Rosella De Leonibus "Questa non è una relazione di coppia"

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rubrica Psicologia

Davanti alla complessità del legame di coppia, vediamo come declinarne alcune articolazioni, per capire come mai così spesso questo filo si ingarbuglia e si spezza.
c’è ancora chi sostiene la teoria delle due metà della mela

Essere la metà di qualcosa non vuol dire che insieme faremmo un intero. E anche se ci riuscissimo, questo intero farebbe per uno e un capitale umano considerevole andrebbe perduto. Il mito dell’Androgino di Platone, un essere perfetto, metà uomo e metà donna, viene tuttora considerato un pattern significativo per le relazioni di coppia, ed ecco che così c’è chi immagina di andare in cerca dell’«anima gemella» che riporti all’intero le due metà dell’Androgino, divise dagli dei invidiosi e costrette a vagare per il mondo fino a quando non potranno ricomporre l’unità con l’altra metà da cui erano stati divisi.
c’è chi si dona in modo unilaterale
Amare in modo unilaterale, senza aspettarsi nulla in cambio, è bello nelle favole. Ma nella vita reale, un amore maturo richiede un delicato equilibrio tra dare e ricevere, perché tutto ciò che non è reciproco alimenta aspettative nascoste e rancori e fa molto presto a deteriorarsi irrimediabilmente.
c’è chi assume una volta per tutte la guida e chi si lascia guidare

Semmai questa è una relazione Adulto-Bambina, o Adulta-Bambino, dove uno dei due deve essere condotto, protetto, educato, e l’altro assume la leadership e la responsabilità per entrambi. Occasionalmente, in specifici momenti o rispetto a particolari abilità dell’una o dell’altro, può anche funzionare, ma solo se si gioca anche la carta della reciprocità. Una coppia non può camminare su due gambe soltanto, deve camminare su quattro. Una coppia non può agire all’interno o all’esterno con due sole braccia e una sola mente. Deve agire, all’interno e all’esterno, con quattro braccia e due menti in dialogo.
c’è chi ha bisogno di essere costantemente legato all’altra persona

Questa semmai può essere la formula della fase iniziale, felicemente simbiotica, dove ci si sente un cuore e un’anima sola. Serve a varcare la soglia tra l’io e il tu, a potersi fidare ed affidare, ma è solo un tuffo iniziale, che deve evolvere e attraversare una fase di ridefinizione delle singole soggettività per poi arrivare a costruire lo spazio del noi. Uno spazio vivo, che non azzera gli spazi personali, ma crea un nuovo livello del rapporto. Spesso ci si trova a rimpiangere la fase fusionale iniziale ma, se si restasse imprigionati là, non ci sarebbe respiro per crescere, né come singoli né come coppia.
c’è chi è convinto di essere trasparente e chi pensa che non sia necessario intuire
Certe conversazioni dove non si fa lo sforzo di trasporre in parole comprensibili il proprio sentire, e dall’altra parte si omette di ascoltare o si chiude la conversazione, finiscono per assomigliare ad un esercizio in cui ci si allena allo sport estremo del malinteso. Certi non-dialoghi diventano il campionato mondiale del mancato riconoscimento del proprio mondo interiore e di quello altrui. Senza una disponibilità all’apertura e all’ascolto, e senza una profonda empatia reciproca, non c’è relazione di coppia.
c’è chi immagina di lasciarsi andare totalmente alla volontà dell’altra persona
Procedere nella vita di coppia ad occhi bendati, delegando totalmente le scelte e le responsabilità all’altra persona, assomiglia piuttosto ad una fascinazione; è l’affidarsi cieco e totale e il lasciarsi trascinare, la rinuncia ad essere responsabili della propria esistenza, delegando la regìa all’altro, all’altra. Amare con tutti se stessi, non significa perdere di vista il proprio cammino.


c’è chi sente di dover richiedere
disperatamente l’attenzione dell’altro,
dell’altra
Ogni tentativo angoscioso, insistente, reiterato, sofferente, messo in atto per risvegliare l’interesse che manca da parte dell’altra persona, per destare la sua attenzione, ottenere il suo sguardo, configura facilmente una situazione di dipendenza. Nel gioco delle parti, questo comporta che l’altro si assuma il potere di validare o disconfermare l’esistenza del partner. Un gioco molto pericoloso, che non finirà bene.
c’è chi si impegna a mantenere l’altra persona dentro una sfera di cristallo
Una tale situazione può venire contrabbandata per una forma di protezione; semmai è un tentativo di conservare immutato un istante, come in un eterno fermo-immagine, o più precisamente un tentativo di controllo sull’altra persona. Siamo molto lontano dal riconoscere la soggettività e le competenze dell’altro, dell’altra, siamo molto lontano da una sana e nutriente relazione di coppia.
c’è chi crede di dover accoccolarsi ai piedi dell’altra persona
Potrebbe perfino sembrare gratificante per chi è nella posizione di dominio, e rassicurante per chi ha assunto la posizione di sottomissione, ma semplicemente non funziona, per un eccesso di disequilibrio nei ruoli.
c’è chi ritiene di dover portare l’altro, l’altra, avvinghiata a sé, in braccio o sulle spalle

Potrebbe sembrare una cosa così romantica... in realtà uno dei due ha rinunciato a camminare con le proprie gambe e l’altro si comporta come se avesse tra le braccia un neonato. A piccolissime dosi può essere molto dolce, ma se prevalentemente andasse così, diventerebbe un baby sitting, non una coppia.
c’è chi calcola di poter abbarbicarsi alla forza vitale dell’altro, dell’altra, e trarne linfa
Anche questa possibilità potrebbe sembrare romantica, ma non lo è affatto. Semmai è un modo per ricevere una prestazione unilaterale, mentre tutto il resto scompare e, chi sembrava più forte, poco a poco ne viene consumato. Non ci siamo, non ci siamo affatto.
c’è chi è sicuro di poter pretendere amore senza darlo a sua volta

Questa tipologia di rapporto diventa una relazione unilaterale di servizio, dove uno dei due sta esigendo una prestazione, e non mette in conto di dover reciprocare nulla. Accade che da un lato ci si abitui a pretendere, e dall’altro si cominci presto a covare un profondo risentimento.
c’è chi si riserva l’accesso al mondo, mantenendo l’altra persona in un recinto interno
Si tratta di una situazione dove i ruoli di genere vengono definiti in modo estremo, con la separazione tra una sfera pubblica, dove è solo uno dei due che è presente, competente e attivo, mentre l’altra persona è confinata nella sfera privata, senza autonomia rispetto al mondo esterno, inerme se non inetta. Semplicemente è una posizione che è stata superata dalla storia. Resta vigente solo in culture ancora fortemente tradizionali.
c’è chi continua a stare alla finestra della torre aspettando l’altro che arriverà a cavallo
Semmai questa potrebbe essere una breve fase del corteggiamento ma, se andasse oltre, nella sostanza ribadirebbe una divisione dei ruoli molto tradizionale, dove ci sarebbe da una parte l’attesa passiva, e dall’altra l’azione attiva. Da una parte l’essere al chiuso, «protetta» – ma anche, in sottotraccia, da espugnare – e dall’altra l’andare, l’agire, il farsi avanti, il proporsi. Certo, questa divisione dei ruoli comprende anche il potere di «risvegliare» una bella, che si presume più o meno addormentata, e presuppone il di lei consenso automatico, una volta prodotto il «risveglio».
c’è chi è convinto che, quando le cose non vanno, la responsabilità sia dell’altro

È il caso di una famosa coppia dove sembrerebbe, stando alla letteralità della tradizione, che lei sia stata forgiata da una costola di lui che, narrano alcuni, gli fu estratta mentre era addormentato, e che ella sia stata confezionata per dare a lui un aiuto e perché non fosse solo. Sempre stando alla letteralità della tradizione, sembra che lui si sia immediatamente sottratto alla propria responsabilità accusando lei di averlo indotto ad un illecito, non appena l’illecito stesso gli fu contestato, in flagranza del fatto, da una autorità superiore. Si evidenzia, nel loro caso, un problema di base: quello di non essersi scelti, ma essersi semplicemente trovati, senza saper nulla l’uno dell’altra, in un magnifico luogo di vacanza, da cui, secondo la citata lettura letterale, sono stati irrimediabilmente banditi dal titolare stesso.
c’è chi vede l’amore come dono reciproco di comprensione e di gioia
«Il vero amore contiene l’elemento della gentilezza amorevole, che è la capacità di offrire felicità. Per rendere felice una persona bisogna esserci. Si dovrebbe imparare a guardarla, a parlarle. Rendere un’altra persona felice è un’arte che si impara. Il secondo elemento che compone il vero amore è la compassione, la capacità di togliere il dolore, di trasformarlo nella persona che amiamo. Anche in questo caso bisogna praticare il guardare in profondità per riuscire a vedere che tipo di sofferenza ha in sé quella persona. Spesso avviene che l’altra persona, compresa e sostenuta, sarà in grado di affrontare più facilmente le difficoltà della sua vita, perché sentirà che siete dalla sua parte. Il terzo elemento è la gioia. Il vero amore vi deve portare gioia e felicità, non sofferenza giorno dopo giorno. Il quarto e ultimo elemento è la libertà. Se amando sentite di perdere la vostra libertà, di non avere più spazio per muovervi, quello non è vero amore». Ma tutto questo lo ha detto Thich Nhat Hanh.
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