguarda il cristianesimo attuale: esculturazione. Il nostro compito è sempre stato quello di essere presenti, basti pensare a come i Padri della Chiesa hanno inserito il loro messaggio nella cultura del tempo, realizzando un’osmosi straordinaria. Adesso invece siamo, per così dire, un po’ fuori dai grandi circuiti, anche perché non abbiamo la strumentazione, non dico tecnica che è facile possedere, ma quella metodologia del linguaggio, necessaria per entrare in un mondo del tutto inedito. C’è, ad esempio, un linguaggio “altro” diventato fondamentale che si esprime nella scienza attraverso una sua grammatica, sintassi e stilistica, soprattutto con il mondo dell’intelligenza artificiale. L’esculturazione deve essere superata da una nuova inculturazione che non teme queste novità.

Già negli anni ’30 il giovane don Montini, parlò di una rottura tra fede e cultura come di un dramma. Questa cesura si è approfondita?

Che esista una sorta di muro o di siepe fra i due mondi è noto e tutto è iniziato con la fine della civitas cristiana, di cui dobbiamo essere consapevoli. Il compito è cercare di far sì che anche il non credente possa qualche volta sconfinare nel nostro territorio: è stato ciò che io ho sviluppato con l’iniziativa il “Cortile dei Gentili” e che si esprime attraverso la parola “dialogo” che abbatte i muri, a partire già dall’idea di san Paolo. Dialogo che, come dice la sua etimologia greca, è un incrocio tra due lògoi, due discorsi seri, e non semplicemente un confronto in un orizzonte vago, sincretistico. In questo senso, un contributo fondamentale l’ha dato papa Francesco.

Qual è l’imprinting che porta con sé come sacerdote ambrosiano anche per gli anni vissuti a Milano quale prefetto della Biblioteca ambrosiana?

Ho avuto l’occasione di entrare all’Ambrosiana nel novembre 1989, quando si voleva ricomporla ex novo, non soltanto nelle strutture, ma anche nella sua progettazione. Questa esperienza mi ha permesso di avere un dialogo strettissimo con la cultura milanese e anche con il mondo ecclesiale diocesano. Non dimentichiamo che il fondatore dell’Ambrosiana fu un cardinale arcivescovo di Milano, Federigo Borromeo, il cui ritratto costituisce un capitolo intero dei Promessi sposi. L’elemento della milanesità che è sempre in me è proprio l’unione tra più discipline e realtà: un nuovo concetto di cultura. Infatti, direi che Milano è tanto più significativa perché ci sono la Scala, Brera, l’Ambrosiana, ma anche la grande industria, la Borsa, e anche una società molto vivace e complessa. Milano rimane la mia Itaca: quando ritorno, le strade, l’atmosfera, il colore e il calore della città, rimangono in me, anche se l’esperienza romana mi ha portato ad avere uno sguardo molto più articolato e complesso.

Ha un sogno nel cassetto?

Vorrei rispondere sul mio futuro, ormai crepuscolare, riprendendo una parabola indiana che fu cara anche al cardinal Martini e che è un’analisi della biografia umana in quattro tappe sincroniche. Prima di tutto c’è la stagione in cui si impara, e io l’ho vissuta continuamente nello studio; poi c’è il momento in cui s’insegna, il tempo del magistero, nel quale non si smette mai di imparare. Terzo, il periodo del bosco, quando ci si ritira, si sta in silenzio, si riflette. E infine la vecchiaia, in cui si diventa mendicanti, si ha bisogno degli altri: io entro appunto in questo tempo.

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