Gianfranco Ravasi "La mia vita tra fede e amore per i libri"

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27 ottobre 2022

Intervista di Roberto Allegri.

«Credo di essere nato con un libro in mano», dice il cardinale Gianfranco Ravasi. «Ho davvero trascorso la vita leggendo e mi sono interessato di tutto: dalla letteratura all’arte, dalla scienza alla musica, con una curiosità che ancora oggi non vuole smettere di bruciare. Ho sempre cercato di condividere con gli altri ciò che imparavo strada facendo, specie con i giovani. Spesso si sente dire che i ragazzi di oggi sono aridi, ma non è vero: sono alla ricerca di qualcosa e noi dobbiamo dare loro stimoli sempre maggiori».

Il cardinale Gianfranco Ravasi è una delle personalità di spicco della cultura internazionale. Teologo, biblista, archeologo, autore di oltre centocinquanta libri, già prefetto della Biblioteca Pinacoteca Ambrosiana di Milano e presidente emerito del Dicastero per la cultura e l’educazione della Santa Sede. Ha una ventina di lauree honoris causa conferite da università in varie parti del mondo, parla inglese, francese, tedesco e spagnolo. Oltre che diverse lingue orientali, come l’ebraico e l’aramaico. «Ma anche il dialetto brianzolo, che uso con le mie sorelle quando ci troviamo tutti insieme per le feste», aggiunge sorridendo. Il cardinale Ravasi è infatti originario di Merate, in provincia di Lecco, dove è nato proprio 80 anni fa, il 18 ottobre del 1942. E, in occasione del suo compleanno, “Chi” ha voluto ripercorrere con lui le tappe della sua intensa vita.

«Ha detto bene. Se una parola riassume la mia esistenza direi che è proprio “intenso”», spiega. «Per la complessità, la pienezza e la tensione. Sono stato sempre in movimento fin da giovane, fin da quando insegnavo al seminario e poi alla facoltà di Teologia. Però non avrei mai pensato da piccolo che un giorno avrei viaggiato in tutto il mondo, parlando davanti ai pubblici più diversi, che sarei arrivato a un livello così alto di impegno ecclesiale. Ero infatti tremendamente timido, avevo il terrore di essere al centro dell’attenzione. E invece…».

Eminenza, il momento preciso della chiamata della sua vocazione, lo ricorda?

«Perfettamente. Avrò avuto cinque anni. Stavo con il nonno materno con cui avevo un legame molto stretto. Eravamo su una collina dove il nonno aveva l’orto e ci eravamo fermati a guardare il tramonto. Sotto passava il treno verso Olgiate Molgora, la notte stava arrivando, il fischio del treno si perdeva nel silenzio. Ho sentito forte un senso di attesa per qualcosa di bello. Per la prima volta avvertivo che c’era qualcosa di infinito che si opponeva alla limitatezza del mondo. Non l’ho più scordato».

Poi il seminario, l’università, l’insegnamento e la passione per l’archeologia…

«Passione giovanile, sì. Laurea in Archeologia all’Università ebraica di Gerusalemme e poi ho gli scavi in Siria, Israele, Giordania, Iraq. Era un’emozione grandissima tenere tra le mani reperti così antichi… soprattutto quelli che documentavano la quotidianità delle persone, per esempio i semi delle olive che avevano mangiato, oppure gli utensili che avevano usato decine di secoli fa».

Per quasi 20 anni è stato prefetto delle Biblioteca Ambrosiana. dove è conservato il Codice Atlantico di Leonardo. Dica la verità: andava ad ammirarlo di sera, quando il pubblico non c’era?

«Assolutamente sì. Prima dell’attivazione degli allarmi facevo il mio giro, nel silenzio. Dialogavo così con Leonardo, ma anche con Raffaello e Caravaggio. Un periodo molto bello. È difficile descrivere che cosa si provi di fronte a dei capolavori di quel genere. Lì si sente tutta la meraviglia del genio. Non parlo solo del Codice Atlantico, dove in più di 1.000 fogli c’è l’anima di Leonardo, ma anche, per esempio, del Virgilio appartenuto a Petrarca, con le annotazioni scritte dal poeta di suo pugno. Qualcosa di unico. Ma ho amato moltissimo anche Dante; e infatti sono stato per un intero ciclo presidente della Casa di Dante, il centro di studi danteschi più importante. Lì è nato il mio amore per la poesia. Leggo molti poeti, specie di notte, quando fatico ad addormentarmi. Amo Rilke. E, in modo particolare, Emily Dickinson. Quando andai a Boston mi feci portare nella sua città, Amherst, a visitare la casa dove viveva e dove scriveva le sue poesie».

So che è anche un appassionato di musica.

«Amo la musica classica. Cassiodoro diceva che “se noi continueremo a commettere ingiustizie, Dio ci lascerà senza la musica”. Quando ero prefetto della Biblioteca Ambrosiana, stavo a due passi dalla Scala. Avevo fatto amicizia con Riccardo Muti e lui mi invitava alle prove parziali. Lì ho imparato un’infinità di cose. Conosco bene anche Riccardo Chailly. E poi sono stato molto amico del maestro Carlo Maria Giulini, un grande della musica. Veniva alla mia messa al mattino. Era di un’umiltà autentica e conosceva sempre le qualità degli altri, cosa che non è assolutamente così scontata»

Nella sua vita ha conosciuti sei pontefici. Le va, per ciascuno di loro, di darmi una parola che li descriva?

«Giovanni XXIII aveva il grande dono della semplicità. che è uno degli esercizi più difficili. Paolo VI era la voglia di conoscere, di approfondire. Albino Luciani mi aveva conquistato con il sorriso. Wojtyla era invece l’orizzonte continuo, non si fermava mai. Papa Ratzinger era la mente, il pensiero per eccellenza. L’ho conosciuto bene quando facevo parte della Pontificia commissione biblica e posso dire che possiede anche un arguto senso dell’ironia. E poi c’è Francesco, che è la passione, il calore, l’ardore».

Lei è un grande divulgatore, ma come è il suo rapporto con i giovani?

«Cerco di capirli. Per questo ho costituito una Consulta giovanile, di ragazzi e ragazze tra i 18 e i 24 anni, credenti e non. Sono importanti per me per comprendere il loro linguaggio, che è completamente diverso dal mio. Loro usano la pittografia sul telefonino, e comunicano attraverso la musica. Girano sempre con la cuffia nelle orecchie, calando la visiera sul mondo. Però non sono apatici o banali. Hanno invece bisogno di desiderare. Questo è un po’ il nostro compito: non tanto soddisfarne i bisogni, quanto instillare in loro il desiderio di qualcosa di infinito. Portarli all’inquietudine, che è la ricerca di qualcosa di importante. A questo proposito, il grande scrittore americano Julien Green. che ho conosciuto bene, diceva: “Finché si è inquieti, si può stare tranquilli. Ed è proprio così».

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