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Gianfranco Ravasi "Abramo e Caino stesi sul lettino"

Il Sole 24 Ore
11 settembre 2022

Bibbia e psicoanalisi. Massimo Recalcati rilegge alcuni episodi del testo sacro e annoda i fili della Torah con quelli della disciplina fondata da Freud 

Arduo è nella gabbia delle righe di queste due colonne anche solo ammiccare alle reazioni che ha sollecitato in un biblista l’analisi dello scritto di Recalcati. Il suo programma paradossalmente è semplice e fin lapidario: «Attraverso la lettura di alcune scene capitali del testo biblico, si vengono ad annodare i fili di due discorsi, quelli della Torah e della psicoanalisi, considerati storicamente eterogenei e radicalmente alternativi». Questo processo di ricamo l’autore lo conduce procedendo sul crinale tagliente dal quale si diramano i due versanti della pagina biblica e della trama psicoanalitica, soprattutto lacaniana, entrambi affratellati da un profilo comune, la celebrazione della parola. L’itinerario di Recalcati si affida a una selezione testuale emblematica segnata da un genere letterario comune, quello «sapienziale», una sorta di teologia narrativo-simbolica . 

Tali, infatti, sono i capitoli «adamici» della Genesi, un’eziologia antropologica metastorica; tali sono gli emozionanti racconti del monte Moria e del fiume Yabbok; esplicitamente sapienziali sono il capolavoro drammatico di Giobbe e l’algido eppure fremente pensiero di Qohelet, come lo è il primaverile e festoso Cantico dei cantici; parabola sapienziale universalistica è anche la vivace storia che ha per protagonista un profeta renitente come Giona. 

A rendere ancor più impegnativo il dar conto della lettura del commento di Recalcati militano vari fattori, a partire da un dato squisitamente personale: quelli antologizzati sono gli scritti biblici da me più amati e studiati, così da far fiorire molteplici risonanze, consonanze, dissonanze. Inoltre il procedimento dell’autore segue mappe ramificate nelle quali ogni sentiero può celare varie iridescenze tematiche. L’avanzare del lettore s’imbatte, perciò, in sorprese, talora può anche perdersi e attendere che si prosciughino certe pagine. 

Rimane, però, affascinante l’approccio adottato, non del tutto inedito (si pensi solo al Mosè di Freud o al Giobbe di Jung o ai Vangeli di Drewermann), ma originale nel processo ermeneutico che capovolge gli altri metodi: non è tanto una lettura psicoanalitica della Bibbia, ma un’interpretazione biblica della psicoanalisi. Certo, fondamentale è la sequenza dei capitoli dedicati alle prime undici pagine capitali della Genesi, a partire dall’ha-’adam, «l’Uomo», e dalla sua «costola» Eva (in realtà in ebraico il termine indica il «lato» e quindi suppone già una parità, espressa nell’essere kenegdô della donna, cioè «come di fronte»), che sarebbe «il mito dell’origine del desiderio umano». 

Ma altrettanto rilevante è la tappa successiva del peccato radicale («originale») ossia «il deificare la propria natura, rigettare la propria finitudine, negare la propria insufficienza e mancanza»; e la tentazione satanica dell’«essere come Dio, conoscitori del bene e del male», arbitri della morale. Così come decisivi sono il fratricidio di Caino, colui che non tollera di non essere l’unico e rifiuta l’alterità, l’evento traumatico del diluvio e «il delirio dei babelici» col loro «imperialismo linguistico». 

Alcuni recensori si sono fermati criticamente solo sull’analisi del «primo taglio» (sospettiamo senza inseguire la galleria dei successivi ritratti): Dio, creando, si separa isolandosi dalla storia, affidata ormai alla sola gestione umana. È una libera rilettura della nota tesi giudaica dello zimzum, del «ritirarsi» di Dio per lasciare spazio alla creazione e soprattutto alla libertà umana. In verità, tutti gli emblemi biblici successivi sono la dimostrazione della costante presenza attoriale divina, anche nel suo paradossale silenzio. 

La struttura tematica della Bibbia privilegia, infatti, la storia come sede teofanica, introducendo un Dio «patetico», ben diverso dal Motore immobile aristotelico o da un certo trascendentalismo islamico. È per questo che sono imperdibili le scene selezionate da Recalcati, col suo sguardo spesso inatteso che trasforma, ad esempio, il paradigma supremo del credere di Abramo pronto ad alzare il coltello su Isacco in segno della rinuncia alla proprietà sul figlio riconoscendogli la sua libertà. 

Oppure la lotta notturna di Giacobbe con l’essere misterioso, che ora diventa - attraverso la ripresa contestuale del contrasto fraterno con Esaù - la scoperta del prossimo non più rivale ma assimilato al volto irriducibile di Dio. Il volto dell’altro diventa il volto dell’Altro, e questa non è una tautologia. Il tema della fratellanza riaffiorerà nell’ascolto della voce sconcertante di Qohelet: essa, però, è proiettata in una dimensione non di sangue ma trascendente, dopo che il sapiente ha raso al suolo «il fantasma idolatrico dell’essere». 

E ancora, ecco il libro squisitamente teologico più che antropologico di Giobbe, molto amato da Recalcati. La lama della sofferenza che trafigge la carne e l’anima del protagonista si fa grido e ammonisce che «la teologia della domanda sopravanza ogni teologia della risposta», soprattutto quella «retributiva» degli amici teologi, ma non certo la replica di Dio fatta di silenzio e di epifania («ora i miei occhi ti vedono», esclama alla fine Giobbe). Fermiamoci qui emarginando altri due gioielli biblici cari a entrambi, all’autore e al suo lettore, il citato Qohelet e le straordinarie 1.250 parole ebraiche del Cantico dei cantici, tutte intrise della «gioia dell’amore». Si conferma, comunque, l’oracolo profetico di Geremia: «La mia parola non è forse fuoco ardente, martello che spacca la roccia?» (23,29). 


Massimo Recalcati, La Legge della parola, Einaudi, pagg. 380, € 21


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