Enzo Bianchi "Gioia, piacere, riso dell’essere umano nella Bibbia”

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Il cristiano è chiamato a formare dentro di sé “un cuore unito”, a ricercare l’unità profonda di tutta la sua persona, a portare davanti a Dio tutte le sue azioni, tutti i suoi desideri, tutti i suoi sentimenti per ritrovare in lui, fonte di ogni bene, quell’integralità che nella vita pare costantemente minacciata, menomata o perdente. Ma si deve constatare con tristezza che nonostante l’appello della Parola a questa unità, insita nella vocazione dei figli di colui che tutto ha creato e tutto ha visto come buono, i cristiani spesso vivono in antinomie mortali, hanno un cuore diviso.

 

Soprattutto nei confronti della gioia, del piacere, dello humour, delle risa terrestri, i cristiani hanno impegnato molte energie, scritto pagine e pagine di letteratura teologica e spirituale, dettato molte regole per combattere questi atteggiamenti, arginarli o addirittura negarli presentando come contropartita la possibilità di acquisire qualità spirituali. Ridere è diventato sconveniente per un religioso; cercare piacere in cose terrestri addirittura una grave mancanza; godere e rallegrarsi dei valori che la vita ci offre un segno di scarso e tiepido anelito per l’eternità ultramondana. Così queste dimensioni umane insopprimibili sono state bandite e relegate fuori dallo spazio cristiano e i cristiani stessi, non potendone però fare a meno (salvo i perfetti asceti e gli stoici ben riusciti!) sono stati costretti a viverle nel profano, senza legami con Dio e la fede, poiché ciò era negato dalla spiritualità dominante.

 

Su questa strada dell’estraniamento madre chiesa si è mostrata maestra di misericordia compatendo questi suoi figli troppo legati alla terra, e impartendo con grande sperpero il dono del perdono dove di perdono non c’era proprio bisogno, infondendo sensi di colpa negli animi dei pii, bisognosi di essere peccatori ma sempre pronti al pentimento. L’apátheia stoica, non biblica, e il dualismo platonico abbracciati da certo monachesimo hanno fornito per chi cercava la via della santità nella chiesa un ideale di perfezione mirante a insediare sulla terra la “vita angelica”.

 

I risultati di questo lungo processo li conosciamo tutti: in base al principio che sulla terra all’uomo tocca soffrire se vuole gioire nell’altra vita, la gravitas è diventata la virtù del credente, la diffidenza ottusa verso i valori della vita una caratteristica essenziale del cristiano. Le conseguenze si sono fatte sentire ovunque: dalla liturgia, che da celebrazione di festa qual era è diventata un “serio” ritrovarsi di fronte alla maestà di Dio; alla sessualità, intesa quale doveroso esercizio per chi era sposato; all’astinenza dai cibi e dalle bevande, avvertita come necessaria per una robusta vita di fede. Ma l’essere umano si è anche ribellato (e questa ribellione è esplosa oggi più che mai) e si è creata una grave frattura tra tempi e spazi di gioia e tempi e spazi di fede.

 

Solo ai mistici è stato concesso, attraverso la vita della contemplazione, di avere esperienze di gioia e di piacere frequenti e sensibili anche nel corpo, perché inebriati d’amore per il Diletto, l’Amante, lo Sposo. Basti constatare che il Cantico dei cantici, il cantico del vero amore terrestre umano, e per questo e in questo veramente cristologico, è stato commentato da monaci o mistici e mai da chi, cristianamente sposato, di questo amore terreno aveva esperienza. Eppure io sono convinto che non sia né cristiano né umano rinunciare alle gioie create e volute da Dio, diffidare e astenersi dall’apprezzare i valori della vita e della terra. Dio ha voluto che gli si prestasse servizio nell’ambito dell’umano, sulla terra, e che questo servizio avesse come contenuto un autentico rapporto con gli uomini e con le cose.

 

Io che amo molto e sono assiduo “frequentatore” dell’Antico Testamento devo constatare che in esso felicità, gioia, piacere, sono la benedizione di Dio per l’uomo, e non credo che questi valori siano superati nel regime neotestamentario. Il cristianesimo non è la rinuncia alle benedizioni dei padri, nessun valore terrestre viene da esso ridimensionato.

 

Del resto Paolo ammonisce: “Perché lasciarvi imporre precetti quali: ‘Non prendere, non gustare, non toccare’? Sono tutte cose che hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa religiosità e umiltà e mortificazione del corpo” (Col 2,20-23). Egli è convinto che “tutto è puro” (Rm 14,20) e combatte la diffidenza imposta dalla legge a scapito della libertà, e la negatività attribuita alle creature. Chiede di fare tutto per la gloria di Dio, “sia che si beva, sia che si mangi” (1Cor 10,31), perché “il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma di giustizia, pace e gioia nello Spirito santo” (Rm 14,17). Solo l’amore, l’agápe, può costituire un criterio, porre dei limiti a questo godimento delle cose e dei valori terreni “affinché non diventi motivo di rimprovero il bene di cui si gode” (Rm 14,16).

 

Gioia, piacere, godimento, risa, sono realtà umane che né Israele né Cristo hanno voluto rinnegare: anzi le hanno sottolineate con forza ponendo accanto a esse come unico criterio di fruizione, per eliminare il rischio dell’autoinganno, il primato dell’amore e della condivisione. Nel regime dell’agápe queste realtà umanissime vengono trasfigurate diventando immagini dei beni eterni, primizie del tempo che viene: un tempo in cui la gioia dell’uomo coinciderà con le gioie di Dio, e l’uomo godrà con Dio e Dio riderà con l’uomo, bevendo insieme vino inebriante perché non sparirà la terra né le creature, ma ci saranno terra nuova e cieli nuovi.

 

“Dio vide che era buono…”

 

Quando Dio creò l’universo e la vita “vide che era cosa buona”, e così quando il credente israelita pronuncia la parola “vita”, haim, pensa subito tovim, è cosa buona! L’israelita dell’Antico Testamento non ha mai vergogna del mondo e delle sue realtà, non conosce l’angelismo, è convinto che l’uomo  non debba mai trascendersi, non debba mai alienarsi per un mondo che non esiste rinnegando o misconoscendo la condizione della vita presente.

         

Per questo il filo rosso della gioia umana, intesa come felicità, fortuna, bene, percorre senza pudori tutta la rivelazione, che è quotidiana, naturale e destinata all’uomo: questa valorizzazione della vita dovrebbe ispirare molto di più il cristiano e sottrarlo alla tentazione dello spiritualismo. Le stesse promesse di Dio sono ricolme di gioie terrestri: abbondanza di frutti del suolo, moltiplicazione del pane, del frumento e del bestiame, fecondità dell’amore sessuale, soddisfazione dell’opera delle mani dell’uomo, liberazione dai nemici, possesso della terra in cui stillano “latte e miele”, godimento della bellezza della creazione… Tutte queste cose Dio le ha date all’uomo affinché ne sia signore e padrone e tutto sottometta ai suoi piedi (cf. Sal 8,7), e sono frutto delle benedizioni di Dio, mentre la privazione di esse è il segno o la minaccia per chi si allontana dall’osservanza della legge (la Torah).

         

Che cosa significa questo? Che l’uomo conosce la gioia solo osservando fedelmente la volontà di Dio. La legge è veramente il cardine della vita orientata al bene, anzi è la fonte stessa della gioia umana. Per chi invece sceglie la via contraria alla legge non ci sarà piacere, non ci saranno risa, perché è una via che conduce alla morte, all’autodistruzione, alla rottura della pace tra esseri umani, tra l’essere umano e le cose. La categoria biblica con cui questo viene espresso è la maledizione: non è che Dio intervenga a castigare, ma è l’uomo stesso, quando si oppone alla legge, che con la sua prassi sceglie la via contraria al bene, alla libertà, al godimento.

         

Il primato della legge non limita né nega il godimento della materia, ma impedisce che questo diventi idolo, inganno che asservisce l’essere umano, anziché lasciarlo libero restando al suo servizio. Questo regime della via della felicità è accolto nel messaggio neotestamentario quale regime dell’amore. Tutto è buono, tutto può essere toccato, gustato, mangiato, ma nel regime dell’amore. Nella vita del credente non c’è divisione assoluta tra profano e sacro, non esiste un ambito vietato perché tutte le realtà terrestri e umane vanno assunte dal credente e messe al suo servizio tramite il primato della legge o dell’amore; il che significa che se ne deve fruire in modo non arbitrario, non assoluto, ma nella condivisione perché la terra è di Dio, il corpo è di Cristo e i frutti sono destinati a tutti.

         

“Dio vide che tutto era buono” e tutto ha affidato ad Adamo, all’Adamo totale, cioè a tutti gli esseri umani. È cosa buona possedere molto vino e molto cibo, ma se uno ne usufruisce senza tener conto di chi vino e cibo non ha, se uno non “banchetta” con gli altri, ciò che è buono diventa causa di rivalità, di lite, di lotta, e non può dare felicità e pace, ma tristezza e odio. La legge veterotestamentaria e l’amore nella nuova economia intervengono per uno stesso fine: ogni cosa deve essere fonte di gioia per tutti e mai causa di privazione o di sofferenza per alcuni. Purtroppo il cristiano, nel timore che il piano materiale, la natura, facesse concorrenza alla grazia, al dono di Dio, è giunto a diffidare dell’espressione della vita, ma sarebbe stato più corretto e più fedele al messaggio biblico se avesse temuto l’uso indiscriminato del naturale da parte di alcuni a scapito degli altri. Infatti la grazia si manifesta nella condivisione dei doni di Dio e nella loro universale destinazione. Il profeta Geremia non rimprovererà a Joakim il godimento delle cose, ma il fatto di averle accaparrate per il suo profitto e a scapito di tutti i defraudati del paese.

 

Forse tuo padre non mangiava e beveva?

Ma egli praticava il diritto e la giustizia

e tutto andava bene,

tutelava la causa del povero e del misero

e tutto andava bene;

non è questo che significa conoscermi?

Oracolo del Signore.

Invece i tuoi occhi e il tuo cuore

non badano che al tuo interesse,

a spargere sangue innocente,

a commettere violenze e angherie (Ger 22,15-17)

 

Mangia, bevi…

        

 

Tutte le gioie terrestri sono dunque buone nella fede giudeocristiana, ma alcune vengono cantate in modo particolare e resistono perfino alla contestazione dello spietato Qohelet, che pur intravvedendo i limiti di ogni cosa proclama come “porzione” che resta all’uomo, anche nei giorni cattivi, il piacere della tavola, del vino e dell’amore, la soddisfazione del frutto delle proprie mani e la gioia della contemplazione della creazione: “Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche!”.

         

Questo versetto del Qohelet che scandisce tutta la sua meditazione non è “una massima di colore epicureo”, come annota la Bibbia di Gerusalemme, ma è un testo vigoroso che dice pane al pane ed è profondamente sapienziale. Il commentatore della Bibbia di Gerusalemme mostra di essere uno di quei cristiani malati del disprezzo delle cose buone, più discepolo stoico che buon interprete del religiosissimo materialismo ebraico. Mangiare e bere sono fonte di sana gioia nella vita quotidiana perché l’essere umano cerca l’abbondanza del frumento, dell’olio e del vino per celebrare degnamente la festa con un banchetto, e non c’è da sentirsene in colpa. Certo, mangiare e bere non sono qui ridotti alla loro funzione nutritiva, ma sono visti come un mezzo di comunione umana dove gli alimenti sono reali, sostanziosi e gustosi, e perciò costituiscono fonte di piacere e di soddisfazione. Perché l’umano dovrebbe privarsi di essi? in nome di cosa? Non avere la capacità di prendere e gustare non è segno di libertà, ma segno di malattia: l’anoressia così frequente nella vita religiosa!

         

Purtroppo, se si pensa alla fine che han fatto queste santissime e dolcissime creature nei sacramenti cristiani, il pane è diventato una pellicola chiamata ostia, e l’olio e il vino sono stati spogliati di ogni qualità di res, prendendo i connotati di una astrattezza che non è biblica e che impedisce a queste creature nella loro sostanzialità di essere segno, lezione, consolazione. Il banchetto eucaristico non è più un pasto ma il contratto sacrale con il sottile panis angelorum.

         

Eppure nella Bibbia ogni alleanza è stata siglata in un pasto abbondante di comunione e quando era giorno di gioia per la comunità di JHYH non si temeva di raccomandare nell’assemblea sacra:

 

Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza (Nee 8,10).

         

Nessun falso ascetismo, tutto è fonte di gioia e viene da Dio. Unica esigenza: condividere l’abbondanza con chi nulla possiede.

         

La comunità cristiana primitiva, testimone di Gesù sovente seduto a tavola fino a sembrare “mangione e beone” (Mt 11,19), ricordava che egli aveva dato il dono dell’eucaristia durante il banchetto pasquale, e per questo non temeva di annoverare tra i suoi momenti forti di epifania comunitaria “i pasti presi insieme con gioia e semplicità di cuore” (cf. At 2,46).

         

In questo contesto c’è la creatura “fratello vino”, così presente fino a diventare il segno e il simbolo della gioia. Dove c’è la gioia c’è il vino, dice la Scrittura.

         

Felice dell’alleanza conclusasi tra Dio e ogni carne, dopo il diluvio, Noè esulta piantando una vigna e bevendo vino in abbondanza, e Israele ricevendo la benedizione di Isacco si sente dire: “Dio ti conceda abbondanza di frumento e di vino” (cf. Gen 27,28). La prima promessa all’israelita fedele alla legge è che egli “possa raccogliere frumento, vino e olio” (Dt 11,14) e “mangiare e bere davanti al Signore bestiame grosso e minuto, vino, bevande inebrianti e qualunque cosa ti dia piacere godendone tu e la tua famiglia” (Dt 14,26).

         

Il vino è la creatura più cantata perché la sua funzione è quella di dare gioia al cuore umano (cf. Sal 103,15). L’israelita conosce il potere del vino: bevuto in condivisione distrugge le strategie, vince le timidezze, sgela le tensioni, conferma lo spirito della festa e toglie tristezza al cuore umano.

 

Che vita è quella dove manca il vino?

Fin dall’inizio è stato creato per la gioia degli uomini.

Allegria del cuore e gioia dell’anima

è il vino bevuto a tempo e a misura (Sir 31,27-28).

         

Il cuore allegro rischiara il volto, ma quando il cuore è triste lo spirito è depresso (cf. Pr 15,13) e allora lo Spirito santo (come dicevano i padri) non ha timore di questo invito:

 

Date del vino a chi si sente venir meno,

date del vino a chi ha l’amarezza nel cuore

perché beva e dimentichi la sua miseria

e non si ricordi più delle sue pene (Pr 31,6-7).

         

Questo invito spiaceva ai moralisti cristiani, ma costoro meditino bene: le promesse escatologiche dicono che “in quel giorno le montagne stilleranno vino nuovo” e già ora la terra promessa dove abita il popolo santo “è terra di frumento e di vino” (Dt 33,28).

         

Il Messia stesso, Gesù, inizia il suo ministero sprecando, per così dire, un miracolo per moltiplicare il vino. Egli che non aveva voluto che le pietre diventassero pane per se stesso, alla constatazione di sua madre – “non hanno più vino” – dà vino in abbondanza, in sovrappiù, il vino più buono, e mostra così la sua gloria (cf. Gv 2,1-11).

         

Il vino moltiplicato viene da Gesù valorizzato nella sua qualità creaturale, ma è anche da lui posto come immagine che rimanda a un’altra realtà analoga e superiore, della quale il vino resta un riflesso: la realtà del banchetto finale, del vino nuovo, della piena comunione inebriante tra l’uomo e il suo Signore.

         

Se Giovanni Battista non beveva e non mangiava quale segno e profezia vivente dell’attesa, il Figlio dell’uomo, il Veniente, ha mangiato e bevuto (cf. Mt 11,18). Gesù apprezzava con semplicità le cose perché erano state fatte per mezzo di lui ed egli ne restava il Signore. A noi chiede di fare lo stesso: bere il vino, gustare le gioie della tavola condivise con gli amici e i fratelli, restandone sempre signori. A questa condizione potremo essere partecipi della promessa di bere vino, frutto della vite, al suo ritorno nel regno dei cieli con lui e tutta l’umanità redenta (cf. Mc 14,25).

         

Certamente oggi, di fronte all’abbondanza delle cose, che in questa società dei consumi rischiano di asservire l’essere umano creando bisogni fittizi e determinando utenti privilegiati a scapito degli altri, l’atteggiamento di libertà che io propongo può sembrare avventato e pericoloso, ma spero di farlo a esseri umani e a cristiani seri, capaci di vivere nella libertà cristiana e sospinti in ogni situazione dalla carità. Chi è stupido spiritualmente non rischia di essere scandalizzato perché intanto non arriverà mai a capire la creaturalità e il sinfonico rapporto tra lui e le cose volute da Dio. Se l’uomo continua a creare, come Dio fece alla sera di ogni giorno, potrà sempre dire che le cose sono buone.

 

Godi dell’amore…

         

Accanto a questa gioia del corpo, “mangiare e bere” – “Va’, mangia con pace il tuo pane e bevi con cuore allegro il tuo vino!” (Qo 9,7) –, l’altra gioia che l’uomo deve gustare è quella dell’amore e dell’amicizia.

         

L’amore tra l’uomo e la donna viene sempre celebrato, anzi diventa segno dell’amore tra Dio e il suo popolo. Da quando l’uomo si rallegra della donna creata (cf. Gen 2,23) l’amore è sempre stato cantato come fonte di gioia e di piacere fino al libro più santo, il più bel cantico, il Cantico dei cantici. Il valore dell’uomo sta infatti nell’essere stato creato a immagine di Dio, “maschio e femmina Dio li creò”. L’uomo non è nato solo, ma è chiamato a confrontarsi con l’altro sesso e la pienezza dell’essere umano non sta nel maschio o nella femmina soltanto, ma nell’uomo e nella donna insieme legati dall’amore. Certamente questa unità la si ritrova in Dio, ma in questo non c’è nessun depotenziamento della sessualità e dell’amore umano. Anche la sessualità è di Dio, ma per questo è avvalorata fino a diventare un annuncio.

         

E perché questo sia integralmente vero, occorre che l’amore sia vissuto nell’ambito materiale davanti a Dio come Egli, il creatore, ha voluto. Tutto questo nella Parola è visto alla luce della felicità e del piacere secondo l’ordine creazionale. Le fasi dell’amore dal primo incontro – “A ragione sei amato, baciami!” (Ct 1,4) –, agli incontri, agli appuntamenti sui monti – “Dimmi tu, che il mio cuore ama, dove vai a pascolare?” (Ct 1,7) –, fino alla celebrazione delle nozze, sono un inno focoso dell’amore dell’uomo per la donna e viceversa. “Godi la vita con la donna che ami per tutti i giorni che Dio ti concede sotto il sole perché questa è la tua sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole” (Qo 9,9).

         

Con la stessa forza i Proverbi ammoniscono:

 

Sia benedetta la tua sorgente, trova gioia nella donna della tua giovinezza; cerva amabile, gazzella graziosa, essa si intrattenga con te e le sue tenerezze ti inebrino sempre e tu sii sempre invaghito dal tuo amore! (Pr 5,18-19).

         

Perché queste esortazioni, queste canzoni dell’amore non compaiono accanto alle altre tese a salvaguardare l’amore autentico nei documenti del magistero oggi? Perché il documento della Congregazione della fede sulla sessualità cristiana cita solo i passi biblici che ammoniscono e non anche quelli che incoraggiano all’amore? Prudenza, certamente, ma prudenza di celibi troppo diffidenti verso l’amore dell’uomo e della donna.

         

L’amore sessuale è gioia piena, è buono, è stato voluto da Dio, e solo quando è inteso come mito, come idolo fine a se stesso, solo quando è sciolto dal rimando dell’unità in Dio riceve ammonizioni dalla Bibbia. E noi oggi non possiamo ammonire su di esso senza una retta concezione e quindi cantarlo come si conviene nel piano di Dio. Un documento del magistero pieno di fede ma con scarsa speranza e un’assenza di carità, di agape, risulta poco recepibile e poco credibile.

         

Cristo sedendo a nozze a Cana ha ratificato la positività umana dell’atto sessuale e ha permesso che la sua chiesa quale sposa andasse a lui per celebrare le nozze, come l’uomo e la donna che si dicono l’un l’altro: “Vieni!”.

         

E accanto a questa gioia c’è anche quella dell’amicizia trasparente, limpida, non accaparratrice tra coloro che si sentono spontaneamente in consonanza e unanimità. La gioia di avere un amico è protezione potente perché chi lo trova trova un tesoro: per un amico fedele non c’è prezzo, non ha peso il suo valore: “Egli è profumo per una vita” (cf. Sir 6,14-16).

         

Anche qui dunque nessuna paura: se l’amicizia come l’amore non si ripiegano su se stessi, se restano aperti alla fraternità, allora la vita è celebrata, è cantata, ed è dolce “camminare insieme con l’amico verso la casa di Dio” (cf. Sal 55,15). Per la gioia dell’amicizia Gionata accettò di essere secondo a David, e Giovanni il Battista, l’amico dello Sposo, come ne ode la voce si pone “secondo” rispetto a lui (cf. Gv 3,29). Ecco apparire il vino anche nel contesto dell’amicizia: “Vino nuovo, amico nuovo, quando sarà invecchiato lo si berrà con piacere” (Sir 9,10). Come già nel contesto dell’amore: “Bevo il mio vino; mangiate e bevete, amici; inebriatevi, o cari!” (Ct 5,1).

         

L’amicizia è per sua natura gratuita: nasce dove non si è piantato, cresce senza bisogno di giuramento o di legge, si manifesta e si gode in tutto ciò che è fuori dell’uomo, in quanto lo circonda.

 

A fianco di ciò che è necessario

a fianco del matrimonio, del lavoro, della spada,

anche ciò che è libero

vuol vivere …

Il più prezioso, il più raro fiore

– nato in un’ora felice

dalla libertà dello spirito che gioca

che osa, che confida –

è all’amico l’amico[D. Bonhoeffer, “L’amico” (poesia), in Id., Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, Cinisello Balsamo 1988, pp. 470-471].

 

          Anche Gesù, che non conobbe l’amore nuziale, non fece a meno degli amici. Con loro gioì e per essi pianse: Lazzaro (cf. Gv 11,3) e il discepolo che egli amava ne sono una testimonianza.

 

Il Dio della gioia, causa delle nostre gioie

         

Oltre a queste gioie terrestri il credente conosce altre felicità per cui non si rallegra soltanto nelle opere di Dio, ma in Dio stesso, nel Dio che agisce e lavora ancora per l’uomo come Liberatore, come Alleato, come Verbo. Quando Dio manifesta la sua potenza e viene in aiuto del suo popolo liberandolo dai mali che lo opprimono provoca gioia piena senza confini. Israele normalmente la esprime con il canto, con la danza, con i salmi, con la festa: “Cantiamo al Signore veramente glorioso, cavalli e cavaliere ha gettato nel mare!” (Es 15,1). La fede fa sgorgare l’amore di Dio che si piega sull’uomo, chiamato dal grido triste, dal pianto di chi è disperato o oppresso, e allora Dio è celebrato quale fonte di gioia: “Quando il Signore liberò i prigionieri credevamo di sognare; la nostra bocca fu piena di risa, di canti e di gioia” (Sal 126). È questa una gioia che non può contenersi, che deve coinvolgere la stessa creazione per partecipare all’evento di liberazione: “Prorompete insieme con canti di gioia, uomini di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e tutto ciò che è in esso, facciano festa i campi, si rallegrino gli alberi della foresta davanti al Signore che opera” (cf. Is 52,9 e Sal 96,11).

         

Il Dio che viene tra di noi danzando e rallegrandosi, che circuisce l’umanità come un giovane fa con la sua ragazza (cf. Sof 3,17), vuole che noi gli rispondiamo con la stessa gioia, inebriati come David danzante davanti all’Arca. Quando infatti Egli è venuto è stato per noi “gioiosa notizia”, evangelo in Gesù Cristo. Gesù diventa la gioia delle gioie, la gioia grande che l’angelo comunica alla sua nascita a Betlemme: “Vi annuncio una grande gioia, oggi è nato il Salvatore!” (Lc 2,10).

         

L’umanità tutta, come una madre dopo i dolori del parto, si rallegra della nascita di questo figlio (cf. Gv 16,21) e nell’incontro con lui gli uomini potranno solo o gioire ravvedendosi, o andarsene tristi permanendo nella loro durezza di cuore. Quando qualcuno fa sua questa salvezza offerta dal Messia presente è come colui che scoperto un tesoro nel campo se ne va pieno di gioia (cf. Mt 13,44). La gioia diventa così una caratteristica dei cristiani che nella fede vedono Dio all’opera e dunque si rallegrano della sua salvezza, sanno che il loro futuro è nelle mani di un Padre gioioso che si rallegra del figlio che ritorna, della dramma perduta.

         

Il Dio che si rallegra nelle sue opere (cf. Sal 104,31), il Dio che nei cieli ride e sorride (cf. Sal 2,4), che prima della creazione del mondo giocava e si dilettava con la Sapienza, suo architetto (cf. Pr 8,30), si è mostrato anche Dio della gioia in suo Figlio sulla terra. Gesù si rallegrò quando vide che la sua rivelazione giungeva ai piccoli (cf. Lc 10,21) e quando i discepoli tornavano pieni di gioia dalla missione e cercò, purtroppo inutilmente, di suonare il flauto per far ridere e danzare quella sua generazione (cf. Mt 11,17). Ai suoi amici nella tristezza per il suo transito egli promette la gioia: “La vostra afflizione si cambierà in gioia … il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliere la vostra gioia” (cf. Gv 16,20-22), perché egli verrà di nuovo.

         

Ma fin d’ora egli ci chiede di partecipare alla gioia di Dio che si rallegra per ciascuno di noi che da peccatore si pente, più che per i novantanove giusti, dicendoci: “Entra nella gioia del tuo Signore” (cf. Lc 15,17 e Mt 25,21). Certo, per entrare in tale gioia occorre sentirsi poveri, peccatori, bisognosi cioè di questa buona e gioiosa notizia e non autosufficienti: i benpensanti di ogni generazione e di ogni sistema religioso possono sperare nelle loro opere, nelle loro pratiche religiose o nella loro conoscenza teologica e resteranno sempre fuori da questa festa, da questo banchetto, votati ad andarsene tristi per lo sperpero dell’unguento prezioso, per il vitello grasso sacrificato in onore di un figlio indegno, per la misericordia di Dio così all’opposto della giustizia umana.

         

La comunità cristiana si situa dunque nel regime della croce perché è alla sequela di Cristo, ma anche nella gioia tra l’evento pasquale e la venuta di Cristo. Croce e gioia non sono incompatibili, ma la croce è strumento di resurrezione e questa è caparra della venuta del Signore.

         

Paolo può così raccomandare: “Siate dunque lieti nel Signore, ve lo ripeto, siate lieti!” (cf. 1Ts 5,6 e Fil 4,4). Noi dobbiamo fare esperienza di questa gioia già oggi, sicuri che, essendo Cristo risorto, l’essere umano non è più votato all’assurdo della morte, ma alla gioia della vita senza fine.

         

Anche se ci perseguiteranno, noi possiamo restare lieti di patire per lui, nostra gioia. Per questo celebriamo la morte del Signore nell’eucaristia con gioia, perché in essa Cristo è tra di noi, glorificato e vivente già sulla croce, e prossimo a venire per portarci la liberazione (cf. 1Pt 6,9; Mt 5,12).

 

Conclusione

         

Molte gioie sarebbero ancora da mettere in risalto, e soprattutto tra di esse non ho dedicato spazio alla gioia della parola di Dio, magnificamente cantata e narrata nel Salmo 119.

         

Ma l’intenzione era di mettere in risalto la gioia terrestre, umana, quotidiana, senza scinderla dalla gioia in Dio, vissuta dal cristiano e dalla chiesa. Le poche cose dette sopra vogliono soltanto ricordare che tutto è buono, che l’abbondanza della gioia non è un male se il regime che le governa è agapico, e che nel quotidiano umano abbiamo bisogno di esse, e soprattutto dell’uva, del frumento e dell’ulivo, queste creature che dopo essere state frantumate e macinate danno il meglio di se stesse proprio come noi umani.

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