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Massimo Recalcati "Quella fine che ci rende così umani"

La Repubblica, giovedì 13 ottobre 2022 

L’esperienza della fine comincia sin dall’inizio, si potrebbe dire, senza abusare troppo dei giri di parole. È, infatti, già con il suo primo respiro che la vita comincia a morire. È la nostra condizione inaggirabile di finitudine, è la nostra condizione di esseri mortali. Come ricordava l’Ecclesiaste biblico la vita è solo un breve alito di vento tra due nulla: quello che precede la nostra venuta al mondo e quello che accompagna la nostra fine. Da questo punto di vista ogni essere vivente condivide la morte come sua destinazione ultima. Ma la morte per gli esseri umani, come ricordava Heidegger, non è affatto da intendersi come l’ultima nota che chiuderebbe la melodia dell’esistenza, quanto come “un’imminenza sovrastante”. 
Gli animali come le foglie di un albero periscono, ma non portano nella loro vita la consapevolezza del loro destino finito, non conoscono l’imminenza sovrastante della morte. La loro vita è una vita piena di vita, vita beata, vita eterna. Diversamente, la forma umana della vita è intaccata sin dalla sua origine dalla sua fine, non può sottrarsi alla presenza già in vita della morte. 
La morte, infatti, non è solo la nostra morte o la morte degli altri, ma è un’esperienza che incontriamo nella nostra vita ogni qualvolta siamo confrontati con il trauma della perdita. Per questa ragione Freud concepiva l’esistenza umana come il risultato di una serie continua di separazioni: dalla vita intrauterina, dal seno, dalla presenza della madre, dal proprio nucleo familiare. Ogni volta che la vita avanza è destinata a perdere una parte di sé. Lo ricordava a suo modo anche Hegel: la condizione affinché dalla terra spunti un germoglio è la marcescenza del seme. Solo gli animali o gli dei, come riconosceva Aristotele, si sottraggono alla mancanza che contraddistingue invece il nostro essere mortali. In questo senso la nostra fine è già annunciata sin dall’inizio. 
Nondimeno l’esperienza della fine resta ancora un’esperienza propria della vita. È un bivio che ci fronteggia: per un verso il divenire del tempo impone la sua legge inesorabile. Di nuovo possiamo qui evocare le parole dell’Ecclesiaste: veniamo dalla polvere e alla polvere siamo destinati a ritornare senza scampo. Ma, per un altro verso, la polvere stessa, come insegna la straordinaria arte di Giorgio Morandi e di Claudio Parmiggiani, è qualcosa che resta nel trascorrere del tempo. È il segno di una presenza — per quanto fragilissima, aerea e inconsistente — che non si lascia mai ridurre a nulla. Gli innumeravoli morti e le innumerevoli perdite che circondano e attraversano la nostra vita non restano forse sempre con noi, non sono presenze che hanno assunto la forma dell’assenza o assenze che si rivelano ancora presenti? Non siamo forse noi forme di vita destinate a portare con noi stessi ciò che abbiamo definitivamente perduto? Mentre la vita animale vive sempre in un presente senza passato e senza domani — è vita immersa nell’immediatezza pura della vita — , quella umana appare invece una vita marchiata dall’assenza. Anche in questo senso la fine della vita fa sempre parte della vita. Il dolore di un abbandono, la perdita di un amore, il tradimento di un ideale, l’infrangersi di un progetto al quale ci eravamo dedicati con passione, la separazione dalla terra nella quale siamo nati, ma anche la memoria di tutto ciò che è stato e non è più, sono tutte esperienze nelle quali l’assenza si rende presente, sono tutte esperienze che ci confrontano con l’enigma della fine. 
Non accade solo nel tempo della nostra uscita irreversibile dalla vita, ma è ciò che accompagna ogni momento della nostra vita. È forse questo che spinge Morandi e Parmiggiani a pensare che la luce non sia affatto in opposizione alla polvere, ma sorga proprio dalla polvere, che la polvere stessa sia una sorgente di luce? Il fine vita è, infatti, ancora un momento della vita, un passaggio in cui è possibile fare qualcosa di sé, un’occasione dove dare testimonianza di un’esistenza raccogliendo le voci di chi l’ha accompagnata. Diventare polvere può non significare cadere nell’oblio, scomparire, ma essere qualcosa che resta, che non può essere del tutto distrutto, che resiste alla violenza della morte. 
Ricordi indelebili, parole indimenticabili, profumi inconfondibili, tempi di gioia e di dolore, di danza e di commozione, ma anche semplici gesti quotidiani che restano scolpiti nella nostra memoria. È questo l’insegnamento più profondo della polvere: non è forse la polvere il segno di qualcosa che resta anche nel tempo che passa? Non solo, dunque, la polvere come segno del tempo che passa, ma la polvere come segno di qualcosa che non viene del tutto distrutto dal carattere inesorabile del divenire, segno di un resto, appunto, indistruttibile. 
Non è forse quello che accade con i nostri innumerevoli morti? Polvere che può restare con noi come se fosse luce. Non è questo forse il tempo fondamentale dell’eredità? Cosa tratteniamo in noi di coloro che ci hanno lasciati? Cosa portiamo dentro il nostro cuore di quella presenza che è ormai divenuta assente? Quanta luce siamo capaci di estrarre dalla polvere dei nostri innumerevoli morti?.

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